Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

a proposito di banche e politica …

 (Roma, 13 dicembre 2015)

 

Il 20 dicembre 1892 Napoleone Colajanni, deputato repubblicano, aveva denunciato alla camera gli scandali bancari; il 19 gennaio era stato arrestato Bernardo Tanlongo, governatore della Banca Romana. Era una faccenda complicata che si trascinava da anni, tra colpevoli silenzi e autorevoli complicità.

Tanlongo, “romano de Roma”, semianalfabeta ma con il genio di far danaro e “senza idee di onestà”, godeva la fiducia dei gesuiti ed era amico del gran maestro della massoneria. Era stato uomo d’affari di Vittorio Emanuele II, nei confronti del quale – affermò Colajanni – esercitava l’usura. Tanlongo era rimasto nelel maniche dei savoia. Nel 1881 divenne governatore della Banca Romana. Contemporaneamente fu abolito il corso fazioso e prorogato, il corso legale dei biglietti del 1883. Quando dopo l’83 si ebbero le prove di una circolazione clandestina e abusiva, la Banca Romana fu tra quelle che furono messe sotto inchiesta. Tanlongo aveva continuato a emettere illegalmente milioni fatti stampare a Londra a doppia serie. In altre parole la sua banca funzionava come una zecca non vincolata ad alcuna legge di mercato: sfornava milioni che in realtà erano carta straccia. i falsi continuavano da almeno vent’anni; Tanlongo vi ricorse per coprire gli ammanchi.

Alla camera Colajanni pronunciò un violento atto d’accusa contro il presidente del consiglio Giolitti, colpevole d’aver insabbiato l’inchiesta (i cui risultati erano noti fin dal 1889), allo scopo di tutelare “altri interessi”. Di fronte all’assemblea sbalordita, Colajanni rivelò la dimensione dello scandalo: paurosi vuoti di cassa e false copertura per far quadrare i bilanci dell’ultimo momento, e trarre in inganno la commissione d’inchiesta; elezioni finanziarie, giornali e giornalisti comprati; banche in dissesto salvate per intervento della Banca Romana.

Giolitti e Crispi (quest’ultimo presidente del consiglio dell’epoca), si accusarono a vicenda. Ma il Quirinale non era estraneo. Giolitti minacciò di rivelare in senato che il re aveva dato danaro a Crispi. Disse che era pronto, a tutela del proprio onore, “a travolgere qualsiasi personalità per alta che fosse”. Qualcuno trasse la conclusione che il conte di Torino avesse preso dalla Banca Romana 300.000 lire; altri che il principe di Napoli avesse prelevato un milione; altri ancora che il re si fosse servito della banca per collocare fondi all’estero. Umberto negò. Disse che il conte di Torino era un “pitocco”, ma che non gli risultava avesse fatto alcuna operazione illecita. Riguardo a suo figlio, disse che era un uomo ordinato, che non aveva bisogni e che un milione non si dava così facilmente e senza garanzie. Quanto a lui, se avesse avuto dei soldi da collocare, li avrebbe collocati nei fondi italiani, in cui aveva totale fiducia…

                                   Italia di ieri, Italia di oggi.