Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

La regina Margherita

tratto dal libro: LA REGINA MARGHERITA di Romano Bracalini

 

Savoia e Asburgo facevano tutto in famiglia: matrimoni e guerre. Era consuetudine secolare che alla corte di Torino gli uomini parlassero in francese (o in dialetto) e le donne in tedesco. Nel 1789 Vittorio Emanuele I aveva reso omaggio alla regola sposando Maria Teresa d’Austria d’Este.

Vittorio Emanuele I

Vittorio Emanuele I

Maria Teresa d'Austria d'Este

Maria Teresa d’Austria d’Este

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1817 Carlo Alberto l’aveva imitato conducendo all’altare Maria Teresa di Lorena.

Carlo Alberto

Carlo Alberto Savoia

Maria Teresa d'Asburgo Lorena

Maria Teresa d’Asburgo Lorena

 

 

 

 

 

 

 

Gli scambi d’anello erano reciproci, e appena tre anni dopo era toccato alla bellissima Maria Elisabetta, sorella minore di Carlo Alberto, andare in sposa al brutto arciduca Ranieri, viceré del Lombardo-Veneto.

Maria Elisabetta Savoia Carignano

Maria Elisabetta Savoia Carignano

 

arciduca Ranieri

arciduca Ranieri

 

 

 

 

 

 

Dal matrimonio era nata Maria Adelaide che nel 1842 divenne moglie di Vittorio Emanuele II, figlio maggiore di Carlo Alberto.

Maria Adelaide d'Asburgo Lorena

Maria Adelaide d’Asburgo Lorena

Vittorio Emanuele II

Vittorio Emanuele II

 

Adolphe Thiers

Adolphe Thiers

Ne conseguiva un giro strettissimo e complicato di parentele. Ranieri, che era contemporaneamente suocero e zio di Vittorio Emanuele e zio di Ferdinando d’Austria, poteva vantarsi d’avere per nipoti un imperatore e un re. Savoia e Asburgo, “incestuosi e fratricidi”, avevano finito per assomigliarsi non solo fisicamente ma anche nel modo di far politica. Entrambi reazionari e codini ma con troppi interessi in comune per non essere potenziali rivali. In effetti quando non si legavano in matrimonio si facevano la guerra. Quella del 1866 aveva interrotto una noiosa tradizione e abbassato al livello più infimo il prestigio della monarchia italiana. “Custoza” aveva esclamato Cesare Correnti “fu un errore, Lissa una viltà”. Dopo quella sfortunata campagna, che solo grazie alle armi prussiane aveva fruttato il Veneto, l’Italia s’era trovata politicamente isolata. La questione romana rendeva la Francia ostile ai Savoia. La Prussia, dopo le loro ultime deludenti prove sul campo, giudicava gli italiani “vili e traditori”. La situazione spinse decisamente l’Italia a riavvicinarsi a Vienna e a ristabilire l’anno dopo gli antichi ed alterni vincoli d’amicizia tra le due casate. Era destino dell’Austria d’essere di volta in volta pronuba delle nozze dei Savoia o vittima della loro cupidigia. Nello svolgimento degli eventi dal 1859 in poi, il diplomatico francese Adolphe Thiers non ravvisava se non la pratica del motto di un principe sabaudo:  “L’Italia è un carciofo che casa Savoia deve mangiare foglia a foglia”. Carlo Alberto non aveva potuto portare a termine l’impresa perché il suo concetto di stato unitario non andava oltre l’idea di un “grande Piemonte”. Non la pensava diversamente Massimo D’Azeglio

Massimo D Azeglio

Massimo D Azeglio

che in privato era solito ripetere: “L’Italia è il Piemonte, il resto è merda”. Ciò che impediva a Carlo Alberto di esprimersi allo stesso modo era la sua aristocratica decenza. Anche Vittorio Emanuele II era rimasto “piemontese”.

Napoleone III

Napoleone III

Nel settembre 1864 il regno d’Italia aveva concluso con Napoleone III una convenzione in base alla quale la Francia s’impegnava a ritirare le sue truppe da Roma e l’Italia – a garanzia della sua rinuncia alla città dei papi – accettava di trasferire la capitale a Firenze. Ma a palazzo Pitti, ultima residenza del granduca di Toscana, Vittorio Emanuele si sentiva estraneo e appena poteva scappava. Di solito era la caccia o qualche estemporanea avventura galante a richiamarlo nel suo vecchio Piemonte.

Il suo improvviso arrivo a Torino nel gennaio 1868 aveva uno scopo più importante. Nel maggio dell’anno prima il suo terzogenito Amedeo Ferdinando, duca d’Aosta,

Amedeo Ferdinando Savoia

Amedeo Ferdinando Savoia

Maria Vittoria dal Pozzo Cisterna

s’era sposato senza amore con la principessa Maria Vittoria Dal Pozzo Cisterna.

 

Nelle intenzioni del re il primogenito Umberto, erede al trono, avrebbe dovuto precederlo se una disgrazia non glielo avesse impedito. La promessa sposa del principe ereditario era la bellissima Matilde, figlia dell’arciduca Alberto, che nel ’66 aveva sconfitto gli italiani a Custoza.

Conte Cibrario

Conte Cibrario

Il conte Cibrario, fiduciario di Vittorio Emanuele II a Vienna, aveva scritto al sovrano in termini entusiasti: “All’incontro la principessa Matilde risulta buona, affettuosa, sana. Avrà 25 milioni. L’imperatore è lieto di darla”. La tragedia aleggiava spesso alla corte di Vienna: sembrava facesse parte della sua cupa e immutabile rappresentazione. Matilde morì una sera d’estate avvolta tra le fiamme del suo vaporoso negligé di organza e pizzi nel tentativo di nascondere alla severa nutrice la sigaretta che stava fumando in attesa del bagno. Ogni soccorso fu inutile. la notizia lasciò Umberto più impressionato che addolorato. Matilde non l’aveva mai vista e presto si sentì nuovamente libero.

Matilde d'Austria Tesche

Matilde d’Austria

Libero lo era per modo di dire perché già a quel tempo era sentimentalmente legato alla bellissima duchessa Eugenia Bolognini-Litta che Vittorio Emanuele riteneva più adatta a lui che a suo figlio.  

Eugenia Bolognini-Litta

Eugenia Bolognini-Litta detta “la bella bolognina”

Quella maliziosa allusione avva rafforzato la voce che anche lui, dopo Napoleone III, fosse stato suo amante. 

Umberto I

Umberto I

Umberto l’aveva conosciuta a un ballo a Milano, dove lei risiedeva e dove lui era comandante di divisione dal 1864. La Litta, che i milanesi chiamavano affettuosamente la “bella bolognina”, era di sette anni più anziana di Umberto: “i fianchi possenti, il petto turgido, capelli nerissimi, occhi e bocca sennsuali”. Dalla relazione sarebbe nato un figlio che più tardi Umberto, già sposato e re, avrebbe accompagnato al cimitero di Vedano al Lambro.

La Litta era sposata dal 1855 con il duca Giulio Litta Visconti-Arese, un uomo inadatto alle sue ambizioni: ma a lei serviva un titolo altisonante perché quello che le aveva lasciato il padre Giovanni Giacomo Attendolo Bolognini era sicuramente fasullo. Si diceva chela giovinetta avesse cullato sogni ambiziosi e galanti per cui diceva agli intimi: “Voglio avere per schiavi imperatori e re”. A Milano viveva sola con la madre nel palazzo di via Manara; e Umberto fu completamente soggiogato dalle due donne che recitavano “con raffinata civetteria la commedia della passione e del sentimento”.

La Litta era certa che niente e nessuno l’avrebbe separata da Umberto. Ma il re aveva altri progetti per l’erede. Maria Adelaide gli aveva dato otto figli, sei maschi (di cui gli ultimi tre morti in tenera età) e due femmine (Clotilde e Maria Pia).

Clotilde Savoia

Clotilde Savoia

Maria Pia Savoia

Maria Pia Savoia

A Umberto, essendo il maggiore, il trono spettava di diritto; ma Vittorio Emanuele, memore della vecchia regola francese secondo la quale il fratello del re era d’impiccio se non un pericolo per il sovrano, avrebbe accontentato anche l’ambizioso Amedeo dandogli nel 1870 la vacante e precaria corona  di Spagna che più che preoccupazioni e dolori non avrebbe procurato al suo possessore. Oddone, l’altro maschio superstite, era deficiente e “non avrebbe potuto dare origine ad alcun lignaggio”. In attesa dunque che anche Umberto si accasasse, il padre lo allontanò dalla Litta e lo spedì all’estero. Il principe ereditario vagò per l’Europa per circa quattro mesi: da Parigi a Berlino; da Pietroburgo a Parigi. Il padre non gli consentì di venire a Milano nemmeno in occasione dell’inaugurazione della Galleria Vittorio Emanuele il 15 settembre 1867. Al suo rientro in Italia, il mese dopo, gli venne offerto il comando della divisione territoriale di Bologna, che rifiutò per restare a Milano. Il 26 gennaio 1868 il padre lo chiamò urgentemente a Torino. Dopo la tragica morte di Matilde non c’era più principessa europea in età da marito che ambisse a diventare sua sposa. Ma erano esigenti anche i Savoia i quali pretendevano che le donne che entravano in famiglia fossero giovanissime, docili e cattoliche. Una soluzione il re l’aveva trovata. L’idea, si disse a corte, gliel’aveva suggerita il presidente del consiglio generale Menabrea, desideroso quanto Vittorio Emanuele di dare legittima continuità alla dinastia.

Menabrea

Menabrea

 La proposta del Menabrea era in un certo qual modo rivoluzionaria perché la prescelta era la principessa Margherita, figlia di Elisabetta di Sassonia e di Ferdinando, duca di Genova, fratello minore del re, morto di tisi a 33 anni.

regina Margherita

La regina Margherita