Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

i Colloredo Mels

Si ringrazia la gentile collaborazione del conte Pierluigi Romeo di Colloredo.

 

Il castello di Colloredo e l’insediamento in Friuli (Donata Degrassi, Universita’ degli Studi di Trieste)

castello di Colloredo

castello di Colloredo

Da qualunque parte si arrivi a Colloredo, addentrandosi tra i dolci rilievi delle colline moreniche, è sempre il castello ad attirare lo sguardo, a fare da punto di riferimento, da quinta scenografica, da perno intorno al quale si articola il territorio. Sembra che sia stato sempre lì, a dominare con la sua imponenza il paesaggio circostante. Eppure sappiamo che così non è, che la sua vita ha origine in un momento ben preciso. Ma non solo. Le sue forme non sono state sempre le stesse, quelle che vediamo ora dopo la distruzione provocata dal terremoto – che comunque hanno cercato di ripristinare quanto era stato sconvolto dalla tragedia del 1976 – vale a dire il castello sette-ottocentesco, ben noto e conosciuto sia attraverso la documentazione fotografica che attraverso le suggestioni letterarie. Ma come molti organismi viventi o creati dagli uomini, anche i castelli nella loro lunghissima, plurisecolare vita, sono andati incontro a trasformazioni che ne hanno modificato assetti interni e aspetto esterno. 

In questa storia, fatta per lo più di modificazioni e aggiunte rispetto a nuclei di edifici già esistenti, gli eventi distruttivi hanno avuto un’incidenza più forte, determinando spesso dei cambiamenti di maggiore portata. E, di queste radicali distruzioni, la storia del castello ne registra almeno due prima del 1976, vale a dire nel 1315, pochi anni appena dopo la sua prima edificazione, e nel 1511, a seguito della sollevazione popolare e dei ben noti avvenimenti della “crudel zobia grassa”. Il castello però venne ogni volta ricostruito e sempre sullo stesso sito. In ciò si evidenzia il nesso molto stretto esistente con il territorio e la comunità di Colloredo. Si tratta dunque di un elemento strutturale, di lungo periodo, a cui aggiungerei anche un altro elemento – certo non trascurabile – che il castello è stato sempre abitato e per di più dalla stessa stirpe familiare. La designazione del luogo è stato dunque un marchio fondamentale, una sorta di imprinting originario che è stato riconfermato – ed ha riconfermato – generazione dopo generazione il legame tra signori del castello e territorio circostante. Proprio per questo motivo mi soffermo sul periodo delle origini, per capire il perché delle scelte fatte in quel momento e le ragioni della loro persistenza, cercando dunque di mettere a fuoco, più che i dettagli dell’aspetto che allora il castello poteva avere, la funzione che svolgeva. Per comprendere appieno ciò è necessario inquadrare la nascita e le vicende più antiche di Colloredo nell’ambito della problematica più generale che riguarda il sorgere dei castelli in ambito regionale. L’edificazione del castello di Colloredo è piuttosto tarda: risale infatti ai primissimi anni del XIV secolo. In questo caso siamo fortunati perché Colloredo è uno dei pochi siti castellani per cui possediamo un’autorizzazione all’edificazione e dunque una precisa data d’inizio della costruzione: il dicembre 1302(1). Possiamo così subito sgombrare il campo da tutta una serie di ipotesi, spesso non suffragate da dati certi, che tendono a far arretrare nel tempo la data di edificazione dei siti castellani, attribuendo loro origini romane o tutt’al più collocando la loro comparsa nell’oscuro e nebuloso periodo delle invasioni ungare del IX-X secolo, stabilendo continuità e persistenze di elementi insediativi, e, di conseguenza, anche modalità di organizzazione e strutture della società. Ipotesi che poi è assai arduo smontare, proprio perché si basano sull’assenza di elementi certi. Qui invece abbiamo una data sicura e incontrovertibile: il dicembre del 1302; un atto emanato da un patriarca d’Aquileia, signore territoriale del Friuli, chiamato con nome e cognome: Ottobono de’ Razzi; una persona precisa che riceve l’autorizzazione: Guglielmo, figlio di Glizoio di Mels. Glizoio era ormai defunto da una ventina d’anni, ma seppure estraneo alla costruzione del castello di Colloredo, non va considerato soltanto come un antenato, richiamato per necessità di precisazione onomastica. Egli era stato in effetti un personaggio non di poco conto. Alla sua capacità politica in senso ampio e alla sua intraprendenza anche in campo economico(2) dobbiamo far risalire le fortune della famiglia e, in definitiva, la costruzione del castello di Colloredo. Ma la famiglia, che da tale luogo avrebbe in seguito tratto il proprio appellativo, già possedeva un castello in cui dimorare: era quello della vicina località di Mels. Che senso aveva dunque costruire poco distante un’ulteriore castello? E, più in generale, che funzione aveva il castello in quell’epoca e in quella società?  Anche in questo caso dobbiamo sgombrare il campo da tutta una serie di convinzioni fortemente radicate, ma non corrispondenti alla realtà. Anzitutto quella per cui i castelli, specie quelli eretti in posizione dominante sulle colline, costituissero una serie di postazioni difensive collegate tra loro – quasi un limes o una sorta di linea Maginot – a difesa da possibili invasioni di nemici oppure a controllo delle principali vie di comunicazione(3). Ma, per quanto riguarda le vie di transito, Colloredo non si trovava su nessuna delle possibili direttrici di maggior traffico(4) e comunque la funzione di sicurezza e controllo sulle strade, in epoca patriarcale, veniva assolta non con apparati statici, come i castelli, ma in forma dinamica(5). Ancor meno si può parlare di una sorta di sbarramento in funzione difensiva, il che implicherebbe un concetto di stato territoriale con un ben definito confine da tener presidiato, assolutamente inapplicabile al Friuli patriarcale, che si configurava, al contrario, come un dominio ‘a macchie di leopardo’(6). Né i ‘castellani’ si potevano identificare con comandanti di guarnigioni, in stretto collegamento con un comando centrale da cui ricevevano direttive da mettere in atto senza discussione. I castellani, al contrario, pur riconoscendo, almeno in linea teorica, il patriarca come loro signore territoriale e giurandogli fedeltà – ma solo per i beni che ricevevano da lui in feudo – in realtà si muovevano seguendo le proprie linee politiche e strategie che miravano ad accrescere gli ambiti di potere e di dominio proprio e della loro famiglia. Pertanto valutavano in maniera opportunistica lo schieramento con il quale allearsi, a seconda dei vantaggi che potevano loro derivare, e spesso si collocavano su linee divergenti, o addirittura del tutto opposte, rispetto al patriarca. E’ chiaro dunque che la spiegazione più sopra ricordata – di allineamenti di fortezze come difesa da un nemico esterno o di controllo delle vie di traffico – non tiene conto della realtà dell’epoca e fa riferimento piuttosto a situazioni conosciute in altri momenti storici. Per addentrarci nel problema, poniamo dunque attenzione a quanto ci dicono i documenti di questa prima fase di vita del castello. C’è un primo elemento di cui tener conto: l’edificazione viene autorizzata dal patriarca. In teoria quest’atto doveva essere una prassi consueta, dal momento che non era concesso ai privati innalzare fortezze senza il permesso del signore territoriale. Di atti formali come questo però se ne sono conservati pochi, non solo a causa delle ripetute distruzioni a cui sono andati incontro i documenti medievali in queste terre, ma probabilmente perché spesso il consenso poteva essere verbale oppure non esserci affatto. Vien da pensare che, dopo le difficoltà e i problemi avuti da Glizoio di Mels e suo figlio con il patriarca Raimondo della Torre per la questione di Venzone(7), salito al soglio il nuovo patriarca, Guglielmo desiderasse avere una prova incontrovertibile dell’assenso del principe territoriale alla sua iniziativa, in modo che questa non fosse percepita come un tentativo di creare un potere alternativo. E difatti il documento sottolinea come la concessione del patriarca fosse motivata dal riconoscimento della sollecitudine con cui Guglielmo aveva ottemperato ai doveri nei confronti suoi e della chiesa aquileiese e quale manifestazione del suo favore e benevolenza. L’oggetto dell’autorizzazione era una nuova residenza – una domus – che Guglielmo poteva costruire su un piccolo colle (collisello) di sua proprietà, posto nel villaggio di Colloredo. Le caratteristiche dell’edificio vengono definite con molta precisione: si dovrà trattare di una dimora in pietra, alta sei passi dal suolo e il cui muro potesse avere lo spessore di due braccia; per di più potrà essere ulteriormente munita e protetta da una cortina muraria e da fossati(8). Non si trattava dunque di una semplice casa in cui la famiglia nobile potesse dimorare, ma di un possente edificio in pietra, atto anche a fungere da luogo forte, più simile ad una torre o un mastio che ad un palazzo. Questa autorizzazione non differisce molto da altre coeve, come quella che riguarda Variano (9) o Caporiacco(10), concesse dal patriarca Raimondo della Torre. Non a caso infatti, in tutti e tre i casi indicati si specifica l’altezza e lo spessore delle murature. I valori indicati non differiscono granché: l’altezza equivale a poco più 10 m a Colloredo, a 13 e mezzo Variano, più elevata a Caporiacco con 17 metri; lo spessore indicato corrisponde a circa 1 metro e 30 per Colloredo e 1 metro per Variano, 1 metro e 70 a Caporiacco(11). Purtroppo non disponiamo di riscontri archeologici che consentano di confrontare quanto previsto dalle autorizzazioni patriarcali con le costruzioni realmente innalzate(12). Comunque lo spessore delle murature, la presenza di fossati e recinzioni murarie esterne al blocco massiccio della domus sono tutte caratteristiche che indicano come Colloredo e gli altri castelli ricordati più sopra fossero indiscutibilmente dei fortilizi(13). Ma c’è di più: sulla base anche delle evidenze archeologiche sappiamo che – come era comune al tempo – il mastio del castello di Colloredo era privo di aperture al livello di campagna e l’ingresso, posto in alto, era raggiungibile solo con una scala di legno che poteva esser ritirata in caso di necessità, una precauzione che, nonostante la scomodità, venne mantenuta fino al 1479(14). Le preoccupazioni difensive erano dunque maggiori rispetto a quelle residenziali. Ciò non significa che si trattasse di fortilizi nati per la difesa locale del territorio: raramente i castelli nobiliari davano rifugio alla popolazione contadina dei dintorni. Le caratteristiche fortificatorie erano connaturate con il modo di vivere delle stirpi nobiliari, che si esplicitava nell’esercizio della milizia a cavallo(15) e quello del potere, attività che comprendevano ovviamente il confronto bellico con altri schieramenti. Di solito ciò non portava ad uno scontro in campo aperto tra due eserciti avversari schierati. Le modalità di condotta della guerra del periodo si basavano piuttosto su colpi di mano e tentativi di espugnare i singoli punti forti di cui ciascuno dei contendenti disponeva per dominare: vale a dire i castelli e le fortezze(16). Se dunque il castello rispondeva a una pratica di confronto politico che si traduceva molto spesso in uno scontro militare, ciò non esauriva le sue valenze. E forse la più forte di queste ultime stava nel fatto che esisteva un fortissimo nesso, una sorta di identificazione, tra la stirpe nobile e il luogo in cui abitava. Era il castello a dare l’appellativo con cui la casata veniva denominata e conosciuta, a costituire, in definitiva, il nocciolo stesso della sua identità. Le terre infatti potevano essere comprate, vendute, donate o alienate in altro modo; il castello no: restava legato alla famiglia e costituiva il tramite unificante tra le generazioni che si succedevano e, di solito, anche tra i diversi rami in cui si suddivideva.  La fondazione di un nuovo castello, dunque, comportava una ri-denominazione della casata, in pratica il riconoscimento della nascita di una nuova stirpe. Ma naturalmente ciò funzionava anche in senso contrario:  quando si voleva annientare o quanto meno colpire duramente una consorteria nobile, la si espropriava del suo castello e/o si distruggeva quest’ultimo(17). Certo l’atto aveva risvolti pratici non trascurabili, in quanto si tagliavano le basi materiali dell’esistenza e del dominio, ma la valenza più forte era senza dubbio quella simbolica: la cancellazione dell’identità di una stirpe. Ed proprio questo che possiamo leggere, a ben vedere, in quello che apparentemente non è altro che un semplice episodio bellico che ebbe come esito, nel 1315, la distruzione del castello di Colloredo. Gli eventi del 1315 si devono inquadrare nel contesto generale del confronto politico e militare che opponeva allora in Friuli il patriarca di Aquileia ai conti di Gorizia, che cercavano di ampliare il loro dominio a scapito di quello patriarcale, di cui conoscevano la debolezza. E proprio di un momento particolare di vuoto del potere per la contemporanea vacanza della sede patriarcale e di quella papale, che avrebbe dovuto nominare il nuovo presule, approfittò il conte Enrico, che riprese la politica aggressiva che solo due anni prima lo aveva condotto ad assalire Udine e i castelli del Friuli centrale(18). Memori di tali trascorsi, molti castellani – tra cui i Colloredo – assieme alle comunità cittadine di Udine e Gemona, si riunirono in lega contro il conte. Quest’ultimo, radunato un forte esercito, si dedicò ad espugnare sistematicamente, uno per uno, le città e i castelli che si erano posti contro di lui. Così, dopo aver devastato le campagne intorno a Gemona e aver preso e atterrato il castello di Susans, si rivolse contro Colloredo. Gli esponenti della famiglia, consapevoli che il castello non avrebbe potuto resistere all’attacco, se ne allontanarono – presumibilmente di nascosto – dopo aver provveduto a lasciarlo ben rifornito di viveri e presidiato da numerosi uomini. Come previsto, dopo qualche giorno d’assedio le truppe del conte di Gorizia lo espugnarono e fecero prigionieri quelli che vi si trovavano dentro. Poi, saccheggiato quanto conteneva, il conte di Gorizia lo fece distruggere dalle fondamenta(19). Incerti della guerra e di una condotta politica che risolveva i conflitti con le armi? Probabilmente non solo. Quali erano le ragioni che spinsero il conte di Gorizia ad ordinare la completa distruzione del castello? Certamente non motivazioni di tipo strategico-militare: Colloredo non costituiva una spina nel fianco per il conte né una minaccia per i suoi domini, che si trovavano ben lungi da lì. Non era neppure una fortezza vitale per il suo avversario, la cui scomparsa poteva dunque indebolirne le difese e, in definitiva, costituire un vantaggio per i suoi disegni. E’ evidente allora che il gesto aveva un fortissimo valore simbolico. Anzitutto di punizione, contro chi si era a lui opposto. Ma anche di annichilimento di una consorteria potente, ma che solo di recente si era definita come stirpe autonoma, proprio attraverso la costruzione di quel castello. Il tentativo però non riuscì, forse proprio grazie alla fuga dei membri principali della famiglia, che avevano ben compreso le intenzioni del conte e, passato il pericolo, si adoperarono perché le mura e il mastio venissero presto ricostruiti. Nuove contese infatti si profilavano all’orizzonte e il disporre di un luogo ben munito serviva anzitutto a dissuadere i nemici dall’attaccarlo. Riprendiamo dunque la domanda che ci eravamo posti. Che senso aveva dunque costruire un’ulteriore castello poco lontano da quello già esistente di Mels, da cui aveva origine la casata? La spiegazione chiama in causa anzitutto gli assetti del potere a livello territoriale e dunque le forme della proprietà fondiaria, le modalità di dominio e di gestione delle risorse – umane e naturali – nell’area. La costruzione del castello di Colloredo va collegata ad una fase in cui si intensifica il radicamento della famiglia nella zona delle colline moreniche, tramite una serie di acquisti di beni fondiari e proprietà(20). Chiusa ormai la vicenda di Venzone ed esaurite le possibilità di attingere ai profitti daziari del transito commerciale, si profila il progetto di un controllo più intenso e capillare nei confronti del territorio e di incremento dei redditi provenienti dallo sfruttamento delle fertili campagne circostanti, quale fondamento della potenza, in primo luogo economica, delle stirpe. Ed è al castello che affluivano, anno dopo anno, sotto forma di censi versati dai massari che coltivavano le loro terre, i prodotti delle campagne per essere poi in gran parte commercializzati(21).Ma la scelta fatta riflette anche la posizione che la casata aveva all’interno degli assetti di potere che governavano la Patria e soprattutto il ruolo che si proponeva di svolgere in quella società, modificando e sfruttando a proprio vantaggio gli equilibri esistenti(22). Una più incisiva e autonoma azione nella sfera politica da parte dei diversi rami originatisi da una stessa consorteria nobiliare – com’era quella dei Waldsee-Mels – era possibile solo attraverso il distacco del gruppo familiare e la formazione di una nuova casata, che si diversificasse per dimora e conseguente appellativo. L’intendimento di Guglielmo di Mels era dunque quello di dare l’avvio ad una propria schiatta(23) e rese manifesto e concreto tale proposito cominciando con l’edificare un nuovo castello, in un luogo che non aveva preesistenze di questo genere, Colloredo appunto. Era nel castello che si formavano strategie e politiche dei Colloredo, perché era lì che vivevano e si relazionavano i membri della casata, anche se appartenenti a diversi nuclei familiari. Il patrimonio – e soprattutto il castello – non veniva diviso e i Colloredo agivano come ‘consorzio’, come gruppo formato da fratelli o parenti, con le loro famiglie, che si riconoscevano uniti da un legame di sangue, coesi da comuni interessi economici e politici, cementati dalla residenza nello stesso luogo.Si tratta di modalità di vita che si ritrovano in molte aree d’Italia e d’Europa(24) e che hanno improntato in maniera peculiare i comportamenti, lo stile di vita, il modo d’agire delle schiatte nobili un po’ ovunque. Con una differenza, tuttavia: nell’ambito della Patria del Friuli, la proliferazione di castelli, particolarmente intensa tra XIII e XIV secolo, non dette luogo ad un esercizio del potere basato eminentemente sul dominio territoriale (dominatus loci) e sulla signoria “di banno”(25), come invece avveniva in molte aree d’Italia e d’Europa(26). In Friuli al centro dell’assetto territoriale stava la proprietà fondiaria e i castellani percepivano la loro rendita in qualità di proprietari terrieri(27); non esercitavano invece prerogative di tipo pubblico, come l’amministrazione della giustizia; non avevano potere di imporre prestazioni d’opera e riscuotere tributi e gabelle (ad esempio sull’uso di forni e mulini), vale a dire tutto ciò che veniva definito come “bannalità”. Solo in alcuni villaggi i castellani friulani avevano un ruolo giurisdizionale per quanto riguardava l’ambito dei reati minori, sanabili con il pagamento di una multa(28), mentre l’esercizio della giustizia di sangue, sarà prerogativa acquisita in genere dopo la conquista veneziana del 1420, quando si verificò una dilatazione dei poteri e delle prerogative dei signori feudali(29). Il castello dunque assommava in sé tutti questi valori: di fortezza militare, di residenza nobiliare, di simbolo della casata, di centro visibile del potere e della supremazia sociale, ma anche di luogo di accumulo dei prodotti delle campagne e quindi di deposito e forziere delle risorse economiche della famiglia a cui apparteneva. La distanza fisica che spesso lo separava dal villaggio, di solito sovrastando quest’ultimo, indicava in maniera eloquente come castellani e rustici non partecipassero degli stessi spazi come non partecipavano della stessa vita. I domini del castello non condividevano con i contadini dei dintorni nemmeno lo spazio che avrebbe dovuto essere egualitario per definizione: quello del sacro, e nei rapporti con il divino non si mescolavano al popolo dei fedeli della parrocchia. Così fu premura dei signori di Colloredo edificare anche una cappella propria, in cui officiasse un sacerdote da loro prescelto, e dotarla dei beni necessari per la prebenda del prelato e le necessità della chiesa. Come è indicato con precisione in un documento del 1330, la sua opera doveva svolgersi – “nei confronti dei nobili signori e delle loro donne nonché dei loro servitori e di quanti abitavano entro il fossato del castello e nelle immediate adiacenze” a cui aveva facoltà di somministrare tutti i sacramenti(30). Il ruolo della cappella castrale non era quindi indirizzato all’azione pastorale nei confronti di tutto il popolo dei fedeli, come la parrocchia(31). La sua funzione era posta in stretto collegamento con il circoscritto gruppo dei signori del castello, da cui dipendeva totalmente, sia sul piano economico che su quello della scelta del sacerdote officiante. E questo perché la cappella, non meno del castello, ma in maniera diversa perché intangibile e inviolabile, era il luogo privilegiato dell’identità e della continuità della stirpe, lo scrigno della memoria familiare, l’arca delle spoglie terrene della casata gentilizia. Questa consapevolezza si coglie molto bene nel testamento di Guglielmo, che, al momento della morte, dopo aver dato l’avvio alla costruzione del castello, esortava gli eredi a edificare anche una cappella dedicata alla Vergine e ai santi Andrea e Mattia(32). A questo collegava le memorie più antiche della propria casata, rammentando come, sia a Mels che a Venzone, dove i loro antenati avevano eretto delle chiese, le avessero sempre dedicate a questi apostoli(33). E aveva ricordato come la loro famiglia traesse le proprie origini da due fratelli svevi provenienti da Waldsee, Enrico e Liabordo. Costoro avevano accompagnato nel suo viaggio a Roma l’imperatore Corrado II – era il 1027 – e al ritorno uno di essi, Liabordo, aveva deciso di restare in Friuli(34). Di questi avvenimenti, risalenti a quasi tre secoli prima, e degli altri atti e disposizioni che avevano costruito nel tempo la storia dei Waldsee-Mels, poi Colloredo, si era conservata testimonianza attraverso documenti pubblici e privati, che però – sempre secondo le parole di Guglielmo – erano andati distrutti quando il castello di Mels venne bruciato(35). Ma la memoria familiare suppliva alla perdita della documentazione scritta e, proprio mentre si mettevano le basi per l’esistenza di una nuova schiatta, era in grado di proiettare indietro nel tempo i fili che legavano le generazioni. Anche per Colloredo – come per molti castelli friulani – abbiamo una storia di costruzioni, distruzioni, riedificazioni, a seguito della quale il castello cambierà completamente il suo aspetto esteriore ed interiore, si ingrandirà per ospitare una progenie sempre più ramificata, finirà per assumere i connotati di villa patrizia e per cambiare poi ulteriormente la sua destinazione d’uso e la sua funzione. Ma resterà sostanzialmente inalterata la forza del segno impresso, da tanti secoli, sul territorio: luogo dove si accentrano gli sguardi, punto attorno a cui sembra annodarsi la trama delle storie degli uomini.(1)                                            

Il documento, trascritto “ex autentico” da Giuseppe Bini, è stato pubblicato da G. B. DI CROLLALANZA, Memorie storico-genealogiche della stirpe Waldsee-Mels e più particolarmente dei Conti di Colloredo, Pisa 1875, pp. 291-292. 
(2) Glizoio di Mels, succeduto al padre nel 1231, aveva ereditato, tra gli altri domini, la signoria su Venzone e aveva puntato sul potenziamento di questa località quale polo capace di attrarre mercanti e viaggiatori d’Oltralpe in transito, in concorrenza con Gemona. A tal fine aveva concesso di tenere un mercato settimanale fuori dal borgo di Venzone, iniziativa che venne fortemente osteggiata da Gemona a cui un diploma patriarcale del 1184 attribuiva il monopolio in questo settore. Ciò non valse ad interrompere il costante afflusso di merci e persone e si innescò un trend economico positivo a favore della cittadina ed anche di Glizoio, che percepiva gli introiti di dazi e pedaggi. Per consolidare e incrementare il ruolo di Venzone contro l’ostilità dei gemonesi e del patriarca, nel 1255 stipulò un patto commerciale con la Repubblica di Venezia e nel 1261 si accordò con il conte di Gorizia, signore del porto di Latisana, con cui concordò agevolazioni tariffarie per le merci imbarcate in quel porto che passassero da e per Venzone. Si creò un asse venzonesegoriziano assai forte non solo dal punto di vista economico ma anche politico, con implicazioni strategico-militari, dal momento che Venzone controllava la stretta delle montagne attraverso cui passava la via che portava Oltralpe. Questo stato di cose venne percepito come potenzialmente minaccioso per i propri interessi quando sul soglio patriarcale si insediò Raimondo della Torre, che rafforzò il divieto di tenere mercato e intraprese tutta una serie di azioni in appoggio alle rivendicazioni dei gemonesi e a detrimento di Glizoio e dei venzonesi. Così quando, qualche anno dopo, nel 1283, Guglielmo successe al padre, cercò di liberarsi di quel possesso che ormai causava più questioni e grattacapi che introiti sicuri, cercando ovviamente di ricavarne il massimo beneficio economico. Lo vendette, nel 1286, al conte di Gorizia Alberto, ma l’alienazione non venne ratificata patriarca, che in qualità di superiore feudale di Guglielmo doveva dare il suo beneplacito. A questo punto Guglielmo di Mels lo vendette al patriarca per lo stesso prezzo, vale a dire 1.500 marche. Va aggiunto però che nel 1288 il patriarca, che aveva bisogno di mezzi finanziari per condurre la guerra in Istria contro i Veneziani, lo rivendette a Mainardo di Carinzia, fratello del conte Alberto di Gorizia, come feudo vitalizio non trasmissibile eredi. Su queste vicende, oltre a DI CROLLALANZA, Memorie, cit., vedi anche V. JOPPI, Notizie storiche della Terra di Venzone, Udine 1871 e C. G. MOR, I primi secoli di vita a Venzone, in Venzon, 48° Congresso della Società Filologica Friulana, Udine 1971. 
(3)L’idea si presenta in maniera ricorrente in molti autori, specie di studi castellologici. Vedi ad esempio A. DI COLLOREDO MELS, I Colloredo che abitarono il “corpo di guardia”, in V. TOMADIN, Colloredo Duemila. Nuove testimonianze archelogiche dall’ala Nievo del castello di Colloredo di Montalbano, Monfalcone 2000, pp. 15-23, a p. 18. 
(4)Le strade principali che collegavano i porti marittimi o fluviali alle vie che valicavano le montagne seguivano o la direttrice Gemona-Artegna-Tricesimo-Udine oppure la Gemona-Osoppo-San Daniele. La via, diritta come una freccia, che da Udine punta alla torre portaia o dell’orologio, fu aperta nel XVIII secolo, quando il castello non assolveva più alcuna funzione militare o di controllo del territorio. 
(5)Le strade principali erano pattugliate da squadre di armigeri agli ordini del maresciallo patriarcale; in altri casi la sicurezza delle merci e delle persone era affidata ad una scorta armata, che veniva data da alcuni grandi signori territoriali dietro il pagamento di una tassa denominata ‘galaito’. Proprio di questo si avvalsero i conti di Gorizia e Tirolo per porre sotto il proprio controllo tutto il percorso che dai paesi dell’entroterra austriaco portava al mare, creando una direttrice Venzone – Latisana, che passava per Codroipo e Belgrado (enclaves goriziane in territorio patriarcale) che era parallela e concorrenziale rispetto a quella controllata dal patriarca, che da Gemona puntava verso i porti di Monfalcone e Aquileia. Vedi H. KLEIN, Das Geleitsrecht der Grafen von Görz «vom Meer bis zum Katschberg», in “Carinthia”, I, 147 (1957), pp. 316-333. 
(6)Vedi D. DEGRASSI, Frontiere, confini e interazioni transconfinarie nel medioevo: alcuni esempi nell’area nordorientale d’Italia, in “Archivio storico italiano”, CLX (2002), II, pp. 195-220. 
(7)Vedi nota 2. 
(8) “Dominus Octhobonus, Dei gratia sancte sedis Aquilejensis Patiarcha, … concessit … domino Guielmo predicto… quod…edificare possit de novo et facere domum unam de muro, altam a terra de sex passibus ad passum comunis, cuius muris esse possit grossitudinis duorum brachiorum, in quedam collisello ipsius domini Guielmi in villa de Colloreto et ipsam domum fortificare possit et valeat fossatis et muro”. Vedi DI CROLLALANZA, Memorie, cit. pp. 291-292. 
(9)Il 19 febbraio 1287 il patriarca Raimondo della Torre concesse ai fratelli della casata dei Villalta Rantolfo, Dietalmo ed Enrico, nonché al loro nipote Federico, di costruire una casa in pietra su un terreno di loro proprietà sito sulla motta di Variano. Il muro della casa poteva innalzarsi per 40 piedi ed avere uno spessore di tre piedi. Intorno al cortile potevano costruire un muro alto 10 passi. Il regesto del documento è pubblicato in G. BIANCHI, Documenta historiae forojuliensis saeculi XIII ab anno 1200 ad 1299 summatim regesta, Wien 1861, n 528. In F. DI MANZANO, Annali del Friuli, vol. III, Udine 1860, p. 201, la concessione viene posticipata al 1288.
(10)Nel 1292 il patriarca Raimondo permise ai fratelli Artusino, Musatto, Lodovico e Rantolfino, anch’essi della casata dei Villalta, di edificare un castello “supra mota Cavoriaci”. L’edificio (domus) poteva innalzarsi per dieci passi, mentre la cinta muraria poteva essere spesso un passo comune. Vedi BIANCHI, Documenta, cit., n. 607. Non si trattava di un castello costruito ex novo, come nel caso di Colloredo, ma di una riedificazione su di un sito che già aveva ospitato un insediamento castellano, poi in gran parte distrutto per ordine del patriarca perché il suo signore, appartenente ad un casato diverso da quello dei Villalta, si era schierato con i nemici del patriarca e a lungo l’aveva combattuto. T. MIOTTI, Castelli del Friuli, 2, Gastaldie e giurisdizioni del Friuli centrale, Udine, s.d. [1977?], alla voce “Caporiacco”. 
(11) La riduzione a valori metrici decimali è stata ottenuta utilizzando le tavole di ragguaglio riportate in G. PERUSINI, Vita di popolo in Friuli. Patti agrari e consuetudini tradizionali, Firenze 1961, pp. 243-270. 
(12)Non vi sono dati chiari in proposito neanche dopo le indagini archeologiche eseguite all’interno del castello per le quali vedi V. TOMADIN, Il castello di Colloredo di Monte Albano: testimonianze archeologiche, in T. MIOTTI, I castelli del Friuli, 7, Udine 1988, pp. 187-218. Il contributo di Tomadin è stato riedito, con l’aggiunta di tavole e disegni, a cura del Comune di Colloredo di Montalbano nel 1989. Vedi inoltre V. TOMADIN, Colloredo duemila. Nuove testimonianze archeologiche dall’ala Nievo del castello di Colloredo di Montalbano, Monfalcone 2000. 
(13)Nel codicillo del testamento di Glizoio, redatto il 13 ottobre 1303, si definisce esplicitamente l’edificio, alla cui fabbricazione era stato dato inizio, castrum Colloreti e in altri documenti si menzionano mura di cinta e fossato. 
(14)Vedi T. MIOTTI, Castelli del Friuli, 2, Gastaldie e giurisdizioni del Friuli centrale, Udine, s.d. [1977?], alla voce “Colloredo di Montalbano”, pp. 126-139, a p. 131 e DI COLLOREDO MELS, I Colloredo, cit., a p. 18. 
(15)Il servizio militare in qualità di combattenti a cavallo (milites) era prerogativa delle stirpi nobiliari ed era dovuto al patriarca di Aquileia, di cui i Colloredo erano vassalli. Normalmente veniva prestato entro i confini della Patria del Friuli ed infatti nell’imposizione della taglia militare ricordate dal Parlamento Friulano sono annotati regolarmente i contingenti di truppe che i Colloredo dovevano condurre con sé. Eccellenza nell’arte del combattimento a cavallo e fedeltà personale furono le qualità che fecero sì che i Colloredo venissero chiamati a combattere anche fuori dalla Patria, al seguito dei patriarchi Torriani che cercavano di recuperare i domini aviti in Lombardia. Vi è al riguardo un’attestazione di pagamento da parte del patriarca Pagano della Torre ad Asquino di Colloredo per le spese per i cavalli sostenute al suo seguito in Lombardia nel 1322. Vedi DI CROLLALANZA, Memorie, cit., doc. VII, pp. 292-293. 
(16)Vedi A. A. SETTIA, Rapine, assedi, battaglie: la guerra nel Medioevo, Roma-Bari, 2002. 
(17)Esemplare in tal senso le vicende dei Caporiacco di prima dinastia, rapidamente richiamate alla nota 10. 
(18)Vedi P. PASCHINI, Storia del Friuli, 2 voll., Udine 1954, vol. II, pp. 57-60. Il resoconto degli avvenimenti ci è stato tramandato dal cronista coevo Giuliano da Cividale: JULIANI CANONICI, Civitatensis Chronica (1252-1364), a cura di G. Tambara, Città di Castello 1905 (Rerum Italicarum Scriptores XXIV, XIV-XV), pp. 50-52. 
(19)“Diruto castro prescripto [si riferisce al castello di Susans], statim obsedit idem dominus Comes castrum de Coloreto. Et cogitantes domini se non posse tenere, de dicto castro se subtraxerunt, dimisso loco bene munito farina, vino et aliis necessariis, nec non bonis balistis et viris non paucis. Demum dominus comes ipsum locum habuit, affidatis tantum personis que intus erant, die VI exeunte junio. Et ipsum funditus fecit dirui, acceptis prius bonis intus repertis.” Vedi JULIANI, Civitatensis Chronica, cit., p. 51. 
(20)Gli investimenti fondiari furono particolarmente intensi negli anni tra 1286 e 1293. Probabilmente ciò fu dovuto alla necessità di investire le 1.500 marche, ottenute dalla vendita del possesso di Venzone, in possessi in grado di assicurare alla famiglia introiti economici che sostituissero quelli alienati. Vedi in proposito G. SCAINI, Struttura familiare e patrimoniale dei signori di Colloredo nel secolo XIV: introduzione storica e documenti, tesi di laurea, Università degli Studi di Trieste, Facoltà di Lettere e Filosofia, rel. Giovanni Miccoli, a.a. 1970-71. 
(21)Vedi Le campagne friulane nel tardo medioevo. Un’analisi di censi dei grandi proprietari fondiari, a c. di P. CAMMAROSANO, Udine 1985. 
(22)“Si scorge negli avvenimenti di questi anni una tendenza sempre crescente nella nobiltà friulana di procedere secondo i suoi particolari interessi sottraendosi il più possibile all’azione moderatrice del patriarca” rileva P. PASCHINI, Storia del Friuli, Udine 1954 (2^ ed. rifatta), vol. II, p. 52, riferendosi proprio agli anni tra 1302 e 1315. 
(23)Vanno valutati in questo senso anche i suoi tre matrimoni, che lo legarono a importanti clan famigliari del Patriarcato. La prima moglie fu Amorosa, figlia di Asquino di Pers e Varmo. La seconda fu Guidelerca o Guilimberch, che apparteneva alla stirpe dei Caporiacco e Villalta: era infatti figlia di Artuico di Caporiacco e sorella di Nicolò e Angelo. La terza moglie fu Benvenuta dei Turiscendi di Verona, già vedova di Giacomo di Ragogna a cui aveva dato due figli. Tutte e tre le mogli dettero figli a Guglielmo. Vedi SCAINI, Struttura familiare, cit. 
(24)Vedi J. HEERS, Il clan familiare nel medio evo, Napoli 1976 [ed. orig. Paris 1974]. 
(25)Restano fondamentali al riguardo le considerazioni di P. CAMMAROSANO, Strutture d’insediamento e società nel Friuli dell’età patriarchina, in “Metodi e ricerche”, I (1980), pp. 5-22. 
(26)Per una sintesi rapida ma esaustiva sull’argomento, vedi S. CAROCCI, Signori, castelli feudi, in Storia medievale, Roma 1998 (Manuali Donzelli), pp. 247-267. 
(27)Vedi Le campagne friulane, cit. 
(28)Vedi in generale sul Friuli M. ZACCHIGNA, Note per un inquadramento storico della produzione statutaria friulana, in La libertà di decidere: realtà parvenze di autonomia nella normativa locale del medioevo, Atti del convegno nazionale di studi, a cura di Rolando Dondarini, Cento, 1995, pp. 387-394. Per Colloredo vedi V. JOPPI, Capitoli della giurisdizione de’ nobili di Colloredo pubblicati l’anno 1622, Udine 1887. 
(29) Vedi S. ZAMPERETTI, I piccoli principi. Signorie locali, feudi e comunità soggette nello Stato regionale veneto dall’espansione territoriale ai primi decenni del ‘600, Treviso 1991, in particolare alle pp. 187-222. Una fine e approfondita disamina del problema è ora offerta da M. ZACCHIGNA, L’inclinazione signorile delle aristocrazie friulane nello sviluppo della normativa locale (secoli XIV-XV), in Signori, regimi signorili e statuti nel tardo medioevo, a c. di R. Dondarini, G. M. Varanini, M. Venticelli, Bologna 2003, pp. 191-203. 
(30)Si tratta dell’autorizzazione accordata dal Capitolo di Cividale – da cui dipendeva la chiesa parrocchiale di Lauzzana, nella cui giurisdizione era compreso il castello – ai signori di Colloredo a nominare una persona di loro gradimento quale sacerdote officiante nella cappella che essi avevano costruito e dotato. L’atto, datato 13 febbraio 1330 si legge in DI CROLLALANZA, Memorie, cit., pp. 293-294. 
(31)Sul rapporto distinto e talvolta divergente tra chiesa parrocchiale e cappella del castello vedi G. VALE, Lauzzana. Notizie storiche, a cura di A. Mucchino; saggio introduttivo di F. Micelli; note al testo di L. Cargnelutti, Udine s.d. [1991] e le considerazioni di F. MICELLI, La parrocchia di Lauzzana: geografia religiosa e storia della comunità, ivi, pp. 11-37. 
(32)Il testamento è datato 13 ottobre 1303 e, con formula consueta, si dichiara che il testatore era lucido di mente ancorché ammalato nel corpo. Vedi SCAINI, Struttura familiare, cit., pp. XX-XXII. Non vi sono documenti che attestino con precisione la data della morte. 
(33)La chiesa di S. Andrea, oltre ad un torrione, furono fino al terremoto del 1976 le uniche vestigia superstiti del castello di Mels. Una notizia riferisce che tale chiesa fu consacrata nel 1056. Vedi MIOTTI, Castelli del Friuli, 2, cit. alla voce “Mels”, pp. 210-211. Il Duomo di Venzone è tuttora dedicato a S. Andrea. 
(34)Vedi SCAINI, Struttura familiare, cit., pp. XXX-XXXII. 
(35)Secondo Miotti ciò avvenne nel 1262. Vedi MIOTTI, Castelli del Friuli, 2, cit. alla voce “Mels”, a p. 209. 

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