Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

GALATEO -1887 – Italia

Un anno di  alleanze politiche internazionali ambigue. Personaggi importanti del periodo Re Umberto I e Bismarck. L’Italia vive l’avventura del colonialismo in Africa e proprio nel 1887 furono uccisi  500 soldati italiani perché considerati invasori ;  entro i confini, è in aumento a dismisura la miseria proprio per poter finanziare la presenza italiana in Africa. E’ un anno di  grande carestia e pestilenze; il colera uccide migliaia di persone tra le quali la Regina Maria Teresa, il figlio undicenne Gennaro Maria e il principe Ludovico Altieri.

La Edoardo Sonzogno Editore (Milano) edita la  Collana BIBLIOTECA DEL POPOLO  con uscita  mensile  dal “1 al 16 d’ogni mese” . Si vendeva a “15 centesimi il Volume” e ogni volume constava di  64 pagine. Fa parte di questa collana il  libro GALATEO del quale ci piace riportare  alcuni capitoli in quanto mostrano quanto era importante, pur con le enormi difficoltà del momento, il “sapersi comportare adeguatamente” in società.

Cap. 1

PULITEZZA GENERALE

Avvertimenti preliminari

            Alcuni atti di ciò che nomasi pulitezza di  maniere, buona creanza, civiltà od urbanità, possono dirsi un cerimoniale di convenzione; ma in sostanza procedono dal rispetto che dobbiamo a noi medesimi e agli altri, eseguendo i doveri che i nostri e gli altrui diritti ci impongono. Si fondano essi dunque sui sentimenti del cuore umano, proprj di tutti i tempi e di tutti i luoghi: i quali sentimenti tendono a renderci amabili agli altri e ad obbligarceli, nulla facendo di quanto possa loro recar disgusto, e usando maniere che siano loro grate. Così apparisce come la pulitezza, considerata nel suo scopo e ne’ suoi mezzi, non differisce dalla morale che per un certo grado.  Le virtù morali vincono in importanza la pulitezza; ma la pulitezza è più frequente ne’ suoi atti; e come non è possibile né a tutti, né sempre essere, per esempio, benefici e generosi, a tutti però è possibile, e sempre, essere puliti.

Tanta è nella pubblica opinione l’estimazione degli abiti della pulitezza, che non di rado si perdona a taluno un vizio, ma non mai una indecenza; e le maniere, il discorso, l’aria, il portamento, i gesti rozzi ed inurbani, tirano addosso a chi li usa, titoli di disprezzo, e talora sono l’unica cagione per la quale l’uomo vene escluso dalle buone compagnie; mentre al contrario i modi urbani e gentili ci comprano l’affezione altrui, e sono un potente mezzo d’essere o ricercati, o ben accolti, e spesso anche favoriti nelle nostre domande.

Un altro bell’effetto della pulitezza è questo, che, come nessuno è scevro di difetti, in forza della medesima dissimulando noi i difetti altrui, veniamo non d rado ad ottenere che si dissimulino i nostri.

Insomma la pulitezza, che tende a rendere gli altri contenti di noi e di loro stessi, rispettando senza offesa del giusto l’altrui amor proprio, e molto più astenendosi dall’indebitamente inasprirlo, ci frutta l’altrui stima ed affezione, e fa che con un piccolo capitale ricaviamo grosso guadagno. Questo guadagno poi non è più utile per noi, che per la società, perciocché gli abiti della pulitezza tengono in felice accordo gli uomini, creano amorevolezza, e facilitano, mercé le vicendevoli dimostrazioni, coll’amorevolezza la pace, la concordia tra gli omini e gli offici di scambievole benevolenza.

Cap. 2

DEGLI ATTI INURBANI, MOLESTI AGLI ASTANTI

Atti molesti ai sensi altrui.

            Parlando degli atti molesti ai sensi altrui non intendiamo semplicemente di quelli che materialmente possono offenderli od incomodarli; ma d tutti quelli che per la va de’ sensi urtano la fantasia degli uomini e creano nei  loro animi idee disgustose. La nausea, la schifezza, il ribrezzo, l’avversione, sono gli effetti di questi atti. Ne andremo considerando la serie senso per senso. Incominciamo da quello della vista.

Gli atti inurbani molesti  nel rispetto della vista possono ripartirsi in tre classi, ciascheduna delle quali ha per base principale o la nausea, o il ribrezzo, o la paura.

Alla prima classe appartengono:

Frugarsi colle dita nelle narici, o nelle orecchie;

Porsi le dita n bocca per levare minuzzoli di cibo;

Guardare entro al fazzoletto dopo essersi soffiato il naso;

Spargere il pavimento di sputi catarrosi;

Sputare sulle muraglie o sui mobili;

Porsi una gamba sopra un ginocchio, e palpare la scarpa, o il piede;

E tutti gli atti insomma, che presentano agli occhi l’apparenza, o chiamano alla mente l’immagine del sudiciume, rincrescevole ad ogni civile persona, perocchè non sarà inutile avvertire come la pulitezza richiede che dal corpo nostro, dagli abiti, dalle stanze e dalle mobilie teniamo lungi diligentemente e costantemente qualunque traccia di sordidezza e di oggetti nauseosi.

Alla seconda classe appartengono:

il rodersi le unghie co’ denti, o il mordersi la pelle: cosa che negli astanti producono ribrezzo. E ben crescerebbe, se si presentassero allo sguardo altrui piaghe ulcerose e fetenti e tali altre miserie.

Finalmente appartengono alla terza classe:

l’apparire in mezzo alla compagnia con occhi stralunati, il prendere l’aria sdegnosa, il mostrar torvo lo sguardo, rabbuffato il crine, disordinato il vestito; e siffatte cose, le quali immantinente mettono in timore, richiamano l’idea di un pazzo, di un incollerito, di un furioso,o di uno spaventato per qualche grande disgrazia succeduta; e negli animi degli astanti infondono paura.

Atti molesti, che producono disgustose sensazioni pel senso dell’udito, sono una rauca voce e discorde, uno sternutare violento e rumoroso, grida improvvise, e principalmente se lamentevoli e notturne, lo sbattere e fare scricchiolare i denti, il fregar ferri o pietre aspre, il graffiar vetri. A ciò, si aggiunge ancora il parlare nelle conversazioni con voce da stentore, quasi si tengano gli astanti per sordi.

Pel senso del tatto possono commettersi tanti atti inurbani e molesti, quante sono le parti del corpo umano, e di ciò che lo copre e lo adorna. Non ricorderemo i vili usi de’ facchini, che si tirano pe’ capegli, che rispondono con una ceffata, che si difendono da un detto con un calcio, che si tirano mattoni o sassi, e che si abbandonano a simili brutalità. Ma non mancano nelle classi alquanto migliori certuni i quali credono di usar vezzi, divertire la brigata, o sé medesimi, ora sottraendo lo scanno a chi siede o vuole sedersi, ora dando di un dito sul naso a chi paja addormentarsi, ora facendo qualche altro villano scherzo, per cui, mentre stoltamente ride in siffatte spiritosità chi se le permette, non può non venire a noja agli altri, e indispettirli. Ma è più frequente il mal garbo di spingere coi gomiti in mezzo alla calca le persone, di urtarle in discender le scale, o di pestare i piedi al vicino per alzarsi da sedere: cosa che per lo più si crede di temperare domandando scusa; e che il vicino sì mal trattato concederà con parole, ma difficilmente scuserà.

Atti inurbani  e molesti pel senso dell’odorato sono la poca cura del sudore de’ piedi, con cui sovente, massime nella calda stagione, alcuni ammorbano i luoghi ov’entrano; il cavarsi le scarpe all’altrui presenza per riscaldarsi le estremità, lo stendere al camino il fazzoletto per asciugarlo, il ruttare da satollo o avvinazzato, il mostrare altrui cosa stomachevole che s’incontri, siccome parecchie volte accade, e l’invitare a sentir quanto puzza.

Siccome poi non sempre il nostro alito olezza soavemente, e non può essere grato alle nari degli altri, la pulitezza vuole che non si accosti troppo il volto a quelli ai quali parliamo, per non creare ad essi nausea. E quindi nasce che chi sa le buone creanze dovendo dire qualche cosa in confidenza a rispettabile persona, le parla all’orecchio, e non in faccia.

 

Cap. 3

Atti molesti all’altrui memoria

            Gli uomini sono fatti così, che vivono più di memoria che di sensazioni esterne attuali. Della memoria delle cose piacevoli si confortano : s’inquietano, si turbano, si affliggono al ricordarsi delle ingrate. La pulitezza dunque vuole che cortesemente presentandosene opportuna occasione, svegliamo negli altri l’idea delle cose piacevoli; e vieta che rammentiamo loro le ingrate.

E’ dunque atto inurbano domandare a taluno, per esempio, che porti lutto, chi gli sia morto. – Ad uno che perdette una lite, a quanto ascendesse la perdita. – alla presenza di un padre, di un marito, di un mercatante che ha fallito, parlare, non ch direttamente del figlio scapestrato del primo, della moglie scostumata o capricciosamente dilapidatrice del secondo, del fallimento del terzo; ma anche solo in tal proposito generale, da cui quel mercatante, quel marito, quel padre possano avere occasione di fare delle applicazioni ai loro casi particolari. E come gl accidenti della vita sono assai complessi, e non sempre si conoscono tutte le persone fra le quali ci troviamo, o non possiamo sapere i fatti loro, la pulitezza richiede che mettiamo prudentemente molta circospezione nei nostri discorsi, onde o non promuovere, o non seguire quelli che altri facessero, atti a risvegliare dolorose reminiscenze a qualche persona.

 

Cap. 4

Atti molesti agli altrui desiderj.

            Sono sempre ed a tutti  presenti queste tre verità: 1° Che ciascuno aspira al libero esercizio delle sue facoltà, e conta i suoi piaceri in misura di quanto può fare.- 2° Che ciascuno appena concepito un desiderio, lo vorrebbe soddisfatto, e conta i suoi dispiaceri in ragione de’ ritardi e degli impedimenti che possa incontrare.- 3° Che ciascuno vorrebbe soddisfare a’ suoi desiderj col minimo incomodo possibile, e calcola gli aggravj in ragione degli atti che è costretto ad eseguire, e che non sarebbero necessarj per l’intento suo.

Quindi, apparisce che anche non commettendo ingiustizia, si può essere inurbani ne’ tre seguenti modi:

1°- Diminuendo il numero degli atti che altri possono fare esercitando le loro facoltà per proprio piacere. 2°- Ritardando od impedendo l’esecuzione di questi atti. 3°- Rendendo loro necessarj alcun atti che avrebbero potuto risparmiare.

Ecco alcuni esempi.- Taluno viaggiando in una vettura con altri cade addormentato o sulle spalle o sulle ginocchia del compagno, o badando al solo suo comodo, mette per alcun modo il compagno n tormento. Taluno, giunto che si sia all’albergo, occupa la stanza migliore e il miglior letto senza riguardo agli altri. Taluno, che nel viaggio ha comune la condizione cogli altri, obbliga i compagni o ad accelerare o a ritardare sia il pranzo , sia la cena, sia la partenza.

V’è chi al passeggio a piedi va per una specie di spensierataggine agitando o canna o bastone, obbligando gli altri che vanno o vengono a scostarsi per non rimanere improvvisamente percossi. – V’è chi si ferma sul marciapiede a far crocchio con altri, forzando la folla a dividersi, a discendere, a gittarsi sulla strada, ove talora è immondizia, talora passaggio di cavalli o di carrozza.

Innumerabili sono i casi d’inurbanità  nel rispetto che qui si tratta.- sulla strada alcuni vogliono esservi compagni, e v si attaccano ai fianchi quando vorreste esser soli; avviticchiano il loro braccio al vostro, e vi fanno trascinare la loro soma.  Ovveramente vi fermano e vi trattengono su’ due piedi, quando il desiderio vostro sarebbe d’andar pronti alla vostra meta. – Al teatro, o vi si caccian davanti coprendovi il meglio della scena; o mettonsi con le loro ciarle ad impedirvi il piacere della recita o del canto. E se poi non va loro a garbo l’attore o il cantore, invece di compatire o di animare chi fa ogni sforzo per meritare la loro stima, con fracassi, con urli, con fischi si abbandonano al crudel piacere di avvilirlo.- In un giardino, invece di tenersi sul viale sabbioso, spensieratamente ne calpestano l’erboso margine, o mettono le mani sul fior migliore, lasciando al padrone il dispiacere di non poterne regalare altre persone meno inurbane. Incontrando poi giuochi d’acqua, dove appena è permesso spruzzare di poche stille qualche persona, non hanno riguardo d’inondarla con gravissimo incomodo: e chiamano ciò vezzo spiritoso quando non è in sostanza che facchinesca vivacità.- In un casino di società, o in altra amichevole unione, vogliono dominare essi, far preferire a spese comuni i divertimenti che più loro piacciono, benché meno grati agli altri.- A qualche convegno, se di affari, si ostinano contro quanto non sia stato proposto da essi, turbando gli animi degli altri, e mettendo ritardo alle utili deliberazioni.

Dovremo noi dire di chi, infervorato nel discorso, prende la persona pe’ bottoni dell’abito, o per la manica, o in altra maniera le mette le mani addosso, e le irrora il viso con gl spruzz della saliva? – Di chi in conversazione ove si suona o si canta, batte la solfa co’ piedi e colle mani, od accompagna ch canta con voce che guasta tutto? – Di chi all’entrar d’uno in una sala gli fissa addosso immoti gli occhi, lo squadra dalla testa ai piedi, e si pone a sussurrare coi vicini ridendo? – Di chi in tali adunanze per farsi vedere uomo d’importanza, vi parla con mistero della vostra sorte, di quella de’ vostri figli od amici; e se occorre, vi tormenta l’animo con sospetti o timorj immaginari? – Di chi giungendo ove il fuoco è acceso, va a piantarsi in mezzo al camino, occupando il terzo dello spazio, e nulla badando al bisogno od alla comodità degli altri? –  Di chi capitando al caffè o ad altro luogo di lettura, s’impossessa delle gazzette od altri fogli, e vi compita e vi dorme su, nulla badando a quanti sono d’introno desiderosi di leggere anch’essi, ed avendovi eguale diritto? – Di chi trovandosi in qualche camera, e vedendo carte sul tavolino, sia per irriflessione, sia per curiosità, si mettono a leggerle, non ricordevoli del trito assioma, che come non debbesi porre la mano nella borsa altrui, così nemmeno l’occhio sulle altrui carte? – Tutti coloro che fanno cose qui accennate, peccano manifestamente contro la pulitezza.

Lunghissimo sarebbe il discorso, se tutte si avessero ad enumerare le maniere per le quali possiamo renderci molesti agli altrui desiderj. Fra le quali finiremo di ricordare la condotta di  molti che seggono nei pubblici uffici più frequentati dalle classi più bisognose del popolo, come sono quelli de’ Municipj, degli Spedali, de’ Monti di Pietà, delle Case di beneficenza, o d’industria. Una gran parte di costoro, fastidiosi, con impazienza o con durezza accolgono la povera gente; e strillano, e l’avviliscono o perché insiste pe’ suoi bisogni, o perché non sa spiegarsi, e acerbamente la rigettano se non presenta le sue carte in regola; sdegnano di ben digerirla, se occorrono pratiche per provvedersene; o ricevute le lasciano dormire nei scaffali, e le smarriscono: mai non pensando a ciò, a cui dovrebbero pensare per la prima cosa, ch’eglino sono costituiti in logo e vece o della pubblica autorità, o de’ pii fondatori de’ benefici stabilimenti, la cui decisiva volontà si è che chiunque ricorre bisognoso abbia leale ed umano trattamento. Il parlare di ciò che certi impiegati fanno in questo proposito con duro animo, e con vera slealtà, appartiene non più alla pulitezza delle maniere, ma alla giustizia. La loro cattiva condotta degrada il carattere degli officj de’ quali sono investititi.

Riassumendo, concludiamo che tutti i nostri atti i quali nelle vicende sociali, e nel conversar comune, risparmiano disturbi, incomodi, tempo e fatica ai nostri simili,  sono altrettanti atti di urbanità, di civiltà, di buona creanza, e di pulitezza. Con che apparisce il giusto fondamento degli usi vigenti tra i popoli inciviliti; né certamente debbansi prendere per pure formalità d convenzione, ma per legittime conseguenze del sentimento di umanità che deve legare insieme i membri della specie nostra.

 

Cap. 5

Atti molesti all’altrui amor proprio.

            Il disprezzo è pel cuore umano una piaga insanabile: nulla può assuefarlo a tollerarlo; né sappiamo persuaderci che sia la mondo persona di qualunque vogliasi grado ed autorità che abbia il diritto di sprezzarci. Noi aspiriamo alla stima altrui; e per questo sentimento degli altri verso di noi, possiamo sperare cose a noi grate ed utili, di che il disprezzo altrui ci toglie ogni speranza. Si osservi poi che come il sentimento della perdita è più forte in noi di quello dell’acquisto, noi ci risentiamo assai più del disprezzo, ce ne dogliamo, ce ne irritiamo, di quello che ci confortiamo della stima. Così l’amor proprio procede in tutti gli uomini.

Ora noi perdiamo certi gradi di stima, o rimaniamo esposti al disprezzo: 1° quando qualcuno svela agli altri le nostre imperfezioni.- 2° Quando ci attribuisce imperfezioni che non abbiamo.- 3° Quando ci nega quello che possediamo.- 4° Quando ci pospone ad altri che abbiano perfezioni minori delle nostre. Tutti questi atti che vengono a toglierci la stima altrui, e ad esporci al disprezzo, chiamansi ingiuria; e l’ingiuria deve calcolarsi sopra due elementi principali. Il primo è della gravità, il secondo della pubblicità. La gravità dipende dalla qualità delle imperfezioni, de’ vizj, o delle colpe che ci vengono attribuite, o delle perfezioni che ci si negano. La pubblicità dipende dla numero e dalle qualità delel persone, alla presenza delle quali veniamo ingiuriati. L’ingiuria poi giunge al grado massimo, se sia espressa in scritture o in istampe visibili a tutti.

Premessi questi principj, la inurbanità riguardata dal lato dell’amor proprio può ridursi a due classi: a quegli atti o detti che ci attribuiscono imperfezioni vere o false; e l diremo atti assolutamente inurbani; ed a quegli atti o detti che ci negano le nostre perfezioni, o le fanno supporre in minor grado d quello che sieno; e li diremo atti relativamente inurbani.

 

Cap. 6

Atti assolutamente inurbani.

Parliamo de’ primi, cioè degli assolutamente inurbani; e questi possono riguardare: 1° le imperfezioni fisiche; 2° le intellettuali; 3° le morali; 4° le civili.

Imperfezioni fisiche.- Generalmente la deformità e bruttezza cagiona ingrato senso negli animi altrui; e da tale condizione risulta l’idea d’incapacità particolare a certi rami d’industria: onde la taccia di monco, d storpio, d gobbo, di guercio, ancorché vera, produce risentimento in chi n’è colpito. Codesto risentimento poi è maggiore o minore secondo la qualità della imperfezione, il sesso della persona a cui si attribuisce, la condizione, la età.

Il contraffare gli altrui difetti di figura, di voce e simili, favorito e comune sollazzo di anime basse, è tale inurbanissima cosa che dà nel vile e nel turpe oltre ogni credere. Non deesi adunque ciò commettere nè applaudire, trattisi di assenti o di presenti. Dissimularli, compatirli, questo è ufficio di pulitezza; ma è anche ufficio di giustizia e di umanità, virtù appartenenti a più alto grado.

Imperfezioni intellettuali.- Chi scrive, nella sua lunga vita avendo conosciuti uomini innumerabili, e d’ogni stato e carattere, uno solo ne ha conosciuto che pregava Iddio di concedergli un po’ d’ingegno.  Del resto tutti crediamo d’averne la nostra dose; e tutti desideriamo di mostrarci intelligenti, conoscitori, dotati almeno di senso comune, ed esperti della nostra professione. Perciò ci affligge il vederci negate queste qualità, e ce ne risentiamo. Maggiore o minore è questo risentimento: 1° per la qualità del difetto imputato. Sarà forse n taluno leggiero, se sentesi a dire di mancar di memoria, ma grave se gli si nega quel grado d’intelligenza che si scorge in tutti gli individui della specie umana.- 2° Per la professione.  Intollerabile risentimento sarà in un professore di scienze, ove s’oda dire di un ingegno d talpa; niuno o lievissimo in un contadino a cui venga detto di non capire le ragioni dei fenomeni fisici. Ma in lui sarà vivissimo, se gli negherete le cognizioni del suo mestiere. Nello stato di società la nostra professione è sostanziale elemento dell’esser nostro.- 3° Per la età. La somma delle idee usuali cresce in noi cogli anni. dunque il rimproverarne la mancanza più o meno offende in ragione della età. Quindi più ne’ vecchi che ne’ giovani.

Ma se è violazione di pulitezza l’urtare l’amor proprio altrui direttamente ne’ rispetti indicati, la pulitezza si viola parimente con certi atti indiretti, i quali non percuotono meno i sensi altrui. Così è lo sbadigliare, il fregarsi gli occhi, il guardare all’orologio, o domandare dell’ore, lo stirarsi e dimenarsi, l’addormentarsi mentre taluno o parla o legge: indizi in noi di noja o di disprezzo. Lo stesso dicasi dell’interromperne o il discorso o la lettura; o partire mentre l’uno o l’altro è a mezzo. Dicasi lo stesso del voltargli le spalle, del sussurrare con altri, o dell’alzarsi quando gli altri favellino, o ascoltino chi legge, e del passeggiar per la camera, a meno che gli astanti non sieno tutti intimi amici od inferiori.

Imperfezioni morali.- L’onoratezza è il fondamento d’ogni nostro vantaggio nella civile società. Sommo è il desiderio e comune a tutti gli uomini d’esser tenuti dotati di questa preziosa qualità; ed è per questo che è permesso vantarsene: il che non accade della scienza, o capacità qualunque, della quale vantarsi è o leggierezza, o presunzione disprezzabile. L’idea poi della onoratezza è complessa, perciocché l’attribuzione di mancarne equivale all’accusa di immoralità. Può soffrirsi d’esser detto ignorante, ma non d’essere immorale.

Questa imputazione è più o meno acerba alle persone secondo, 1° La qualità del difetto o vizio imputato. Meno offende la taccia d’ubriaco che quella di fraudolento o ladro.-  2° Il sesso. La taccia d’infedeltà è più offensiva per la donna che per l’uomo, poiché quella trae seco conseguenze più gravi.- 3° La condizione. La taccia a una donna di certe strette relazioni con un uomo che non le sia marito, per la maritata è più offensiva che per una nubile: attesochè la prima viola un impegno sacro.-  4° La professione.  La taccia di vile ad un militare lo contrista  più di quello che possa contristare un semplice cittadino: essendo il coraggio la qualità propria del militare.-  5° Il modo di procedere o di esprimersi, generale o particolare. L’imputazione generale di ladro è meno offensiva della imputazione di un tale furto, poiché la prima non espone a processura; ma vi espone la seconda.

Sono poi in generale atti inurbani tutti quelli che fanno supporre diffidenza positiva dell’altrui onoratezza, o persuasione dell’altrui disposizione a mancarne. Tali sono: 1° Gli sguardi sfrontati e l’ardita famigliarità colle donne: nel che, oltre l’offesa alla morale havvi inurbanità, giacchè per essi tacitamente par che si credano disposte a tradire l’onore.- 2° Le precauzioni straordinarie di custodia ove giungano in casa forestieri.- 3° L’offerta di un regalo a qualche o pubblico funzionario, o uomo che tratta gli affari altrui: ciò essendo come se si dicesse che egli è capace di lasciarsi sedurre.

Si deve intanto osservare la differenza che passa tra la urbanità e la prudenza. La urbanità esprime il rispetto civile che dobbiamo avere per gli altri: la prudenza i mezzi di prevenire i delitti; il quale oggetto per la eminenza sua non può essere sacrificato alla considerazione di dispiacere all’amor proprio altrui. Per questa ragione non può essere tacciato d’inurbanità verso i suoi servi un padrone che chiude sotto chiavi il suo danaro e gli oggetti preziosi che potrebbero facilmente essere trafugati.

Imperfezioni civili. La moltitudine rispetta i ricchi, perché questi hanno il potere di rendere de’ servigi e di ordinare de’ lavori. Chi gode della opinione d’esser ricco, in caso di bisogno facilmente ottiene capitali in imprestito. Perciò ognuno si risente naturalmente alla taccia di povertà; e tutti quelli che possono, cercano di apparire o ricchi, o comodi. Hanno chiare relazioni a questo principio gli atti inurbani seguenti: 1° Il notificare per vanto una sovvenzione che siasi data a qualche bisogno.- 2° Lo scostarsi nelle conversazioni o sulle strade, od altrove da una persona, e l’accostarsi all’altra, per ragione che una è mal vestita e l’altra è vestita con isfarzo.- 3° Lo assistere improvvisamente all’altrui pranzo, quando non si tratti di persone comode, ricche, od amiche.- 4° L’entrare nelle stanze interne di una famiglia senza esservi invitato, succedendo molte volte che quanto le prime sono convenientemente mobiliate, le altre sieno nude, o molto disordinate.

Cap. 7

Atti relativamente inurbani.

            V’hanno alcun atti i quali, sebbene dimostrino affezione d animo e disposizione a servire, nondimeno riescono offensivi: e sono quelli di persone delle classi inferiori verso chi è di classe superiore. Atto in urbanissimo, p.e. sarebbe quello di un uomo che palpasse il volto di un altro suo eguale; e peggio se di maggiore età. Questo tratto d benevolenza non s usa che co’ fanciulli, o con giovinetti da chi è di età matura. – alla mancanza della età maggiore supplisce il grado della persona, e allora la inurbanità svanisce.

Il principio deve applicarsi a mille casi occorrenti nella vita. L’importanza delle diverse perfezioni di cui gli uomini sono dotati, fu che ciascuno esiga diversità di riguardi. Se si avessero i medesimi riguardi per tutti, si offenderebbe l’amor proprio dei superiori, e si scemerebbe il pregio della pulitezza. Vengono in casa vostra un professore ed uno spazzacamino: se al comparir del secondo vi alzate, come faceste al comparire del primo,; se anche al secondo porgeste una sedia, se gli faceste portare il caffè, se gli dirigeste il discorso come al professore, questi ragionevolmente rimarrebbesi offeso della vostra condotta, per la quale lo verreste a confondere sotto i suoi occhi collo spazzacamino. Laonde concluderemo che gli atti esterni, i quali dimostrano affetto, stima, disposizione a servire gli altri, debbono corrispondere alle qualità e al numero delle altrui perfezioni; e perciò crescere e scemare secondo che queste negli altri scemano e crescono.

 

Cap. 8

Moti ordinari dell’amor proprio.

            È nell’uomo sì abituale la tendenza ad innalzare se stesso e a deprimere gli altri, che cade senza avvedersene assai spesso in atti inurbani, mortificando anche nel breve intervallo di una conversazione più volte l’amor proprio altrui. Le più comuni combinazioni, nelle quali commettono questi falli, s riducono ai seguenti casi:

I. Di Disgrazie. Quanti per consolare un disgraziato si fermano a dirgli che egli stesso fu cagione dell’infortunio accadutogli! Così diventano crudeli per non soccorrerlo. – altri sogliono gettare addosso ad un solo la colpa della disgrazia avvenuta, mentre molti vi sono concorsi. Pecca poi dal so canto colui a cui è toccata la disgrazia, quando si lagna di chi gli diede consiglio, che soltanto per circostanze imprevedibili non sorti buon effetto: consiglio che fu chiesto spontaneamente, e che fu trovato ottimo prima del sinistro successo.

II. Impostazioni di delitti. Bisogna dire che per molti sia un gran trionfo del loro amor proprio l’umiliazione degli altri, se si osserva la facilità con cui si presta fede, e si diffondono le imputazioni di vizj e di delitti a carico altrui. Il tuo vicino, o il tuo conoscente in questo caso ti accerterà bensì che non crede a quanto è sparso di te; ma in mezzo alle sue proteste o laconiche o esagerate, vedrai la sua persuasione diversa. E ch non ti renderà più il saluto; chi si scosterà dal tuo fianco; chi ricuserà il parlarti. Questa è crudele inurbanità.

III. idee nuove e simili. Metti fuori modestamente una dea che credi nuova. V’ha chi pronto la dice vecchia, rancida, muffata. Non mancherà chi dica che sei stato vano come la cornacchia che si ornò delle penne del pavone. Sono per ordinario i più impertinenti ignoranti che di te così parlano, e così ripetono nello stile di conversazione ì, o ne’ palchetti del teatro.

IV. Sbagli, o cose simili. E non commetterai tu qualche sbaglio, o qualche inavvertenza? Non crederai in qualche occasione d’aver ragione, avendo torto? Ebbene! Il pronto riso e il continuato schiamazzo ti proveranno che il piacer di deprimere supera perlomeno in parecchi l’amore della giustizia e della carità. Di queste cose la morale ha di che assai dolersi; ed ha a dolersene anche la pulitezza. L’urbanità non vuole che si derida alcuno, né che alcuno si mortifichi. L’urbanità vuole che si attenuino i torti altrui. L’urbanità vuole che l’altrui amor proprio non si mortifichi; e che, anzi, se la circostanza lo permette, si rilevi cortesemente con qualche utile e piacevole considerazione.

 

 

 

 

           

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