Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

i Taveggi

Ringraziamo la contessa Mara Taveggi Gandolfi per la gentile partecipazione.

Lo stemma è interzato: 1° d’oro all’aquila di nero; 2° campo una fascia d’azzurro e nel 3° campo d’argento posero due sole bande di rosso. In questa guisa si vede dipinta sul Libro d’Oro della città di Finale Emilia, nel quale però erroneamente la fascia azzurra è dipinta color verde.

Tratto da “Famiglie Nobili e Notabili- Modena e territorio” di Fabrizio Ferri Personali (ed. 2004) troviamo che: “secondo l’Abate Cesare Frassoni, autore delle “Memorie storiche del Finale” questa casata è un ramo della omonima famiglia milanese dei Rognoni Taveggi, creati Conti Palatini dall’Imperatore Carlo V con Diploma del 25 febbraio 1521. Nel XVII secolo il Conte Alessandro Taeggi, detto Taveggi (o anche Tavecchi), si trasferì a Finale, dove costruì un grandioso palazzo in cui, nel 1721, venne ospitata la Principessa Carlotta d’Orléans, promessa sposa al Principe ereditario di Modena Francesco d’Este. I discendenti di Alessandro furono iscritti al “Libro d’Oro” del Finale ed alla cittadinanza nobile di Ferrara. Quest’ultima destinazione venne conferita il 20 agosto 1759 dal Giudice dei Savi ai fratelli Gerolamo, Giovanni e Francesco Taveggi unitamente al loro cugino Alessandro, dottore in legge. La Nobiltà del Finale venne confermata da quella Comunità il 22 dicembre 1820 ai fratelli Luigi e Ambrogio. Papa Pio X con breve del 9 luglio 1906 confermava al dottor Giuseppe Taveggi, residente in Roma, l’avito titolo comitale”.

Da “Memorie storiche del Finale” del Prof. Baldoni dott. Umberto (ed. 1928) citiamo: “Il 9 luglio di quest’anno S.S. Pio X, Pontefice Massimo, ha confermato nella sua qualità di Conte Palatino: il N.U. Giuseppe Avv. Taveggi, residente a Roma, ma della famiglia illustre del Finale. La casa Taveggi discende dai Rognoni di Milano, agnatizia di S. Ambrogio. Fu creata Conte Palatino dallo Imperatore Carlo V nel 1521 ed è imparentata con la casa regnante della Hohenzollern-Sigmaringen colla casa regnante della Rumania, e dei Pepoli, fu famiglia nobile di Ferrara, Modena e del Finale; potentissima nel secolo XVII, quando venne a Finale, costrusse il grande Palazzo in Via delle Scuole, ora Rimondini, ed a Cento quello attuale sede della Cassa di Risparmio, avendo l’onore di alloggiare nel primo Carlotta d’Orléans e nel secondo il Re di Napoli, Napoleone e Pio IX.”. Il conte Alessandro ha beneficiato e restaurata ab imis la Chiesa della Buona Morte, di cui fu Priore.

Da “CENTO Vicende storiche e personaggi” di Giancarlo Siligardi e Alberto Barbieri (ed. 1974): “…nell’anno 1786 si fece il Palazzo Tavecchi”.

Dal “Diario centese” di A. Orsini, (ed. 1966) estrapoliamo queste notizie: “conte Luigi Taveggi (o Tavecchi): il 30 dicembre 1796 viene nominato presidente dell’Amministrazione Centrale del Dipartimento d Ferrara; il 22 maggio (o 10 agosto) 1797 viene eletto Commissario del potere esecutivo del dipartimento dell’Alta Padusa; il 4 gennaio 1798, nella sua veste di commissario del potere esecutivo della Repubblica Cisalpina, fa prestare giuramento di lealtà a pubblici funzionari centesi; il 7 luglio 1799 viene chiamato a far parte dell’Amministrazione dipartimentale del Reno; il 10 giugno 1804 viene nominato uno dei Savi di Bologna; il 30 novembre 1807 viene nominato da Napoleone I Podestà di Bologna. Muore il 5 marzo 1816 e, dopo essere esposto con onore nella parrocchia di San Martino, il 6 marzo viene tumulato nel cimitero di Bologna. Avv. Conte Alessandro Taveggi nel 1831 viene nominato Giudice del Tribunale civile e criminale di Ferrara.

Dal “Libro Pontificio” di Luigi Filippi (ed. 1903): La famiglia di Taeggi, oggi detti Taveggi, è di origine lombarda e si chiamava anticamente dei Rognoni da Taeggio. Un Vignano propagava questa famiglia a Milano da dove un ramo passò a Scandiano in quel di Modena e continuò ad usare il cognome Rognoni fino ai giorni nostri, in cui onorevolmente si mantiene, rappresentato dal N.U. Rodolfo Rognoni. Il ramo milanese si suddivise in vari rami uno dei quali estinto nei nobili Piscicelli; altro ramo ai principi del XVIII secolo passò a Finale di Modena in persona del dott. Alessandro Taeggi milanese da cui discendono in linea retta i Taveggi ascritti alla nobile cittadinanza di Ferrara ed alla nobiltà di Finale dai quali derivarono vari canonici, magistrati, giureconsulti, ecc. ed il conte Carlo che sposò Antonietta dei marchesi Pepoli figlia del marchese Gioacchino e di Federica principessa di Hohenzollern-Sigmaringen, zia dell’attuale re di Rumania. A questo ramo appartennero l’erudito don Giovanni religioso disanta vita e il dott. Alessandro che beneficiò la Chiesa della Morte, dove fondò una cappellania. Questa famiglia volle essere aggregata alla cittadinanza ferrarese e godette della sudditanza Pontificia. Possedette il grandioso palazzo, già dei Bresciani, dove venne ospitata Carlotta d’Orléans sposa nel 1721 di Francesco principe ereditario di Modena. A Milano i Taeggi si distinsero coprendo importanti cariche cittadine e vestendo l’abito prelatizio nel Capitolo insigne di quel celebre Duomo. Il conte Ambrogio Taeggi fondò il Collegio dei Nobili a Porta Ticinese, detto poi comunemente Collegio Taeggi, dal nome del suo benefico istitutore. La famiglia Rognoni-Taeggi diploma dell’Imperatore Carlo V concesso a Paolo dottore, ad Amico e Girolamo nipoti, tutti de Rognoni da Taeggio, il 20 maggio 1525. In questo diploma viene descritto lo stemma che è interzato: 1° d’oro all’aquila di nero; 2° di azzurro all’albero di verde accostato da due rognoni pendenti; 3° bandato d’argento e di rosso. Così continuarono ad usare lo stemma i Rognoni di Scandiano, invece i Taveggi del Finale conservarono il campo superiore, sostituirono al 2° campo una fascia d’azzurro e nel 3° campo d’argento posero due sole bande di rosso. In questa guisa si vede dipinta sul Libro d’Oro della città di Finale, nel quale però erroneamente la fascia azzurra è dipinta color verde. La famiglia Taveggi è degnamente rappresentata a Roma dal N.U. cav avvocato Giuseppe de conti Taveggi, i di cui fratelli risiedono al Finale. Sono nobili di questa città e cittadini nobili di Ferrara per privilegi pontificii.

Da “ESTRATTI” dalle memorie di Atto Vannucci: “Fui zelante ma incauto: al cadere del 1818 avéa fondato un centro carbonico a Rovigo, con vendite subalterne a Fratta, Polesella, Crespino; e messi insieme gli elementi personali per altri 100 nel padovano e nel Dogado. Fu errore reclutare soltanto nella classe agiata ed educata, e non anche nel volgo, che fu nemmeno istruito. La Carboneria contava molti nobili, moltissimi cittadini, cioè medici, legali, ingegneri, possidenti: preti e mercanti in minor numero: migliaja fra ufficiali e sottufficiali della sciolta armata di Napoleone. Assistetti ad alcune vendite generali in Ferrara, ed erano composte la maggior parte di vecchi graduati. Due fra’ principali capi di Ferrara furono traditori apostati: il conte avv. Tommasi, ed il conte avv.Taveggi, da porsi a paro coll’avv. Soléra, di cui in appresso. Bologna dominava le vendite centrali di Ferrara, Modena, Romagne, Polesine. Un’altra centrale ad Ancona, cui facéan capo quelle delle Marche. Corrispondenza attivissima. I Conti Raspi e Masi, i marchesi Canonici e Bevilacqua erano nel comitato dirigente di Ferrara. Altro fatto era manifestare lo scopo politico al secondo grado (maestro ): altro ancora di esporre nelle assemblee alla vista degli incipienti (adepti i capi, i veri cospiratori. Spiacevano anche i molti e complicati riti e cerimonie. Quindi riforma nel 1818, col nome di Guelfismo. I maggiori si separarono dalle combriccole carboniche quanto a contatto personale, restando stretti in ispirito. I cavalieri guelfi erano la parte mentale, la Carboneria la materiale; quelli dirigevano questa. Quelli movevano le molle, senza assemblee, né riti né cerimonie. L’ingegnosa loro condotta giovò durante i processi di Venezia. La commissione austriaca non poté mai impadronirsi della Costituzione guelfa, né stabilire mai una delle identità personali di molti cavalieri guelfi”.

Da “LE FAMIGLIE CENTESI” del Centro Studi Girolamo Baruffaldi (ed. 2002) “Originari di asso e Lasnigo, poco distanti dal lago di Lecco, sul finire del XVII secolo i Tavecchi emigrarono a Mirandola, Finale e Cento, seguendo il flusso di genti che in quel tempo giunse nel territorio centese e nelle località circostanti. Il ramo stabilitosi a Finale, poi spostatosi successivamente a Bologna, cambiò il cognome in Taveggi ed è l’unico ancor oggi fiorente. Carlo di Alessandro Tavecchi fu il primo a stabilirsi in Cento, acquistando una casa in Borgo Nuovo, dopo aver sposato Anna Maria Tavecchi, del ramo di Mirandola. Aprì un’osteria nella Via Grande, andando verso la chiesa di San Pietro, con la quale riuscì a costituirsi una discreta fortuna. Dei suoi figli, Alessandro nel 1727 fu nominato canonico della collegiata di San Biagio e successivamente protonotario apostolico, e Giovanni Antonio (1712-1783) militò nelle truppe pontificie col grado di capitano. Con disegno dell’architetto Cittadini, Giovanni Antonio fece costruire un grande palazzo nei pressi della piazza maggiore, dove trasferì la sua abitazione, anche se il palazzo fu ultimato solamente nel 1766. Contemporaneamente egli viveva anche in Bologna, in una casa posta sotto la parrocchia di San Benedetto, dove il 29 agosto 1771 fu annoverato tra i cittadini di quella città in forma comune. Ebbe in moglie Elisabetta di Sebastiano Cavicchi, di famiglia oriunda della Pieve, da cui nacquero dieci figli, dei quali solamente Luigi e Ursula, futura moglie di Angelo Bernardelli di Mantova, raggiunsero la maggiore età. Luigi (1746-1816) abbracciò con entusiasmo le nuove idee francesi e nel dicembre 1796, quale rappresentante di Cento, si trovò a Ferrara dove fu eletto alla testa di quella amministrazione centrale di dipartimento, con a segretario della presidenza Gaetano Pisani. Ammonì più volte quei suoi concittadini restii al nuovo corso e alle pesanti imposizioni dell’esercito francese, pressato in questo dal generale francese Jaun, ma dovette anche affrontare durissime denigrazioni mosse, a parere di alcuni, dagli ebrei del ghetto di Cento. Successivamente fu eletto commissario dle potere esecutivo per il Dipartimento dell’Alta Padusa, ufficio che ricoprì fino al 13 maggio 1798 quando gli subentrò il conte Gian Maria Filipetti. Poco dopo, il 7 luglio, fu eletto a far parte dell’amministrazione del Dipartimento del Reno e nel seguente anno entrò nella commisione straordinaria di governo. Nel 1801 rinunciò al mandato per recarsi alla dieta di Lione, ma accettò poco dopo d appartenere in veste di oratore al collegio dei possidenti, che insieme ad altre categorie formavano l’organo della sovranità nazionale. Nel giugno del 1805 venne eletto per uno dei savi della municipalità di Bologna e il 30 settembre 1807 l’imperatore Napoleone I lo nomnò podestà di quella città. Mentre ricopriva questo incarico, Luigi fu costretto a interessarsi del suo patrimonio, che per diversi motivi si trovava in grave dissesto, determinandosi di ricercare una persona di sua confidenza capace d amministrarlo, conferendogli le più ampie facoltà per agre come se si trattasse di cosa propria. La scelta cadde sul conte Filippo Bentivoglio, suo caro amico, che il 10 luglio 1810 accettò l’incarico. Qualche giorno dopo il Bentivoglio si fece affiancare dal conte Vincenzo Malvezzi Bonfioli, difficoltà che avrebbero incontrato, entrambi decisero di rinunciare e il Bentivoglio, per non lasciare il patrimonio senza amministrazione, nominò l’avvocato Gaetano Amadei consulente giudiziario del Tavecchi e l’avvocato Raffaele Giacomelli in sostituzione del Malvezzi Bonfioli. Tra successive rinunce e nuove nomine, il 29 gennaio 1811 Luigi Tavecchi deputò e costituì in suoi generali mandatari il conte Francesco Malvasia, il dottor Giacomo Pancerasi, il conte Giuseppe Benedetto Rusconi e Gaetano Franchi con facoltà di amministrare il suo patrimonio, di stipulare qualsiasi atto e di rappresentarlo in qualsiasi occasione. Si giunse così alla decisione di porre in vendita all’asta l’intero patrmonio sino al pareggio del contenzioso. La maggor parte dei beni era dislocata nei comuni di Volta Reno, Venezzano, Castello d’Argile, Masummatico, Bonacompra, Penzale, Renazzo, Sant’Agostino, Zola e San Martino in Casola, mentre il palazzo nobile di Cento era stato venduto ai conti Rusconi fin dal 1806. Alla sua morte, avvenuta in Bologna il 3 marzo 1916, i pochi beni rimasti passarono ai figli superstiti Stefano, Alessandro e Francesco, che li amministrarono in comune fino al 1833 quando, dopo la morte di Francesco, gli altri fratelli decisero di farne le divisioni. Stefano (1779-1875), dalla moglie Celestina Negrini ebbe un solo figlio, morto fanciullo, per cui con testamento del 2 novembre 1874 nominò erede universale i figli nascituri del pronipote Lodovico.

Famiglia del conte TaveggiM

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alessandro (1780-1868) seguì il padre a Bologna, poi percorse la carriera giudiziaria e fu magistrato in diverse città; decorato della com-menda dell’Ordine della Corona d’Italia e cavaliere dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro, si maritò con Vittoria, figlia ed erede del marchese Giovanni Antonio Davia. Il figlio Giovanni Antonio (1817-1883) sposò in prime nozze Costanza Mariscotti Berselli, figla del marchese Francesco, da cui ebbe tre figli, e in seguito passò a seconde nozze con Teresa Castiglioni di Lucca. Dei tre figli, Francesco morì in tenera età, Luigi nel 1854, presa la decisione di intraprendere la carriera militare nell’esercito austriaco, affidò allo zio marchese Mariscotti Berselli, la cura de propri interessi trasferendosi poi all’estero. Lodovico (1842-1909) morì ultimo della sua famiglia nella villa che possedeva poco fuori Porta Saragozza”.

conte Alessandro Gandolfi Taveggi e sua sorella contessa Mara Gandolfi TaveggiM

 

Ci piace sottolineare che la contessa prof. Mara Taveggi Gandolfi, assieme alle professoresse Anna Guglielmini e Wanda Barbanti Candini, ha curato il volume “La Chiesa Collegiata di S. Biagio in Cento” , ed. 1964, in occasione del 2° centenario della consacrazione. E ci piace anche ricordare che ha rappresentato la città di Cento nel programma televisivo CAMPANILE SERA vincendo per tre puntate consecutive.

“Campanile Sera” fu un programma di molto successo a cadenza settimanale . Presentato da Mike Bongiorno assieme a Enza Sampò ed Enzo Tortora, a Cento, venne Enza Sampò mentre Enzo Tortora andò al “Campanile avversario”. Nel dicembre del 1960, grazie alla Contessa Mara Gandolfi Taveggi, Cento battè OSIMO il 1° dicembre, CHIERI l’8 dicembre e CASTELLAMMARE DI STABIA il 15 dicembre per essere poi sconfitta, il 22 dicembre, da LUCERA.

Ancor oggi molti cittadini centesi ricordano l’emozione e il campanilismo che incendiavano l’intera città riunita davanti la Tv del Caffè Italia o in piazza Guercino e quando applaudivano la sua vittoriosa partecipazione così come, con simpatia e affetto, ricordano la contessa Mara, oggi residente a Bologna, come “la fiòla dal doutor e dlà countèsa”.

Ecco alcune simpatiche fotografie della contessa Mara Taveggi Gandolfi che risale a dicembre 1960 per il programma televisivo  Campanile Sera.