Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara

 

dal libro 

LUCREZIA BORGIA

Duchessa di Ferrara

autore: Michele Catalanoed.  1920 – A. Taddei & Figli

Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara, Modena e Reggio

Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara, Modena e Reggio

Figlia illegittima di papa Alessandro VI e della sua  amante Vannozza Cattanei, nasce a Subiaco il 18 aprile 1480.  Duchessa di Bisceglie, contessa di Pesaro e Gradara, principessa di Salerno, governatrice del ducato di Spoleto, diviene duchessa di Ferrara come moglie del duca Alfonso I d’Este.  

Muore a Ferrara il 24 giugno 1519, a 39 anni, di febbri puerperali. E’ sepolta a Ferrara nella chiesa del Corpus Domini.

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Gettiamo un velo sul periodo romano della vita di Lucrezia Borgia, e seguiamo l’avventurosa figlia di papa Alessandro VI, da quando, sull’alba del 1502,  lascia la città eterna, cui erano congiunte le orribili memorie degli anni trascorsi, per avviarsi, in mezzo a una festosa cavalcata, alla volta di Ferrara.

Le nozze erano state celebrate in Roma con sfarzo immenso: corse la palio, cacce al toro, lotte atletiche, cavalcate trionfali, giostre, commedie, balli, sontuosi banchetti. Un ordine del papa aveva anticipato il carnevale i Romani s’erano dati ai tripudi con trasporto ed ebbrezza.

Il magnifico corteggio di circa un migliaio di persone partì da Roma il 6 gennaio, traversò l’Umbria e le Romagne, lietamente accolto dia Baglioni di Perugia, dai Montefeltro d’Urbino, dai Bentivoglio di Bologna, e giunse alla fine del mese in vista della capitale del ducato estense,  ove Ercole I aveva preparato un ricevimento di un fasto straordinario.

Il primo febbraio, a Malalbergo, Lucrezia aveva incontrato la cognata Isabella marchesa di Mantova:

Alfonso I d'Este

Alfonso I d’Este

a Torre della Fossa l’aspettavano il duca, lo sposo Alfonso, gli ambasciatori di varie potenze italiane e straniere, e un gran numero di cortigiani estensi. La novella sposa, che veniva in bucintoro (barca), scese sullal sponda del canale e baciò la mano al vecchio duca, che la baciò a sua volta cordialmente; quindi, risalita in nave coi novelli parenti, continuò il viaggio, mentre la turba dei gentiluomini l’accompagnava cavalcando sugli argini. La sera Lucrezia albergò nel palazzo di Alberto d’Este, che sorgeva nel borgo di S. Luca, sull’altra ripa del Po. di fronte alla Porta di S. Paolo.Il giorno seguente, ad ore 21, circa le 14 di oggi, la sposa traversò il ponte, chiamato di Castel Tedaldo dal nome dell’antica fortezza oggi scomparsa, ed entrò in città. noi siamo informati minutamente dell’ordine della splendida cavalcata. Precedevano tre squadre di balestrieri con livrea bianca e rossa, coi capelli ornati di leggiadri pennacchi; quindi la banda musicale, composta di pifferi, tamburi e trombette; seguiva lo sposo, vestito di un saione di velluto rosso, tempestato di scaglie d’oro battuto.

Ed ecco apparire su di un cavallo leardo, coperto di velluto chermisino, ricamato a foglie di quercia, ecco Lucrezia, dall’alta purissima fronte, dal viso splendente come una dea, con la bionda chioma circonfluente  che le scendea sulle spalle, come un manto di fili d’oro scintillanti ai raggi del sole. Portava una cuffia lavorata sottilmente e adorna di gemme e pietre preziose: il petto aveva luccicante di diamanti; il corpo racchiuso nell’elegantissima camóra (gonnella) di damasco cremisino, intessuto in liste di broccato d’oro riccio: le spalle aveva protette da una sbernia (mantello) di broccato d’oro, foderato di ermellino. Quando la videro, gli astanti fremettero di commozione, come dinanzi a un’apparizione angelica, mentre dessa, la sposa, col suo sguardo candido, col suo giocondo sorriso, con lo splendore dei suoi ventidue anni, conquistava in un balzo il cuore del  suo popolo.

Cavalcava sola, sotto un baldacchino di porpora, tenuto dai dottori dello Studio: intorno per staffieri aveva sei gentiluomini ferraresi: dietro venivano a cavallo il duca Ercole, la duchessa di Urbino e una turba di gentildonne su tredici cocchi di corte; poi il lungo carriaggio di sessantotto muli, carichi dei tesori di Lucrezia, donati dal papa con prodigo fasto a spese della cristianità: infine molti forestieri a cavallo e un codazzo di borghesi e villani, accorsi da lontano per ammirare le feste. Giammai agli occhi attoniti dei ferraresi, pure abituati allo splendore della loro Corte, era comparsa cavalcata più magnifica e più suntuosa.

Il cielo era sereno, il tempo era bello, e la superstiziosa Lucrezia doveva trarne buon augurio, non ostante che, nell’entrare in città, il suo cavallo, spaventato dagli spari e i fuochi d’artificio, s’impennasse e facesse cadere la gentile amazzone. Ma il suocero la aiutò subito a montare su di una bianca mula e Lucrezia rise dell’accaduto, senza annettervi alcuna importanza.

la festosa comitiva proseguì facendo un giro per le vie principali, ove, qua e là, sorgevano tribunali o palchi, dipinti dai più eccellenti artisti del tempo. Alla porta di Castel Tedaldo, su di un palco in forma di torrione, apparvero tre bimbi, raffiguranti Venere, Pallade e Giunone: uno di essi recitò graziosamente un discorsetto d’occasione, Giunti  a S. Domenico, la cavalcata continuò per S. Stefano, via Ripagrande, Schifanoja,  voltò per D. Francesco e il saraceno, e si fermò dinanzi al campanile del Duomo. Quivi un giocoliere, chiamato il Cingaro, scese velocemente  dalla torre dell’Arringa (che sorgeva quasi di fronte la campanile) e strisciando col petto su di una corda, senza toccarla né con le mani né coi piedi, parve volasse sino alla Porta del Duomo detta dei Mesi (che si apriva in Piazza delle Erbe) ;  nello stesso tempo, un altro saltimbanco scendeva per una corda legata a una finestra della torre di Rigobello, che si ergeva in Piazza, all’angolo di via Cortevecchia. La sposa fu condotta dinanzi al Palazzo ducale, entrò per il portone adorno delle famose statue di Niccolò e di Borso, salì lo scalone di marmo, in capo al quale era attesa dalla marchesa Isabella, che faceva gli onori di casa, e da una corona di gentildonne e donzelle. Intanto, nel cortile, i balestrieri e gli staffieri mettevano a saccomanno, secondo l’usanza di quei tempi, il baldacchino e la mula di Lucrezia, e i prigioni venivano scarcerati immediatamente.

Entrata la compagnia nel gran salone, illuminato sfarzosamente perché era già calata la notte, la sposa fece la conoscenza dei principali personaggi di corte, e dovette ascoltare gli epigrammi dei poeti: composto e severo l’epitalamio di Ludovico Ariosto; riboccanti di lodi per gli Estensi e i Borgia  le poesie di Celio Calcagnini e di Niccolò Maria Panizzato, il quale lodò, insieme con la bellezza, anche la pudicizia e l’onestà straordinaria di Lucrezia. Pellegrino Prisciano, il grave solenne oratore, pronunziò in latino il discorso di prammatica, compassato, intessuto di ricordi mitologici. Finalmente gli sposi furono lasciati soli.

II.- Signori, le particolarità che vi espongo e quelle che vi racconterò in seguito, non sono parto della mia fantasia, ma fondate scrupolosamente sui documenti del tempo. La fortuna mi ha fatto metter le mani su di una serie di lettere interessantissime, scritte dai cortigiani estensi e indirizzate ai Gonzaga, lettere che ci permettono di addentrarci nei più gelosi segreti dei duchi, che ci svelano i misteri delle alcove, che ci riportano i pettegolezzi di corte, tutti gli avvenimenti grandi e piccoli della capitale estense. In esse abbiamo insomma  un vero e proprio “giornale di Ferrara”, con questo di vantaggio sui nostri moderni quotidiani: che non vi si discorre solamente dei fatti pubblici , ma di quelli privati, degli scandali del girono, della vita intima di palazzo, con esattezza e abbondanza di particolari. Spesso l’avvenimento ci è raccontato da due o tre informatori, perché i signori di Mantova, che avevano strettissime relazioni di parentela e di affari e di politica con gli Estensi , volevano essere tenuti al corrente di tutto ciò che accadeva in Ferrara, sia in corte, sia in città.

Ma io non offenderò le vostre pudiche orecchie col ripetervi le salaci osservazioni e le scollacciate notizie delle corrispondenze ferraresi nella prima notte di matrimonio degli sposi: chi amerà averne più minuto ragguaglio, potrà leggere i documenti che pubblicherò in appendice a questa conferenza.

Gli sposi  dunque furono lasciati soli; e tiriamo, anche qui un velo, non ostante che ci dolga di passare sotto silenzio i piccanti particolari  offerti da una lettera di Isabella al marito rimasto a Mantova.  Solevano in quei tempi i parenti e gli amici accompagnare la sera a letto i novelli sposi con scherzi e motti pungenti, e, la mattina di poi, penetrare nella camera nuziale, facendo festoso baccano e informandosi senza discrezione dei segreti degli sposi. Ma Lucrezia ebbe risparmiata la serenata e la mattinata, forse perché era stanca del lungo viaggio e della battaglia con l’ardente sposo.

Nei giorni seguenti grandi feste e sollazzi. Nel Palazzo della Ragione furono rappresentate successivamente cinque commedie plautine, che principiarono al cader del sole e durarono, con le torce accese, quattro o cinque ore l’una. Di giorno si danzava nella sala grande, Lucrezia ballava che era una meraviglia, e ammaliò la corte con le sue danze romanesche e spagnuole al suono dei tamburini, mentre i suoi buffoni favoriti gridavano: “ Mira la gran signora, come è linda, come è cara, come danza bene”.

L’8 febbraio fu data l’ultima commedia : la Càsina di Plauto, con vaghe ed eleganti moresche, specie di danze pirriche o pantomine, delle  quali la più graziosa rappresentava una turba di uomini selvaggi che si disputava il possesso di una damigella , finchè interveniva a liberarla il Dio d’amore. Terminate le feste e congedati gli ambasciatori con ricchi regali, gli sposi andarono ad abitare nell’appartamento loro destinato in Castel vecchio.

III.- Non ostante le accoglienze straordinarie ricevute e la ricca dote che portava (centomila scudi d’oro, un’infinità di gioie, il dominio di Cento e Pieve, e la riduzione del censo che pagava Ferrara alla S. Sede da 4000 scudi annui a soli 100 ducati) , la posizione di Lucrezia non fu da principio delle più facili: la precedeva una fama non buona; l’accompagnava il nome pauroso dei Borgia, simbolo d’immoralità e dissolutezza.

Alfonso l’aveva sposata con molta riluttanza e non si era piegato alle nozze se non dopo lunghi tentennamenti; il vecchio duca aveva considerato il matrimonio come un semplice affare politico e finanziario, mercanteggiando ferocemente col papa sulla dote; la cognata Isabella, molto ben vista a Ferrara, le era già nemica, prima di conoscerla, perché gelosa della sua fama di squisita eleganza.

Ma Lucrezia era – come ci dicono le testimonianze del tempo – bella e. più che bella, incomparabilmente graziosa e ammaliatrice. La sua bionda chioma, il suo sorriso incantatore, la dolcezza dei modi, l amelodia delle sue parole, avevano incatenato fin dal primo incontro  il marito e affascinato il suocero, che si costituì suo cavalier servente e si compiacque di condurla spesso a diporto , sentendo ringiovanirsi accanto a quel fiore di grazia  e di leggiadria. Gli altri Estensi, che pur erano vecchi sottanieri, non seppero sottrarsi al suo fascino, e i ferraresi tutti, senza una sol voce discorde, rimasero estatici di avere per signora una dama così bella ed elegante.

Subito dopo le feste la troviamo in compagnia del vecchio duca in carretta (chè le carrozze con le molle furon introdotte solo alcuni anni più tardi dal cardinale Ippolito): Eccoli ambedue a visitare chiese e monasteri: S. Guglielmo, il Corpus Domini, S. Vito, S. Lucia; eccoli andare al Barco a veder volare i falconi, e uccidere le lepri coi leopardi e le volpi coi cani.

IV.-  Naturalmente il ghiaccio fu rotto a poco a poco e le prevenzioni non svanirono subito. Dapprima scoppiò tra suocero e nuora un’incresciosa lite a proposito dell’appannaggio cui Lucrezia aveva diritto. La figlia del fastoso Rodrigo Borgia, abituata ad attingere a piene mani nella cassa papale e a spendere senza contare, non pretendeva meno di 12000 ducati annui, mentre il duca non voleva ocncedere solo 8000 (il valore del danaro era allora da 15 a 20 volte superiore a quello d’oggi). Il dissidio  non fu composto facilmente, ma Lucrezia ne uscì vittoriosa. Contro l’ostilità della marchesa Isabella e la freddezza di taluni cortigiani oppose una certa sostenutezza che la fece apprezzare maggiormente.

Altri dispiaceri dovette provare per causa del suo seguito, di circa 500 persone, in prevalenza romani e spagnuoli, che dopo le feste si era considerevolmente  assottigliato, ma non quanto desideravano gli Estensi. Il duca, cui era molesto che tante bocche inutili gravassero sull’erario, si adoperò a sfrattarli e a rimandare anche la maggior parte delle damigelle di Lucrezia per sostituirle con giovanette della nobiltà ferrarese. In tale difficile congiuntura la Borgia mostrò tatto finissimo, subordinandolo le sue affezioni alla volontà del suocero e del marito, tanto che ne è sinceramente lodata dagl’informatori della rivale Isabella. Tuttavia ella potè tenere con sé alcune delle sue dame, tra le quali la cugina Angela Borgia, famosa per la sua bellezza.

A Ferrara, come a Roma, l’influenza di Lucrezia nei rapporti politici fu scarsissima: intorno a lei maturano sordi rancori, turbinano violenti passioni, esplodono feroci odi, ma ella rimane immota, inafferrabile, misteriosa come una sfinge, silenziosa nei suoi numerosi carteggi sulle questioni scottanti. Ella  rimane  con la bocca chiusa, come una creatura di sogno, e quando si scuote e mostra di accorgersi delle tragedie che avvampano nella sua nuova famiglia, corre spaurita in un monastero per implorare il Signore: è una creatura fragile la Borgia, che non sa dominare gli avvenimenti.

La morte del padre e la caduta del fratello non scossero la posizione della celebre donna, ma le recarono cordoglio non piccolo, chè ella teneramente li amava e teneramente ne era riamata. L’odio feroce di molti contro la potenza dei Borgia potè con la calunnia gettar eil fango sulle relazioni tra Alessandro VI, il Valentino e Lucrezia, ma la critica storica ha fatto giustizia di tali ignominie. E’ certo che gli Estensi non vi credettero. Poteva Alfonso amare e rispettare la sposa sua, se avesse menomamente creduto alle obbrobriose  dicerie sulle sue illecite relazioni? E il duca Valentino che l’8 settembre 1502 fu a Ferrara per visitare la sorella ammalata, sarebbe stato onorato ed accolto come cognato, se gli estensi non avessero rigettato le orribili calunnie sul suo conto?

V.- Con la morte di Ercole I diventata duchessa, Lucrezia per alcuni anni si dà interamente, con trasporto, alle sue due passioni preferite: i flirts e le feste. Le pungeva talvolta il pensiero del fratello lontano, ramingo o prigione, per il quale serbò sempre affetto grandissimo, tanto che si adoperò spesso in suo favore con ogni potere: unica azione politica che risulta dalla sua corrispondenza. E quando il Valentino morì all’assalto di un castello nella lontana Navarra, Alfonso le fece conoscere la dolorosa notizia con ogni circospezione.

Non era ancora trascorso un anno che la Borgia si trovava a Ferrara, quando conobbe il famoso Pietro Bembo, giovane elegante cavaliere veneziano, squisito poeta petrarchista, che diventerà il dittatore letterario dei suoi tempi.

Il Bembo era amico intimo di Ercole Strozzi, lo scrittore di finissimi versi latini che sono tra i più belli della Rinascenza ferrarese. Ad Ostellato, splendida villa estense, donata dal duca Borso agli Strozzi, si conobbero la fatale signora e l’ardente cavaliere, e si rividero più volte. Lucrezia non aveva profonda coltura, ma, da vera donna di mondo, doveva saper sfiorare ogni argomento in modo da convincere l’interlocutore che ella ne fosse conoscitrice. Figuratevi che seppe così abilmente gettare le reti sul bel cavaliere, da fargli credere che era una donna di intelletto superiore, ella, che era quasi bigotta! Il 15 dicembre 1502 il Bembo scrive infatti ad Ercole Strozzi: – E chi non farebbe festa a una donna così bella, così elegante, e non superstiziosa per nulla? –

La corrispondenza scambiata tra la spirituale dama e il famoso scrittore ci fa assistere al sorgere, all’ingigantirsi e al dilagare e trasbordare della passione. Da parte di Lucrezia fu forse – più che amore – sentimento, gentilezza: da parte del poeta, fu concupiscenza dei sensi e aspirazione dell’anima.

Ecco la Borgia inviare al Bembo una canzoncina spagnuola sentimentale. Ecco visitarlo quando è ammalato, e dimorare lungamente al letto di lui, e dargli a baciare la mano come gentile pegno di tenero sentimento. – Vi bascio quella mano – le scrive il Bembo – di cui la più dolce non fu mai tra gli uomini basciata, non dissi più bella, che più bella di lei non può nascere.

E in altra lettera più infocata, ove l’adorazione reverente assume la forma di passione che turba lo spirito e fa smarrire i sensi: – Ora bascio quella dolcissima mano vostra di cui il mio amore è distretto et oltre acciò, se mi date tanto ardire, basciovi l’uno di que’ due leggiadrissimi brillantissimi occhi vostri che m’hanno tutta piagata l’anima, prima e bella cagione, ma non sola, del mio fuoco.

In una poesia, composta dal Bembo in questo torno di tempo, Lucrezia è descritta come una gentildonna che accoppia alla venustà meravigliosa dell’aspetto le più squisite virtù: ella sa declamare versi, ella è poetessa, ella suona l’arpa e la cetra che è un incanto, ella danza da sembrare una dea, ella pare una creatura voluttuosa di sogno. – Se declami versi in lingua volgare – dice il poeta nell’elegia latina, di cui dò la traduzione – tu sembri una fanciulla nata in terra italiana. Se, presa la penna, componi versi e poemi, son versi e poemi che si confanno alle Muse. E sia che ti diletti toccare con l’eburnea mano l’arpa o la cetra, o suscitare con arte varia le note tebane; sia che ti piaccia rivocare l’onde vicine del Po, molcendo le correnti con l’allettamento delle noti soavi; o che ti giovi abbandonarti alle danze, che s’intrecciano, e saltare con l’agile piede al suon della nota, oh! quanto io temo che, accorgendosene per avventura qualche Dio, ti strappi furtivo dal mezzo del palazzo e ti tragga sublime con leggero volo nell’aere, facendoti dea d’un astro novello.

Anche se non ne porgesse testimonianza la ciocca di capelli biondi piamente conservata alla Biblioteca Ambrosiana di Milano e – come vuole la tradizione – donata al Bembo della Borgia, le lettere di lei, sicuramente autentiche, unite ai capelli, ci mostrano che la duchessa ricambiò il poeta di un affetto superiore all’amicizia. Ma se il suo cuore batté, non pare che ella abbia fallato: la stessa veemenza delle frasi nelle lettere del Bembo è prova che resisteva vittoriosamente e – del resto – il fantasma sanguinoso di Parisina doveva far rabbrividire la donna che ben sapeva con quali terribili supplizi gli Estensi punivano le adultere mogli.

Il romanzo abbozzato dovette essere troncato.

Verso la fine dei 1503 il Bembo partì da Ferrara – sembra – per sospetti nati in Alfonso. La corrispondenza continuò, ma la lontananza affievolì, pur senza spegnerla, la passione tormentosa. Lucrezia prendeva sempre parte ai dolori e alle gioie del suo poeta, ma con pacatezza e senza trasbordare. Nell’uomo invece la fiamma arse per gran tempo ancora. Il Bembo non dimenticò mai la luminosa apparizione, soffusa dal fascino della corte papale e della corona di duchessa, il fatale fiore borgiano che egli non poté suggere con le labbra desiose di voluttà.

La principessa e il poeta non si rividero mai più.

VI. – Ercole Strozzi, che era stato intermediario fra l’amico e l’inclita dama, favorì poi, molto più devotamente, un altro galante intrigo della Borgia.

Abbiamo visto con la marchesa Isabella, prima ancora di conoscere la cognata, aveva sentito gelosia della sua fama, aspirando essa al primato femminile dei suoi tempi. Ben se ne accorse l’astuta romana che ingaggiò con lei una gara di lusso e di eleganza.

Appena venuta a Ferrara, la Borgia mostrò la sua bravura nella danza, specialmente nei “balletti col tamburino” alla spagnuola, in cui fu riconosciuta regina incontrastata; poi, per brillare ancor di più di fronte alla cognata, fece spese tali da dover impegnare alcune gioie e chiedere soccorsi pecuniari al padre.

D’altra parte Isabella suonò, declamò poesie e cercò d’ingraziarsi i buffoni di Lucrezia con ricchi presenti, perché recitassero le sue lodi.

Ognuna delle due dame si adoperava per essere informata a puntino dell’acconciatura e dei vestiti della rivale: Isabella imponeva anzi ai suoi confidenti di Ferrara che gliene inviassero sempre esatta relazione.

Non parliamo poi dei pettegolezzi che fiorivano ogni giorno e dilagavano nelle corti galanti di Ferrara e di Mantova. Un giorno Alfonso, entrato all’improvviso nella camera della moglie, la trovò in intimo colloquio con fratello cardinale Ippolito, “dil che ne ristette multo suspeso” (scrive l’informatore). La tresca non esisteva, tuttavia Isabella seguiva con compiacenza tali dicerie. Un segretario di Isabella, Tolomeo Spagnuoli, scriveva nel 1509 al marchese Gonzaga: “La mia Ill. M. oggi si ha preso gran spasso di la Duchessa di Ferrara, qual per mostrare al marito di esser ben fidel e casta, si fa dormire Pietro Zorzo da Lampugnano in l’anticamera”.

Pietro Giorgio da Lampugnano era un nobile milanese, siniscalco di Lucrezia e amministratore dei suoi beni in Ferrara. Ma che la Borgia conducesse una vita così licenziosa come insinuava la cognata, sarà difficile credere. Ben altra era la sua mira: nientemeno che aggiogare al suo carro di trionfatrice il marito stesso di Isabella, il marchese Francesco, e molteplici testimonianze inducono a credere che riuscisse nell’intento.

Varie lettere di Ercole Strozzi al Gonzaga ci mostrano che l’intrigo fu condotto dalla Borgia con molta accortezza. In quanto poi al sapere se la relazione fosse stata peccaminosa, o se si trattasse soltanto di una vivace manifestazione di galanteria, son di quelle questioni che nemmeno i più intimi di solito riescono a risolvere. D’altra parte la fila note dell’intrigo sono ben tenui e non ci possono indurre a dare un giudizio risolutivo.

Mentre ferveva la galante relazione tra la Borgia e il marchese Gonzaga, Ercole Strozzi, lo zoppo poeta galeotto, l’intimo confidente di Lucrezia, la mattina del 6 giugno 1508 fu rinvenuto barbaramente crivellato di ferite, con le stampelle a lato, al cantone di S. Francesco.

Il tragico avvenimenti riempì la corte e la città di stupore e di spavento. Lo Strozzi si era sposato da poco con Barbara Torelli, vedova di Ercole Bentivoglio, donna d’ingegno e di rara bellezza. Era un po’ avanzata negli anni, perché aveva una figlia del primo letto già maritata con Lorenzo Strozzi, fratello di suo marito. Alla Torelli viene attribuito un famoso magnifico sonetto, composto per la morte dello sposo, sonetto che il Carducci giudicò “fra le pochissime belle poesie che abbiano mai scritto le donne italiane”. Ma l’attribuzione è fondata su basi poco sicure, e, secondo il parere dei competenti, il magnifico sonetto deve essere piuttosto assegnato all’Ariosto. Essendosi poi saputo che il duca non aveva dato alcun ordine perché fossero rinvenuti i colpevoli, la fantasia dei ferraresi si eccitò e diede la stura alle più strane dicerie.

Si bucinò che mandatario dell’omicidio fosse stato lo stesso duca che sospettava il poeta di una tresca con la moglie Lucrezia. Altri asserirono che Alfonso era innamorato di Barbara Torelli e che aveva voluto così sbarazzarsi del suo rivale. Nulla di più inverosimile. Lucrezia aveva allora, è vero, una relazione sentimentale, ma col marchese Gonzaga, di cui era intermediario proprio Ercole Strozzi, e la relazione continuò dopo la morte del poeta per mezzo del fratello Lorenzo Strozzi. Alfonso, poi, è impossibile che abbia ordinato il truce delitto, perché, non ostante i suoi difetti, aveva innato il sentimento della giustizia. Due giorni dopo la morte di Ercole, Barbara nel partecipare coi suoi cognati il luttuoso fatto al marchese Gonzaga, gli chiede aiuto nella vendetta contro l’uccisore del marito. È ovvio che non è da pensare assolutamente che la Torelli volesse istigare il Gonzaga contro il duca d’Este.

Ma, nei giorni che seguirono l’uccisione, tra il popolo ferrarese serpeggiò anche il sospetto che l’autore dell’efferato delitto si dovesse ricercare tra i parenti del primo marito, con i quali la Torelli aveva feroci liti di interessi. Nuovi documenti venuti alla luce confermano tale ipotesi ed escludono quindi la responsabilità di Lucrezia e di Alfonso nella truce tragedia.

Morto il suo galante poeta, che le era stato tanto fedele e devoto, la Borgia, che prima aveva protetto la Torelli, nascondendola in un convento quando era ricercata dal suo primo marito, non volle più occuparsi di lei. L’animo suo debole e pauroso ripugnava dall’immischiarsi in faccende spinose e seccanti. Così, tre anni prima, nel 1505, Lucrezia non intervenne a metter la pace tra i suoi cognati, quando si sbranarono in una lotta mortale per rivalità di donne e bramosia di potere.

Il cardinale Ippolito, punto sul vivo che una damigella di Lucrezia, la famosa per beltà Angela Borgia, gli avesse preferito Giulio d’Este, suo fratello naturale, e ne avesse lodato la bellezza degli occhi, fece assalire a tradimento il fratello e cavargli gli occhi con stecchi di alcuni suoi staffieri, mentre egli (incredibile dictu!) stava a vedere. Il duca, saputo il triste caso, montò su tutte le furie ed esiliò il cardinale, ma, non potendo fare a meno di lui, che era il suo braccio destro e l’unico parente di cui si poteva fidare per il governo del ducato, obbligò dopo poco tempo i fratelli a riconciliarsi. Giulio, ai quali i medici avevano alla men peggio ridonato in parte la vista, covò in cuore la vendetta, e avvolse nel medesimo sentimento di odio il fratello cardinale e Alfonso, che non gli aveva dato adeguata soddisfazione. Accordatosi con l’altro suo fratello Ferrante, congiurò contro il duca per ucciderlo in un ballo in maschera. Ma Ippolito vigilava, la trama fu scoperta, i due fratelli furono murati vivi nelle carceri del Castello e i loro complici suppliziati. È storia a tutti nota.

Lucrezia non mostrò d’interessarsi a queste lotte mortali. Mentre Isabella angosciata s’intromette e conforta Giulio e lo accoglie, anzi, per qualche tempo, fuggiasco sotto il suo letto, nelle lettere della Borgia non v’è solo accenno a tali orribili avvenimenti.

VII. – In verità Lucrezia amava il queto vivere e, piuttosto che occuparsi di spiacevoli cose, si dava all’ebbrezza del ballo e ai piaceri dei conviti. Ella partecipava con vesti ricche ed eleganti, che destavano l’invidia nelle altre sovrane, alle feste celebrate ogni anno, tra natale e quaresima, nella spensierata Ferrara. La sua passione per le danze, per le feste, per le passeggiate in carretta, era così viva che, anche incinta, voleva partecipare ai divertimenti, procurandosi degli aborti. Facevano furore allora le moresche e il ballo cosiddetto della torza, che consisteva nel passarsi di mano in mano, danzando, una torcia accesa, finchè uno dei ballerini la spegneva, dando il segnale della fine della festa.

Ecco Lucrezia nel 1503, vestita di una gamurra di velluto chermisino, e con il capo adorno di una cuffia di velo nero gemmata, danzare ad una festa di casa Roverella il ballo della torcia con i cognati Ferrante e Giulio e con marito Alfonso. Ora una donna che in un trattenimento aristocratico danzasse col suo sposo, farebbe l’effetto di una borghesuccia. I tempi cambiano. Eccola, più volte, in casa di Ercole Strozzi, nel palazzo dei Pio da Carpi, nel palazzo Costabili, regina ammirata delle magnifiche feste.

Gli Estensi distribuivano bene il loro tempo: nei mesi freddi, conviti, feste, danze, mascherate, giostre; nei mesi caldi, cacce, bagni e festini in campagna. Quando Ferrara non era funestata dalla peste o dalla guerra, la corte passava il tempo in un carnevale perpetuo. I membri della famiglia estense facevano a gara a organizzare sontuosi e pantagruelici banchetti che venivano rallegrati dal suono delle viole, dei clavicembali e delle pive. Sparecchiate le mense, si organizzavano dei giuochi e si danzava così allegramente che bene spesso si arrivava all’alba.

Si potrebbe, in base ai dispacci degli ambasciatori mantovani e alle lettere degl’informatori di Isabella, ricostruire, anno per anno, la cronaca minuta delle feste e dei sollazzi ferraresi. Noi ne coglieremo soltanto qualche particolare che abbia relazione col nostro tema.

Fra le commedie e le altre azioni drammatiche rappresentate in quest’epoca, qualcuna fu promossa da Lucrezia: la Festa di Jacob del 1504, la Festa dei pastori del 1506, una commedia pure del 1506 che l’informatore chiama disonesta ed è in parte attinta alla famosa novella boccaccesca del falcone, altre due del 1508, composte da Antonio Tebaldeo e da Antonio dall’Organo. Le rappresentazioni si tenevano nella sala grande, ove sorse, per cura di Ludovico Ariosto, quella scena stabile, che andò distrutta in un incendio, pochi mesi prima della morte del poeta.

Per divertire la moglie Alfonso organizzava a sua volta degli spettacoli. E qui fa pena vedere i signori di Ferrara compiacersi di sollazzi appena degni di facchini. Un giorno (8 febbraio 1506) la corte fu chiamata ad assistere allo spettacolo del porco. Legato un maiale su di un palco eretto nella piazzetta del Castello, il duca vi fece salire dodici suoi famigli, rivestiti di armatura, con bastoni in mano e gli occhi bendati. La bestia doveva diventare proprietà di chi l’avesse ammazzata e se ne fosse impadronito. Dato il segnale a suon di trombe, gli eroi bendati mossero verso il porco e…. il seguito si capisce. I poveri diavoli si bastonarono di santa ragione: chi più ne ebbe fu un tale che si era buttato sopra l’animale per prenderlo e portarlo via: Lucrezia stava con le sue damigelle a mirare dalle finestre la scena selvaggia.

Un’altra volta, per dare spasso alla moglie, il duca comandò che fossero chiamate alcune persone nella sala grande, ov’era distesa per terra una grande coltre, e si divertì a mandarle a gambe all’aria, facendo tirare il tappeto dai suoi familiari: La coltre de balzar (così veniva argutamente chiamata) divenne poi un’istituzione, e talvolta, quando le coppie ballavano, il duca la faceva tirare in modo che gli uomini e le donne, che pure appartenevano alla nobiltà del ducato, andassero per terra in modo indecente. Altra volta ancora, mentre il popolo fitto fitto gremiva la piazza, fece scatenare più volte un toro aizzato da cani in mezzo alla folla, causando la morte di donne e bambini.

VIII. – Altri divertimenti consistevano nelle giostre, nelle quintane e nei tornei, che venivano ripetuti ogni anno per le feste di carnevale. Talvolta due cavalieri deliberavano di definire la loro partita d’onore dinanzi al duca e alla duchessa, ma Alfonso aveva cura d’impedire qualsiasi tragico scioglimento, gettando durante la pugna la sua bacchetta fra i contendenti per dividerli.

Ma come combattere la noia nelle interminabili notti invernali, quando tacevano le danze e mancavano i conviti; o nelle afose giornate estive, quando all’ardore della caccia era preferibile la siesta al rezzo degli alberi o i lieti conversari nei padiglioni di campagna? Allora entravano in scena i buffoni, che avevano il compito di divertire i signori con le arguzie, i motti di spirito, gli atteggiamenti ridicoli, i travestimenti geniali.

Essi ravvivavano la conversazione nei banchetti con facezie gustose, si potevan permettere di far scoppiettare il loro lazzo anche nei ricevimenti solenni, ma spesso le loro smorfie nascondevano dolori e sventure. Lucrezia aveva portato con sé tre locos o pazzi spagnuoli, ma presto i buffoni ferraresi diventarono a lei bene accetti – e non poteva essere diversamente, dato il suo carattere leggero. Nel 1502 un cortigiano informava Isabella: “El Fertella ha cominciato a pastezare cum Madonna e a farse conoscere, perché, secundo intendo, a lei piace assai li piacevoli”.

Questo Fertella o Frittella è un buffone. Un altro buffone, nano, piccolissimo di statura, che divertì Lucrezia, fu Santino da Medicina: è ricordato in una commedia dell’Ariosto.

IX. – Nemmeno quando il terribile papa Giulio II mise in pericolo la potenza degli Estensi, che furono obbligati ad allearsi con la Francia, cessarono i sollazzi, chè anzi Lucrezia si compiaceva di divertire i cavalieri francesi acquartierati in Ferrara, con festini, balli e lauti banchetti. Fu in questo torno di tempo che conobbe il famoso Baiardo, “le chevalier sans peur et sans reproche”, il cui biografo fece della duchessa questo magnifico elogio: “J’ose dire que de son temps ni beaucoup avant il ne s’est trouvée de plus triomphante princesse, car elle était bonne, douce, et courtoise à toutes gens”.

I cavalieri guasconi, per contraccambiare le gentilezze di Lucrezia, facevano mostra della loro virtuosità negli esercizi guerreschi o correndo alla quintana e all’anello, ma talvolta causavano disordini, pizzicando le donne ferraresi, che si mostravano verso di loro scontrose e sostenute. Più volte i divertimenti per poco non si mutarono in vespri siciliani…. Ferraresi, e, se non capitò di peggio, fu in virtù dei feroci castighi che venivano dati dai capi.

Un giorno un guascone, vicino la chiesa di S. Paolo, voleva rapire una ragazza alla madre, ma i bottegai, usciti dai loro negozi, gliela ritolsero per forza: il soldato fu poi impiccato alle finestre del Palazzo del Podestà.

Son noti gli avvenimenti politici di quel tempo che culminarono nella famosa battaglia di Ravenna, ove le artiglierie di Alfonso determinarono la vittoria dei Francesi che però perdettero il loro giovine e valoroso capitano Gastone di Foix. Molti romani e spagnuoli furono tratti prigionieri a Ferrara, e tra essi il vecchio Fabrizio Colonna, padre della famosa Vittoria, che fu trattato con ogni riguardo dagli Estensi, ai quali giovarono moltissimo in seguito le relazioni strette con la potente famiglia romana.

In onore di un altro: Colonna Prospero, che si recò a Ferrara nel 1513, Lucrezia organizzò cacce, commedie e conviti sontuosi. Ci è pervenuta la lista di un fenomenale banchetto veramente borgiano, offerto il 1 aprile 1513 da Antonio Costabili, giudice dei Savi, al Colonna e alla duchessa.

I nostri antenati, che avevano stomachi di struzzo, non badavano tanto alla qualità e alla scelta dei cibi, quanto alla copia di essi. Leggervi per intero la lista sarebbe troppo lungo. Vi basti sapere che i convitati, dopo essersi lavate le mani con acqua rosa lanfa (stillata in fiori d’arancio), ebbero per antipasto: pane di latte, “brazadelle delle sore”, (ciambelle di monache), biscotti, “marzapani” (pasta dolce con mandorle e uova), “pignocata”, insalata di invidia, lattughe, acciughe, capperi, asparagi, “cavi de latte”(cannelloni pieni di crema), sfogliate, gamberi, latte di storione con zucchero, cannella, e “paranze stucà” (arance spremute), con quattro qualità di vino. Figuratevi in proporzione il resto: l’alessio, il fritto, il pesce in gratella, l’arrosto, le frutta, ecc.

Alla fine furono introdotti i cantanti che salmodiarono “in voce bassa” (sembra che allora i salmi in fine di pranzo servissero per facilitare la digestione); poi musica di liuti, violini e cornette. La cena fu preceduta e chiusa dal suono delle pive.

X. – E’ tempo di conoscere Lucrezia un po’ più intimamente. È facile ricostruire le giornate dell’avventurosa donna, servendosi dei documenti da me raccolti.

La mattina si alzava tardi e impiegava molto tempo per vestirsi e acconciarsi il capo, specialmente nella lavatura della testa, occupazione importantissima per le dame del Rinascimento, poi andava alla messa dell’una dopo mezzodì, quindi a spasso in carretta. La sera conviti, danze, giuochi, letture.

Quando venne a Ferrara, le fu destinato un appartamento che dava sul giardino del Castello, composto di due stanze e di un camerino. La prima stanza aveva le tende di raso alessandrino (azzurro) e un tavolo con tappeto: era l’anticamera. La seconda stanza, tutta parata di velluto verde con un tappeto in terra, aveva intorno panche col fusero (dorsale) di velluto alessandrino lavorato in oro e coi matarazzi (imbottitura, cuscini) coperti di raso, sul quale era trapunta l’arme dei Borgia: era il salotto. La terza stanza che serviva da camera da letto e da tinello (dove dorme e mangia – dice il documento), era adorna di spalliere alte di raso con la divisa: uno sparaviero, ossia un baldacchino o padiglione, di tela di cambrì, proteggeva il letto, sul quale era distesa una magnifica coltre. S’intende che, diventata duchessa, andò ad abitare nel Palazzo, ove è impossibile, per i rimutamenti avvenuti, rintracciare il luogo dove dimorava.

Quando, dopo vari aborti, Lucrezia nel 1508 diede all’impaziente Alfonso l’erede al trono, il piccolo Ercole, le camere furono sfarzosamente addobbate: il salotto, l’anticamera, la camera detta della stufa grande, i camerini, la camera dorata, fecero bella mostra di coperte istoriate, di letto con baldacchini di raso o di tela d’argento, di cortine di velluto, di dorsali di raso. La cuna del neonato, poi, era un vero capolavoro, con graziosi intagli e ricchi artistici ornamenti.

La Borgia si dava spesso alla lettura di libri italiani e spagnuoli. Non possedeva una copiosa libreria, tuttavia piace di vedere nell’inventario della sua guardaroba, accanto a libri di devozione e di canzoni spagnuole, i nostri massimi poeti: un Dante commentato e un Tetrarca di piccolo formato. Il suo corredo personale era di una ricchezza meravigliosa: difficilmente una regina della moda avrà oggi nel suo guardaroba cinquanta gonnelle con il busto, una mezza dozzina di gonne, una ventina di mantiglie, dieci paia di scarpine di raso, tre di velluto, trentatrè paia di scarpe di Valenza, due paia di raso bianco, uno di velluto nero, uno di panno rosato, una sessantina di pantofole, una ventina di cappelli e un’infinità di sottane, abiti, mantelli, roboni, ventagli, cinture, colletti e via dicendo.

Per il lusso era davvero Lucrezia la prima donna del Rinascimento e noi riteniamo che in questo ecclissasse la sua rivale Isabella, che pur le era di tanto superiore di spirito, per intelletto e per cultura.

XI. – Graziose due lettere che ci descrivono visite di gentildonne a Lucrezia. La prima, del 1502, è di Laura Bentivoglio, sposa a Giovanni Gonzaga. La nobile signora andò a far visita alla duchessa insieme con i suoi due figlioletti Alessandro e Ginevra. La Borgia le ricevette amorevolmente, venendole incontro sin all’uscio, e baciandola e abbracciandola con molta espansione. Poi le donne si sedettero e cominciarono il gaio cicaleccio. Di che mai potevano discorrere, se non di mode e di matrimoni? Lucrezia si mostrò desiderosa di conoscere gli abiti e l’acconciatura della marchesa Isabella.

Poi la conversazione cadde su certe camice spagnuole e sul matrimonio progettato tra Federico, l’erede dei Gonzaga, e la figlia del Valentino. La lettera si chiude con la descrizione dell’abito da ricevimento della duchessa. Era una camòra di raso nero con frappe (liste) di oro a fogliami; la veste da la balzana in su (striscia di tessuto pendente attorno al vestito, in basso) e intorno alle maniche era adorno di fiamme d’oro. Al collo portava un vezzo di bellissime perle. “La testa concia al modo usato – scrive la visitatrice – cum uno lucidissimo smaraldo in fronte et scufia verde lavorata de oro batuto. Li modi et gesti de S. S. me pareno tutti gratiosi. Domestica e alegra assai, benché sij alquanto più magretta del consueto, ma non sta male. Nel partirmi me seguitòe fin al ussio, pur dimostrandomi grande amore, sì che son restata molto satisfacta de Sua Sig.ria”.

L’altra lettera, indirizzata pure alla marchesa Isabella, è scritta da una dama ferrarese, Margherita Cantelmo, la madre del valoroso Ercole, la cui morte pietosa in un fatto d’arme che precedette la battaglia di Polesella, è immortalata nelle ottave dell’Ariosto. Dopo i soliti convenevoli, la Borgia domandò notizia degli abiti di Isabella, e la dama, che tornava da Mantova, diede contezza di ogni cosa, ad eccezione delle “virgule del velo”. Si tratterà forse di un particolaredi abbigliamento che la marchesa teneva a non far conoscere. Lucrezia, che portava il lutto con le sue donzelle, si lamentò che il marchese di Mantova o Isabella non fossero intervenuti ai funerali di Ercole I. La dama protestala malattia del Gonzaga, ma non fu creduta.

XII. – Durante la famosa andata di Alfonso a Roma nel 1512 per indurre il terribile Giulio II a più miti consigli, Lucrezia tremebonda andò a chiudersi nel monastero di S. Bernardino, da lei fondato, e le redini dello stato rimasero nella salda mano del cardinale Ippolito che aveva giurato di restituire Ferrara al fratello più salda e più unita di prima. Morto il papa che era stato sì gran nemico degli Estensi e dei Borgia, Lucrezia, che intendeva la religione a modo suo, andò con le sue damigelle a rendere grazie al Signore in varie chiese.

Intanto il fato si accaniva contro i membri di casa Borgia. Morto il papa, morto il duca Valentino, morta Vannozza sua madre, mortole il figlio Rodrigo, dispersa e decaduta la sua famiglia, la duchessa si allontana sempre più dai piaceri mondani, si dà a letture ascetiche, mortifica la carne con un cilicio, entra nell’associazione dei Frati e delle Suore della Penitenza, visita monache, fonda monasteri e arricchisce quelli già esistenti: la corte e i sudditi la esaltano per la sua santa vita.

Si adoperò anche a una riforma delle licenziose fogge di vestiario femminile. Le dame ferraresi portavano abiti “nei quali mostravano le carni nude del petto e delle spalle”, come nelle mode attuali. La Borgia, arbitra di eleganza e buon gusto, introdusse l’uso delle gorgiere che velavano le spalle e il petto. Chi avrebbe mai immaginato che Lucrezia Borgia dovesse apparire un portento di morigeratezza nel vestire, in confronto alle mode dei suoi…. E dei nostri tempi?

Piace infine vedere la Borgia, da buona madre, interessarsi agli studi del suo figliuolo. Nel 1518 il decenne Ercole fu sottoposto dal suo precettore a un esame, in presenza della duchessa e di vari gentiluomini e letterati. Il fanciulletto recitò e tradusse alcuni versi di Virgilio, lesse costruì e tradusse una pagina di Cesare ad apertura di libro, fece pure una buona prova in greco, rispose in latino a una lettera latina: si mostrò, insomma, un vero fanciullo prodigio.

Nel giugno del 1519 Lucrezia ebbe una penosissima gravidanza: partorì il 15 una bambina, che morì qualche tempo dopo: la madre, già fiaccata dai numerosi parti, peggiorò rapidamente: il 20 la si dava per spacciata e le si voleva preparare il sepolcro nella chiesa di S. Maria degli Angeli. Il duca la curò amorosamente, mostrando col suo vivo dolore quale affetto aveva sempre nutrito per lei: il 24, verso le 11 di sera, Lucrezia Borgia mancò alla vita…. E anche a lei sarà nel cielo molto perdonato. Alfonso non si volle più rimaritare e rifiutò in seguito partiti vantaggiosissimi.

XIII. – Anch’io mi sono domandato, come il Gregorovius e tanti altri: perché tutto ciò che riguarda Lucrezia Borgia ci attira e interessa? Perché i visitatori dell’Ambrosiana bene spesso trascurano il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci per ammirare la bionda ciocca di capelli e le lettere della fatale duchessa? Perché i casi della sua vita stimolano sempre l’ardore dello storico e del psicologo?

Anche Byron, il poeta sublime e seducente, fu vinto dal fascino che Lucrezia tramandava come faro luminoso di grazia e di bellezza nella notte dei secoli, e ne magnificò le lettere, e si gloriava pazzamente di esser riuscito a rubare un capello della Borgia.

Mai donna fu, come Lucrezia, innalzata tanto alle stelle e bruttata di fango: l’aureola di bellezza di cui era circondata, le sozzure in cui fu immischiata, la stessa infamia, gettatale a torto sul viso nei drammi e nella musica, la resero un tipo interessante. La fama della sua fulgida bellezza e del suo lusso, insieme con le mostruose calunnie di alcuni scrittori, destarono nei posteri come una curiosità morbosa di sapere le minime particolarità della sua vita. Aggiungasi che era figlia di un papa dei più celebri e sorella di quel terribile principe, ammirato dal Macchiavelli, che forse avrebbe unificato l’Italia, se fortuna l’avesse favorito.

Nel primo periodo di sua vita, a Roma, fu donna – crediamo – più disgraziata che colpevole, semplice pedina nella formidabile partita a scacchi che giocavano quei geniali banditi che si chiamavano Alessandro VI e Cesare Borgia.

A Ferrara ebbe la potenza di ammaliare principi come il marchese Gonzaga, poeti come il Bembo, e fu cantata e venerata dall’Ariosto, dal Tebaldeo, dal caviceo, da Ercole Strozzi e da molti altri letterati i quali la esaltarono per la sua onestà, lode che sarebbe parsa ironica se non avesse corrisposto la verità. Il popolo ferrarese e i cortigiani estensi la stimarono e rispettarono: il duca Ercole I l’amò come figlia: lo sposo nutrì per lei profondo affetto: tra le numerose testimonianze di lettere, di cronache, di poesie, è raro trovare una voce contro di lei. Le leggende fiorite intorno alle case di piazza Celio Calcagnini n. 7 e di via Capo delle Volte n. 50, additate dal popolino come luoghi di segreti amorosi convegni della celebre donna, non hanno alcun fondamento nella storia e devonsi mettere in fascio con la leggenda sul palazzotto del duca Alfonso in via Colomba.

Chi oggi vorrà trovare in Ferrara le vestigia di Lucrezia Borgia, invano cercherà per le stanze dell’antico Castello e del Palazzo ducale. Nella chiesa del Corpus domini, ove fu sepolta (non nell’esterna, ma in quella interna, dentro la clausura), vi è, sì, una iscrizione che ricorda il suo nome con quello di vari Estensi, ma la lapide vi fu collocata dalla pietà di Alfonso II dopo il terremoto del 1570 che sconvolse le sepolture. Nella casa di piazza Celio Calcagnini, sulle pareti di un vecchio pozzo, sono incisi i suoi lineamenti ed è scolpito il suo nome, ma è dessa una rappresentazione ideale di tempi posteriori. Nel museo di Schifanoja si trova la famosa medaglia coniata nel 1502 per le sue nozze, che ce la rappresenta coi capelli spioventi, la fronte alta elevata, ma è troppo piccola cosa per appagare la nostra curiosità.

Se volete vedere Lucrezia Borgia, Voi dovreste uscire da Ferrara, passare per il ponte di S. Giorgio, traversare la suggestiva piazzetta che io amo, entrare nell’antica chiesetta del Borgo, e chiedere all’arciprete che apra l’arca di S. Maurelio e vi faccia ammirare la magnifica toga votiva in argento, ove per opera di un ignoto, ma valente orafo, è effigiata la illustre duchessa che conduce per mano il piccolo Ercole, nell’atto di recarsi al tempio insieme con cinque sue damigelle per ringraziare il Santo di averle salvato lo sposo nella sanguinosa battaglia di Ravenna.

Oh se Ella dall’immota targhetta balzasse piena di vita e di carne, soffusa di bellezza, di grazia, di languore, di mistero, con la sua camòra trapunta d’oro, coi suoi brillanti, coi suoi vezzi di perle, con la magnifica bionda capigliatura racchiusa nella finissima cuffia, coi suoi azzurri occhi maliosi, con tutta la sua persona irraggiante voluttà, Voi rimarreste abbagliati e conquisi, come se dalla pace profonda del tempio sorgesse una melodia celestiale, e v’inchinereste reverenti commossi, come si prosternava affascinato il popolo ferrarese dei suoi tempi, perché vedeva in Lei l’incarnazione della sovrana Bellezza.

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