Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Monarchia o Repubblica ?

Incolliamo in questo spazio alcuni articoli ed alcune immagini trovate in internet relative al Referendum Monarchia/Repubblica del 2-3 giugno 1946, al solo scopo di facilitare il lettore interessato all’argomento che potrà, in questo modo, trovare diverse versioni in un insieme . (si citano le corrispondenti fonti informative in quanto nulla di ciò che è riportato in questo spazio è stato scritto da noi ma solamente preso e incollato. Nell’eventuale caso  ci fossero dei contenuti protetti da copyright  si prega di informarci al riguardo per provvedere  alla immediata rimozione degli stessi; e,  anticipatamente, si chiede venia per l’errore involontariamente  commesso)

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MONARCHIA o REPUBBLICA, referendum del 2 giugno 1946

 

 

 

 

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Archivio Storico delle Elezioni – Referendum del 2 Giugno 1946

 Elettori 28.005.449

Votanti 24.946.878

Voti validi 23.437.143

Schede non valide (bianche incl.) 1.509.735 

Repubblica 12.718.641    54,27%

Monarchia   10.718.502   45,73%

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POST giovedì 2 giugno 2016

Quali città non votarono? Dov’è che la monarchia ottenne più preferenze? E, una volta per tutte, la storia dei brogli è vera o no?

Ogni anno la festa della Repubblica si celebra il 2 giugno, l’anniversario di quando, nel 1946, 24 milioni di italiani furono chiamati a votare per scegliere la forma di governo dell’Italia: repubblica o monarchia. In quei mesi l’Italia era appena uscita dalla Seconda guerra mondiale e il voto si svolse tra le macerie dei bombardamenti alleati e quelle delle demolizioni dei nazisti in ritirata, con centinaia di migliaia di italiani ancora sparsi per i campi di prigionia in tutto il mondo, intere provincie ancora sotto governo militare straniero e un clima che sembrava vicino a quello di una guerra civile. Alla fine, gli italiani scelsero la repubblica, con 12.718.641 voti contro i 10.718.502 della monarchia.

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Referendum del 1946, Scalfari: “Perché votai per il re”

di SIMONETTA FIORI

Il ricordo del fondatore de ‘la Repubblica‘, che all’epoca aveva 22 anni. “Ero liberale e crociano. E Croce riteneva che soltanto la monarchia avrebbe potuto arginare la pressione del Vaticano”

“Perché ho votato per la monarchia? Ero liberale e crociano. E Croce riteneva che soltanto la monarchia avrebbe potuto arginare la pressione del Vaticano”. Era già maggiorenne Eugenio Scalfari il 2 giugno del 1946. Ventidue anni, neolaureato in Giurisprudenza, appassionato lettore del filosofo napoletano. Quel referendum segnò la storia d’Italia ma anche la sua storia personale, l’ingresso nell’età adulta che l’avrebbe condotto nel cuore della vicenda repubblicana. Seduto sotto un prezioso dipinto veneziano, nella luce della sua casa affacciata sui tetti di Roma, s’abbandona a un racconto dove la vita privata scivola fatalmente in quella pubblica, e viceversa.

Così il futuro fondatore de “la Repubblica” scelse la monarchia. “Croce era convinto che l’istituto monarchico offrisse maggiori garanzie di laicità rispetto alla repubblica guidata dalla Democrazia cristiana. Per molti cattolici l’Italia era ‘il giardino del Vaticano'”. Temevate l’egemonia scudocrociata? “Sì, ne discussi anche con Italo Calvino, che votò per la Repubblica. Lo ricordo bene perché fu l’ultima lettera, quella che chiuse il nostro scambio epistolare”. Anche Luigi Einaudi votò a favore della monarchia per poi diventare due anni dopo presidente della Repubblica. “Era un liberale, come lo ero io. In realtà eravamo repubblicani. E infatti subito dopo il voto mi sentii lealmente schierato con la Repubblica”. Ma non fu subito chiaro a chi appartenesse la vittoria. “In un primo momento circolò la voce che avessero vinto i monarchici: al Sud il loro voto era stato di gran lunga prevalente. C’era una grande confusione, anche il timore che la votazione non si fosse svolta in modo regolare”. Hai mai creduto all’ipotesi dei brogli orditi per favorire la Repubblica? “Mah, il sospetto fu smentito con prove”. Un “miracolo della ragione”, così Piero Calamandrei accolse la vittoria repubblicana. Fece notare la novità storica: non era mai avvenuto che una Repubblica fosse proclamata per libera scelta di un popolo mentre era sul trono un re. “Sì, aveva ragione. Devo dire che io mi trovavo in una condizione molto strana. In fondo mi consideravo anche io un miracolato. E a salvarmi, tre anni prima, era stato il vicesegretario del partito nazionale fascista. Nell’inverno del 1943 ero ancora fascista, come la massima parte dei miei coetanei. Ed ero contento di esserlo, tra mitografie imperiali, la divisa littoria che piaceva alle ragazze, il lavoro giornalistico su Roma fascista. Finché fui cacciato dal Guf per un articolo in cui denunciavo una speculazione dei gerarchi. Se Carlo Scorza non mi avesse espulso, avrei vissuto il post-fascismo da fascista”.
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REFERENDUM 2 GIUGNO 1946, AVEVA VINTO LA MONARCHIA ?

Pubblicato il 02/06/2011 di giuseppemerlino

Nella giornata del 2 e nella mattinata del 3 giugno 1946 si tenne in Italia il Referendum per scegliere la forma istituzionale dello Stato, cioè tra Repubblica e Monarchia. Il Referendum fu a suffragio universale e, per la prima volta in Italia, votarono anche le donne. Furono esclusi dal voto i cittadini della Venezia Giulia, della Dalmazia, dell’Alto Adige e della Libia (allora ancora italiana). Si disse che questi italiani avrebbero votato in seguito (sic), ma non se ne fece più niente. Per assicurare l’ordine durante il Referendum fu costituita una polizia speciale formata da ex-partigiani. Il 4 giugno i carabinieri, a metà spoglio, comunicano a Pio XII° (chissà perchè solo a lui) che la Monarchia si avviava a vincere. Nella mattinata del 5 giugno, De Gasperi annuncia al Re Umberto II° che la Monarchia aveva vinto. Dopo che i rapporti dell’Arma dei Carabinieri, presente in tutti i seggi, segnalarono al Ministro degli Interni Romita la vittoria della Monarchia, iniziarono una serie di oscure manovre ancora non del tutto chiare: nella notte tra il 5 ed il 6 giugno i risultati si capovolsero in favore della Repubblica con l’immissione di una valanga di voti di dubbia provenienza. Accurati studi statistici hanno dimostrato che in quell’epoca non potevano esserci tanti votanti quanti ne sono stati conteggiati nei dati ufficiali del Ministero dell’Interno, dunque i voti giunti al ministero dell’Interno all’ultimo momento, che avevano dato la vittoria alla repubblica, erano scaturiti dal nulla. Furono immediatamente presentati migliaia di ricorsi, ma con un arrogante sopruso non furono mai presi in considerazione. In quelle due notti si svolse anche una vera e propria guerra tra i servizi segreti americani favorevoli alla Repubblica e quelli inglesi favorevoli alla Monarchia. Il 10 giugno la Corte di Cassazione diede in via ufficiosa la notizia della vittoria della Repubblica affermando che avrebbe fatto la proclamazione ufficiale con i dati definitivi il 18 giugno. Ciò però non avvenne per cui la Repubblica, in effetti, non è mai stata proclamata ! Negli stessi giorni le truppe comuniste del maresciallo Tito (Yugoslavia) erano pronte al confine italiano per intervenire qualora fosse stata proclamata la vittoria della Monarchia. Dopo la proclamazione ufficiosa della vittoria della Repubblica, furono scoperti nei luoghi più disparati, migliaia di pacchi di schede non scrutinate che furono prontamente distrutti. A quel punto, il governo, proclamò in fretta e furia la vittoria della Repubblica e nominò Alcide De Gasperi (monarchico !) capo provvisorio dello stato. Immediatamente scoppiarono rivolte in molte città italiane contro i brogli del Referendum. Particolarmente gravi furono i disordini a Napoli dove il 9, 10 ed 11 giugno la polizia speciale di cui abbiamo parlato prima impiegò autoblindo e carriarmati contro la folla inerme uccidendo 9 persone e ferendone centinaia. A questo punto il Re Umberto II°, per evitare una guerra civile, parte per l’esilio, dopo aver diffuso un proclama in cui contesta la violazione della legge ed il comportamento rivoluzionario dei suoi ministri, che non hanno atteso il responso definitivo della Cassazione. Ho scritto questa breve nota sopratutto per i più giovani che vengono tenuti regolarmente all’oscuro di questi fatti.

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Luca Fazzo – Lun, 12/12/2016 – 18:52

Negli scantinati del Viminale "pacchi di fogli con la croce per la Repubblica". 
Parla il figlio del brigadiere testimone dei brogli.

“Le schede truccate del referendum del ’46, mio padre vide tutto”

Pacchi su pacchi di schede: «Così grossi, raccontava mio padre, che ci si potevano infilare le braccia». Tutte schede già votate, e tutte con la croce sullo stesso segno: a sinistra, sull’Italia turrita che simboleggiava la Repubblica, contro la monarchia rappresentata dallo scudo dei Savoia.

Il giovane brigadiere Tommaso Beltotto vide quelle schede, negli scantinati del ministero degli Interni. Era la notte del 4 giugno del 1946, e i risultati del referendum non erano stati ancora annunciati, ma la voce nei palazzi romani già girava: vittoria alla Repubblica, Umberto II si preparava all’esilio di Cascais. Di ombre su quel risultato si è sempre parlato.

Ma ora, a settant’anni di distanza, arriva il ricordo di un testimone oculare dei brogli. Tommaso Beltotto allora aveva venticinque anni, e già alle spalle una vita intensa. Controfirmò la relazione del duca Giovanni Riario Sforza, comandante in capo dei corazzieri reali, con la descrizione minuziosa di quei sacchi nelle cantine del Viminale. E proseguì la sua vita da carabiniere.

Sono passati settant’anni, Beltotto è morto nel 2001. Di quei sacchi non ha più parlato, se non in famiglia. Oggi è suo figlio Gianpiero a raccontare in presa diretta al Giornale l’immagine quasi fotografica del referendum truccato, così come riferita da suo padre. A cosa dovessero servire quei sacchi di schede truccate, Beltotto non lo sapeva, e non lo sappiamo noi oggi: erano già state conteggiate come vere, o dovevano servire in caso di bisogno per ribaltare un risultato sgradito? Di sicuro, erano la prova concreta di un referendum fasullo.

Suo padre si era scandalizzato? «Era un uomo concreto, realista. Semplicemente, quando in televisione o sui giornali qualcuno ipotizzava brogli nel referendum del 1946, sorrideva: c’è poco da ipotizzare, i brogli li ho visti con i miei occhi».

Il brigadiere Tommaso Beltotto non era lì per caso, la notte del 4 giugno. Nel settembre del 1943, quando comandava la stazione dell’Arma a Monterotondo, aveva avuto l’ordine di arrendersi ai tedeschi e consegnare le armi: se ne era ben guardato, e si era unito alla Resistenza con i suoi fucili e i suoi carabinieri. Durante la guerra civile aveva fatto da collegamento tra le truppe partigiane di montagna e i reparti che operavano a Roma: e fu testimone dei tentativi vani del Cln di bloccare l’attentato di via Rasella. «Insomma – dice suo figlio – aveva una fama di persona equilibrata e devota. Sono convinto che il maggiore Riario Sforza quei sacchi di schede truccate li avesse già visti prima, e che avesse bisogno di un testimone affidabile». Qualcuno, cioè, che non andasse a raccontare al bar l’incredibile scoperta: e che però fosse pronto, nel momento del bisogno, ad attestarne la verità.

Così quando il duca Riario Sforza (che pochi giorni dopo verrà ritratto in foto rimaste storiche, mentre saluta per l’ultima volta Umberto che lascia il Quirinale) dovette scegliere qualcuno che controfirmasse il suo rapporto, la scelta cadde quasi inevitabilmente su Beltotto, che non era un suo subalterno, ma che aveva avuto modo di conoscere in quei frangenti delicati e complessi. Erano due uomini perbene e rigorosi, il duca e il brigadiere. Il primo devoto di casa Savoia. Il secondo carabiniere fin nel midollo, «ma al referendum – dice il figlio – aveva votato Repubblica». Mettono per iscritto ciò che hanno visto, e sanno di avere fatto il loro dovere.

Dell’esistenza del rapporto si è saputo nel settembre scorso, nell’aula del processo a Palermo per la presunta trattativa Stato-mafia, ormai evoluto in una bizzarra ricognizione giudiziaria dell’intera storia della Nazione. Un generale in congedo dei carabinieri, Niccolò Gebbia, ha raccontato che la relazione di Riario Sforza venne trasmessa al generale Romano Dalla Chiesa. L’originale, o una copia, arrivò nelle mani del figlio del generale, Carlo Alberto: che proprio per questo sarebbe stato corteggiato dal capo della P2, Licio Gelli, cui quel rapporto avrebbe fatto gran gioco; ma evidentemente non lo ottenne.

E i fogli erano forse nella cassaforte della prefettura di Palermo che venne svuotata nel 1982 poco dopo che Carlo Alberto Dalla Chiesa era stato ucciso. Che fine abbia fatto il rapporto, insomma, non si sa: e potrebbe essere uno dei tanti misteri delle nebbie impenetrabili che avvolgono quegli anni. D’altronde Riario Sforza è morto da tempo, e sono morti anche i suoi due figli: e la nuora, Elisa, racconta che «in casa di questa vicenda non ho mai sentito parlare». Ma per fortuna nelle cantine del Viminale il duca non era da solo. C’era con lui il brigadiere Beltotto.

Era nato nel 1918 a Trinitapoli, in provincia di Foggia: e l’unica vera marachella della sua vita era stata alzarsi l’età, per arruolarsi nell’Arma prima ancora di essere maggiorenne. La sua biografia negli anni convulsi dopo l’armistizio è simile a quella di tanti italiani disabituati a decidere dal ventennio fascista, e che pure al momento di fare una scelta non si tirarono indietro. Ma Beltotto ad orientarlo aveva una stella polare: l’Arma. Perché gli alamari da carabiniere li aveva sulla pelle.

E scelse la sua strada liberamente solo perché era stato il Re a scioglierlo dal giuramento che aveva prestato. D’altronde proprio Monterotondo, dove Beltotto era comandante, era stato teatro di uno dei primi e più cruenti scontri tra reparti italiani e truppe tedesche, paracadutate dalla Luftwaffe sulla cittadina per conquistare Palazzo Barberini, sede provvisoria dello Stato Maggiore.

Fece la sua parte, con semplicità e concretezza, e non immaginava che di lì a poco si sarebbe trovato, in quella cantina del Viminale, a fare da testimone a un crocevia della storia. Della sorte del suo rapporto probabilmente non si preoccupò più, perché il suo dovere lo aveva fatto e concluso firmandolo.

Di come una copia, o l’originale, potesse essere arrivata nelle mani di Dalla Chiesa forse non seppe niente, e comunque a casa non ne parlò. «Ma io sono convinto – dice il figlio Gianpiero – che un esemplare fosse comunque approdato a re Umberto, e che se si cercasse attentamente nelle carte di Cascais qualcosa forse salterebbe fuori». Una sola volta Beltotto ne parlò con un politico: avvenne a Ortisei, dove negli anni Sessanta, ormai maresciallo, indagava sugli attentati degli indipendentisti. Un politico passava spesso le vacanze in zona, e Beltotto confidò a lui la storia dei sacchi di schede. Ma il politico si chiamava Giulio Andreotti e, ovviamente, non lo disse a nessuno.

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EDU

L'Italia repubblicana e gli anni dello sviluppo
Il referendum istituzionale e la scelta repubblicana 

La consultazione elettorale del 2 giugno 1946

Il 2 giugno 1946 circa 25 milioni di cittadini, pari all’89,1% degli elettori, si recarono alle urne per una delle più significative consultazioni elettorali(1) nella storia unitaria. I risultati del referendum(2) istituzionale diedero 12.717.923 voti alla Repubblica e 10.719.284 alla Monarchia. Le schede bianche e nulle assommavano a 1.498.136. I risultati evidenziavano, tra l’altro una netta divisione negli orientamenti del paese. Al Nord e nelle regioni dell’Italia centrale la preponderanza repubblicana fu notevole e in alcuni casi schiacciante (Ravenna 88%, Trento 85%, Forlì 84%, Grosseto, Reggio Emilia e Ferrara 80%) mentre il Mezzogiorno confermò la tradizionale fedeltà all’istituto monarchico, soprattutto a Lecce (85%), Caserta (83%), Napoli e Messina (77%). Non mancarono circoscrizioni elettorali del Sud dove i voti a favore della monarchia vennero espressi anche da elettori dei partiti della sinistra. In tutte le province a nord di Roma, escluse Cuneo e Padova, prevalse la repubblica, mentre nelle province a sud di Roma, compresa la capitale ed escluse Latina e Trapani, prevalse la monarchia.

Questo risultato era da un lato il riflesso di orientamenti e culture antiche, di una diversa geografia politica che aveva visto nelle regioni del Nord la forte presenza di un proletariato vicino alle istanze dei partiti di sinistra ed anche una antica tradizione repubblicana, soprattutto nelle Marche e nella Romagna. Le regioni meridionali, prevalentemente agricole, si muovevano nel solco di una tradizione paternalista e conservatrice, che la portava a custodire un istituto come la monarchia, che faceva parte della tradizione storica del Mezzogiorno. Ma la diversità del voto referendario va interpretata anche e soprattutto come conseguenza della diversa esperienza vissuta dal paese nel periodo 1943-1945. Mentre il Centro-nord aveva subito pesantemente l’occupazione nazista e la Repubblica sociale italiana, gli eccidi e le persecuzioni, i bombardamenti aerei, i lutti e i dolori. Il Sud aveva conosciuto un passaggio più morbido dal fascismo al post-fascismo.

Il 12 giugno, il Consiglio dei ministri decise, in base ai risultati trasmessi alla Corte di Cassazione, di affidare a De Gasperi la carica di capo provvisorio dello Stato, dichiarando decaduta la monarchia.

Estratto da “Un salto nel buio” da “Archivio audiovisivo della Democrazia Cristiana”

Umberto II lascia l'Italia

Il 13 giugno, Umberto II – che aveva assunto la carica di sovrano dopo l’abdicazione del padre, Vittorio Emanuele III nel maggio 1946 – lasciò l’Italia per trasferirsi in Portogallo. De Gasperi attese la definitiva proclamazione dei risultati del referendum da parte della Corte di Cassazione, il 18 giugno, per assumere i poteri di capo dello Stato, che tenne fino al 28 giugno quando l’Assemblea costituente elesse nuovo capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Giurista ed esponente della cultura politica liberal-democratica. De Nicola, che era stato presidente della Camera dal 1920 al 1923, rappresentava una sorta di continuità tra l’Italia prefascista e la nuova democrazia repubblicana. Si trattava di una scelta che mirava a ricucire lo strappo che il trapasso dalla monarchia alla repubblica aveva provocato nel paese.

L'Assemblea costituente 

Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono anche per l’Assemblea costituente. Il risultato elettorale vide l’affermazione dei tre grandi partiti di massa: la Democrazia cristiana conquistava la maggioranza relativa dell’Assemblea (35,2%), mentre il Partito socialista e il Partito comunista raggiungevano insieme il 39,6%. I tre maggiori partiti ottenevano complessivamente il 75% dei suffragi. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e socialista. Le elezioni evidenziavano anche il radicale ridimensionamento della forza politica del liberalismo, che sino all’avvento del fascismo aveva egemonizzato la vita politica nazionale.

La Carta costituzionale dell'Italia repubblicana

Nel corso di un anno e mezzo di intenso lavoro, l’Assemblea costituente, diede vita ad un dibattito carico di fermenti e di confronti, animati però da una comune tensione ideale, che trovava il suo fondamento nella prospettiva di dar vita ad uno Stato ancorato ai valori della libertà e della democrazia, animato dal rifiuto del fascismo e dalle istanze maturate nel clima della Resistenza.

La nuova Costituzione(3) segnava il superamento non solo formale del vecchio Statuto albertino e offriva l’immagine di una democrazia molto avanzata soprattutto sul piano delle istanze sociali. Lo stesso diritto della proprietà privata non era assoluto ma sempre accompagnato dal concetto di “funzione sociale” della proprietà, mentre un ruolo centrale assumeva il lavoro, inteso come base su cui costruire i rapporti sociali. Un ruolo non trascurabile nella definizione di questi principi ispiratori della Carta costituzionale ebbero soprattutto alcuni costituenti cattolici(4)(5) quali Dossetti, Gonella, Moro, Taviani, Vanoni e giuristi come Tosato, Ambrosini, Amorth, Balladore Pallieri, Leone, ed altri.

Lo spirito che informava la nuova Costituzione si ispirava ai valori del personalismo, del solidarismo e mirava a realizzare uno stretto rapporto tra Stato e società: un rapporto assai articolato, nel quale ai partiti veniva affidato il compito di contribuire alle crescita democratica del paese, favorendo la partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato e degli enti locali.

In seno all’Assemblea, soprattutto da parte comunista, si cercò di privilegiare più il rapporto tra i partiti che il problema delle trasformazioni istituzionali. Il PCI si fece sostenitore di uno Stato che rifletteva la tradizionale struttura degli Stati democratici occidentali a base parlamentare, una democrazia di tipo borghese, molto avanzata, l’unica che in quel momento si poteva costruire, a detta dello stesso Togliatti. Uno Stato nel quale il peso e il ruolo dei partiti assumeva un ruolo significativo. Come ha sottolineato Pietro Scoppola, si trattava di “una forma di democrazia guidata dai partiti, l’unica possibile in un’Italia uscita da vent’anni di fascismo”. I maggiori poteri vennero attribuiti alle due camere elettive (Camera dei deputati e Senato), che, oltre l’esercizio del potere legislativo avevano anche un controllo sull’attività del Governo, la cui esistenza era vincolata alla fiducia del Parlamento. Questi ampi poteri erano accompagnati da alcuni limiti che avevano la funzione di impedire una sorta di onnipotenza parlamentare: basti ricordare la speciale procedura prevista dall’art. 138 per la revisione della Costituzione, il controllo della Corte costituzionale sull’attività legislativa, l’istituto del referendum costituzionale e abrogativo e le limitazioni del potere legislativo per tutte le materie attribuite alle regioni.

La Corte costituzionale e il decentramento regionale furono le maggiori novità rispetto al passato. Soprattutto l’istituzione delle regioni segnava il superamento del vecchio stato centralista e l’affermazione delle istanze autonomistiche e regionalistiche.

I rapporti tra Stato e Chiesa

Per quanto riguarda la questione dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica, prevalse -con l’art. 7 – il riconoscimento degli accordi del Concordato del 1929 per regolare i rapporti tra la Repubblica e la Santa Sede. Il fatto politico più rilevante di questa votazione fu il sostegno che il PCI diede all’art. 7, motivato dal desiderio di evitare nuove tensioni al paese e dalla esigenza di legare Santa sede e mondo cattolico alla nuova costituzione democratica italiana.

Uno dei nodi più delicati da risolvere in seno all’Assemblea costituente riguardava la soluzione dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica. Nonostante l’orientamento generale delle forze politiche laiche, che rifiutavano l’accettazione dei Patti lateranensi, prevalse un orientamento, sostenuto dalla DC, che riconosceva negli accordi del 1929 lo strumento giuridico per regolare i rapporti tra la Repubblica e la Chiesa. Il fatto politico più rilevante di questa votazione fu il sostegno che il PCI diede all’art. 7, motivato dal desiderio di evitare nuove tensioni al paese e dalla esigenza di legare Santa sede e mondo cattolico alla nuova costituzione democratica italiana. Non era certamente assente nella prospettiva togliattiana il tentativo di stabilire una sorta di rapporto diretto con i vertici vaticani da un lato e la base del mondo cattolico dall’altro. Non a caso Togliatti, motivando il voto favorevole del suo gruppo, affermava di voler evitare il riaprirsi di un contrasto fra clericalismo e anticlericalismo, giudicava che la partecipazione dei cattolici alla lotta di liberazione aveva segnato il superamento di vecchie e logore pregiudiziali e che non era il caso di turbare la pace religiosa degli italiani con nuovi conflitti. Tuttavia, il voto sull’art. 7 non favorì un riavvicinamento tra DC e PCI né un rafforzamento della compagine di governo.

L’Assemblea costituente approvò la nuova Carta costituzionale nella seduta del 22 dicembre 1947. Promulgata dal Presidente della Repubblica il 27 dicembre, la Costituzione repubblicana entrò in vigore il 1 gennaio 1948.

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Il presidente della Repubblica che votò per la monarchia di Vittorio Ragone

Il 2 giugno 1946, il plebiscito. Sessant’anni dopo, il racconto di Oscar Luigi Scalfaro. Che a 27 anni fu tra i padri costituenti

ROMA. La storia politica di Oscar Luigi Scalfaro è ancorata alla Costituzione e al Parlamento. Cominciò a 27 anni da padre costituente e oggi guida il comitato che si oppone alla riforma voluta dalla Casa delle libertà. Presidente, cosa ricorda del 2 giugno ’46? «Per me, candidato alla Costituente, fu una giornata piena di emozioni, perché la libertà riconquistata con la Resistenza si avviava a diventare qualcosa di stabile. Fino ad allora il futuro non era stato chiaro, la situazione era caotica. Ricorderò sempre la chiamata del responsabile dell’Ospedale maggiore di Novara, la mia città: “Scalfaro, mi rivolgo a lei perché la conosco. L’obitorio è pieno di morti ammazzati: per favore venga lei, che è magistrato, per il riconoscimento”. Non avevo titolo, ma andai con un fotografo ad accertare l’identità di quei poveri esseri umani. Nessuno aveva i documenti e in certi casi i risvolti dell’uccisione non appartenevano alla battaglia politica…». Con il 2 giugno si dissipò il clima di violenza? «Con la Liberazione, con la discesa dei partigiani dalle montagne, era risorta la libertà; ora con il referendum gli italiani avevano scelto la Repubblica e si era chiamati a scrivere i diritti inviolabili della persona umana e la sua dignità uguale per tutti. Infatti il popolo, dopo la morte dello Statuto Albertino, schiacciato dalla dittatura, si chiedeva: qual è la mia identità? Che rapporto avrò con gli altri popoli? Il nome “Repubblica” era sinonimo di libertà, e appariva una cosa più vera, attuale, viva, rispetto alla monarchia, che aveva avuto grandi meriti ma anche pesanti, demeriti. Nasceva lo Stato democratico a misura della persona umana». Lei come votò al referendum? Repubblica? «No, monarchia. Fu una forma di rispetto della tradizione. Mi trovai in compagnie illustri, a cominciare da Einaudi, che all’atto del giuramento come Capo dello Stato dichiarò solennemente la sua fedeltà alla Repubblica». Tradizione familiare? «Sì. Mio nonno materno fece tutte le guerre risorgimentali nella luce dei Savoia. Il bisnonno era ufficiale di Carlo Alberto. Quando vinsi il concorso in magistratura e, in mancanza di magistrati, ci attribuirono le funzioni prima del tempo, mio padre mi regalò la toga, di stoffa assai povera: era tempo di guerra. Mia madre tolse dalle spalline della divisa di suo nonno tanta frangia di argento e ne trasse le nappe ancora oggi attaccate alla mia toga». Il suo cursus successivo non è stato quello di un nostalgico della monarchia. «Vede, il mio voto fu molto incerto per molte ragioni. La cosa che più mi offendeva era che il re avesse approvato e anche firmato tutto, proprio tutto: dall’obbligo per i dipendenti pubblici di iscriversi al partito fascista se volevano conservare l’impiego (1930) – obbligo che si abbatté su mio padre, uomo del Sud venuto al Nord per aver vinto un concorso alle poste, come un’aggressione banditesca – fino alle inumane leggi razziali del ’38, alla dichiarazione di guerra del ’40, mentre la Francia era già prostrata. Ricordo anche come su noi studenti aveva avuto un impatto fortissimo l’annuncio della nascita dell’Impero. Il re cambiò divisa, gli misero in testa un berretto con una doppia greca, lo stesso che si mise Mussolini. Come per dire: io capo del governo ho la tua medesima dignità e responsabilità, signor re, e ti vesto come voglio. D’altra parte, la bella figura di Vittorio Emanuele II e l’eroica pagina risorgimentale non si potevano certamente spegnere in noi giovani». Il 2 giugno lei diventò un costituente. «Ero uno dei 556 chiamati a scrivere la Carta costituzionale. A giugno compio sessant’anni di vita politica repubblicana». Arrivò a Roma giovanissimo, 27 anni. «Pensavo: all’assemblea ci saranno dei soloni. Io ho almeno un titolo: sono fresco di studi e potrò partecipare con consapevolezza a questo grande compito; ma non ho la preparazione per concepire e dettare l’ordinamento. Ero pensoso ed entusiasta, preso da un’avventura ancora ignota. Fui il primo eletto nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli, dove erano in lizza personaggi come Pella e Bovetti». Come si spiega il suo exploit? «Ero presidente dell’Azione Cattolica, al tempo un esercito schierato in campo, e preparato attraverso lo studio del catechismo, della dottrina, della filosofia tomista. Quella preparazione aveva messo dentro di noi le radici al sole della dittatura fascista. A scuola eravamo indottrinati: tutto è nello Stato, nulla fuori dello Stato, nulla contro lo Stato. All’Azione Cattolica invece ci veniva spiegato: titolare dei diritti è la persona. Lo Stato nasce dalla persona; la persona è un prius, lo Stato un posterius. Il catechismo, con questo ampio respiro, ci convinceva che molto di quel che ci inculcavano era errato. L’antifascismo è stato per noi anzitutto un antifascismo culturale». (2 giugno 2006)

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E ANDO’ IN ONDA LA GRANDE BEFFA

di GIUSEPPE D’ AVANZO – 06 febbraio 1990

 

ROMA – Brogli nel referendum del ‘ 46. Ore 13.40, le telescriventi dell’ Agenzia Italia battono una notizia che sarebbe stata storica se non fosse stata il prologo della Grande Beffa, firmata Mixer, il piacere di saperne di più, ideata per mettere in discussione la Tv. Scritta, diretta e interpretata da Giovanni Minoli con la collaborazione di Enrico Deaglio, la Grande Beffa si avvale della partecipazione (consapevole) di un attore improvvisato (Umberto Quattrocchi) e degli inconsapevoli Ugo Zatterin (giornalista), Sergio Boschiero (presidente dei monarchici italiani), Falcone Lucifero (già ministro della Real Casa), Stefano Rodotà (giurista e senatore della Repubblica). Il flash dell’ agenzia che piove sui tavoli delle redazioni è di quelli destinati a creare subbuglio anche in una redazione con l’ encefalogramma piatto. Sette magistrati della Corte d’ Appello sottrassero due milioni di voti alla Monarchia, li attribuirono alla Repubblica, ne decretarono così la vittoria. Sospetti antichi e dimenticati, si dirà. Sì, ma Mixer ha uno scoop, un colpo da Pulitzer se in Italia ci fosse un premio Pulitzer. Ha rintracciato un testimone autorevole, come si dice. Meglio, un protagonista. Lo ha scovato Enrico Deaglio, scrive l’ agenzia. Si chiama Alberto Sansovino, è presidente di Corte d’ appello in pensione e, all’ epoca del referendum istituzionale, era giudice di Corte d’ appello a Modena. E’ lui l’ imbroglione pentito. Il presunto Sansovino (in realtà, il generale dell’ Aeronautica in pensione Umberto Quattrocchi, nell’ occasione attore) vuota il sacco dinanzi alle telecamere di Mixer. Racconta, si legge nel flash d’ agenzia, che cosa veramente successe nella notte tra il 3 e il 4 giugno del 1946. Dice: Abbiamo sottratto due milioni di voti. Credetemi, la decisione di dare questa deposizione è stata sofferta e non intendo più tornare sull’ argomento. La notizia è una bomba e la deflagrazione si allarga nelle stanze del Palazzo. I telefoni diventano roventi. Che cosa ne dice Giulio Andreotti, allora segretario del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. E i padri della Repubblica? E Giancarlo Pajetta? E Oscar Luigi Scalfaro? Nilde Iotti sapeva? Interrogativi a raffica Chi sono e dove sono i protagonisti dell’ alba della Repubblica, un’ alba che, con lo scoop di Mixer, diventa misteriosa e forse truffaldina? Sapevano dei brogli? E chi li ordinò? Gli interrogativi sono una pioggia, con il passare dei minuti diventano una tempesta. E ora che succederà, che può accadere? Ore 13.49, l’ Agenzia Italia diffonde un secondo flash. E’ il racconto del presunto Sansovino. E’ lungo, meticoloso. Ma, a questo punto, le agenzie non servono più, serve il filmato che la redazione del settimanale di Rai2 ha provveduto a distribuire alle redazioni. Il lungo filmato spara subito il mezzobusto di Alberto Sansovino, presidente di Corte d’ appello. Veste in irreprensibile blu, ha il capelli bianchi, la faccia contrita, la voce rotta dall’ emozione. Si interrompe spesso, a tratti il nodo che ha alla gola gli si scioglie in pianto. Comincia: Sono il presidente Alberto Sansovino. Nel ‘ 46 anche l’ ordine dei magistrati era stato letteralmente sconvolto e le circostanze costrinsero a convocare giovani giudici sulla cui fede fare affidamento, cioè in grado di manifestare idee chiare in favore della Repubblica. Io fui uno dei prescelti. Nella notte tra i 3 e il 4 giugno un certo professor Salemi, non so se si chiamasse così, una persona che era stata inviata sul posto per tenere al corrente me e i miei colleghi degli eventi che si stavano maturando, ci avvertì che l’ andamento del referendum nel Sud d’ Italia si presentava sotto un aspetto decisamente negativo. Ed era indispensabile, visto che noi eravamo favorevoli alla Repubblica, che si prendessero dei provvedimenti. Fummo tutti d’ accordo. E fu deciso che sarebbero state sostituite le schede già votate dagli elettori con altre schede già preparate. Io, seguendo le istruzioni che c’ erano state date, feci sostituire le schede con altre messe a nostra disposizione. I verbali autentici furono distrutti e furono, invece, inviati alla Corte d’ Appello quelli da noi modificati. Le schede autentiche furono inviate al ministero dell’ Interno e bruciate. Noi sette magistrati eravamo spiritualmente uniti. Miravamo ad un risanamento della nostra patria. Dopo quell’ episodio decidemmo di riunirci periodicamente, un po’ perché eravamo uniti da questa vicenda, ma poi perchè tra noi c’ era solidarietà e amicizia. Dopo tutto avevamo fatto la stessa cattiva azione. Ma io non riesco ancora a pentirmi né si sono pentiti gli altri sei. Da allora ci riunivamo in posti sempre diversi per non destare sospetti. Nel ‘ 56 poi prendemmo una decisione definitiva. Siccome due di noi erano morti, decidemmo di riunirci e di sottoscrivere un verbale dal quale risultava quello che noi tutti avevamo fatto. Questo verbale doveva essere consegnato in caso di morte al superstite. Io sono l’ unico superstite di quel gruppo. Quel documento firmato nel 1956 da noi cinque superstiti, ora consegnato a un notaio, è la prova di quello che abbiamo detto e fatto. E poi c’ è questo…. Sansovino estrae dalla tasca della giacca una scatola con su scritto Ferrania. Deaglio spiega che si tratta di un filmino in otto millimetri in bianco e nero, senza sonoro, molto rovinato. Sul video scorrono immagini annebbiate. Quattro uomini intorno ad un tavolo di ristorante firmano un foglio a turno. Poi la cinepresa viene sistemata sul tavolo e si vede il quinto uomo (Sansovito) apporre l’ ultima firma. Immagini annebbiate E’ lo scoop del secolo, è la prova che la Repubblica ha truccato le carte, che la Monarchia ha vinto. Minoli ritorna in primo piano. Parla a raffica, a stantuffo. Ha il naso inumidito dal sudore. E’ l’ eccitazione per il colpo che farà riscrivere la Storia? Annuncia l’ intervista al ministro della Real Casa dell’ epoca Falcone Lucifero (Anche De Gasperi sapeva che la Repubblica stava perdendo: ecco la lettera che mi spedì il 4 giugno); le prove raccolte da Sergio Boschiero (Un tipografo del Poligrafico dello Stato raccontò che alla zecca trovarono un clichè di schede false); la testimonianza di Ugo Zatterin (allora redattore politico dell’ Avanti). Minoli riceve la telefonata (anonima) di un tipografo della Zecca (E’ vero, la polizia trovò un cliché). Che cosa succederà ora? si chiede Minoli . Lo abbiamo chiesto alle gente comune e al giurista Stefano Rodotà…. Ore 15.42. Terzo flash dell’ Agenzia Italia: E’ uno scherzo la notizia del broglio del referendum. Lo scoop del secolo è durato due ore e due minuti. Cominciano le polemiche.

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come andò veramente il referendum istituzionale monarchia repubblica

di Giovanni Bortolone/Giovanna Canzano – 04/02/2008

Fonte: politicamentecorretto

GIOVANNA CANZANO INTERVISTA GIOVANNI BARTOLONE

CANZANO. Come giudichi il libro del prof. Aldo Mola: “Declino e crollo della monarchia in Italia?” BARTOLONE. E’ un’opera molto importante perché contribuisce a far chiarezza, alla luce di nuovi documenti della Corte di Cassazione, sul referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Ci sono molti dubbi sulla vittoria della repubblica. Per molti la repubblica è nata nel sangue e nella truffa. Altri aggiungono grazie ad un colpo di stato commesso dal governo, in un clima di guerra civile strisciante. Il ritorno alla democrazia non significò il suffragio universale. Moltissimi, troppi, italiani furono privati del diritto di voto. CANZANO. Puoi spiegarti meglio? Si dice che il voto fu regolare, a parte qualche disfunzione dovuta al lungo periodo di non voto, dovuto alla dittatura, ai registri elettorali non aggiornati, all’inesperienza degli scrutatori e dei presidenti di seggio ecc. BARTOLONE. Andiamoci in ordine. Il referendum si svolse in un Italia sconfitta, che avrebbe firmato qualche mese dopo il trattato di pace, il famoso Diktat. Era un’Italia ancora sotto il controllo di un governo militare straniero d’occupazione. In intere regioni dell’Italia centro-settentrionale, dove il predominio delle sinistre era assoluto, non si tenne nessuna manifestazione monarchica. CANZANO. Vuoi dire che in qualche modo la sinistra non ha permesso manifestazioni di propaganda elettorale? BARTOLONE. Propagandare il voto per la Monarchia avrebbe significato esporsi a rappresaglie, minacce e violenze d’ogni tipo. In queste zone operavano ancora le “volanti rosse”, che quasi impunemente assassinavano gli avversari politici nei numerosi “triangoli della morte”. Nella stessa Roma le manifestazioni di massa monarchiche, come ad esempio quella del 10 maggio 1946, erano assaltate dagli “ausiliari di Romita”, ex partigiani inquadrati nella polizia. A Napoli i cortei monarchici erano attaccati a colpi di bombe a mano come accadde in Via Foria il 15 maggio 1946. CANZANO. Come si svolsero le operazioni di voto? BARTOLONE. Vero è che il 2 giugno si votò nella massima calma. Ma il clima delle settimane precedenti era stato, per dirla con il socialista Pietro Nenni: “O la repubblica o il caos”. Il ministro comunista delle Finanze, Mauro Scoccimarro, parlando a Frascati minacciò la rivoluzione in caso di vittoria monarchica al referendum. Sandro Pertini chiedeva la fucilazione del Luogotenente Umberto di Savoia. In molti benpensanti per evirare il caos decisero di votare repubblica. CANZANO. Però il 2 giugno votarono per la prima volta tutti gli italiani.  BARTOLONE. Non è vero. E’ falso. E’ un’altra leggenda da sfatare. Vero è che per la prima volta poterono votare le donn e per elezioni politiche. Per favorire la vittoria della repubblica, il governo composto nella quasi totalità di repubblicani, emise un decreto legislativo, il numero 69/1946, contrario Re Umberto – dalla caduta del fascismo al 1948, il governo godeva anche del potere legislativo – nel quale si privavano del diritto di voto gli abitanti della Venezia Giulia, della Dalmazia e dell’Alto Adige. Questi cittadini sarebbero stati consultati “con successivi provvedimenti”. In altre parole mai più. Si dimenticarono della Libia – allora territorio metropolitano. I cittadini italiani residenti in Libia furono privati del diritto di voto. Forse erano già convinti di cedere queste parti del territorio nazionale a stati esteri, oppure pensavano che gli abitanti potessero votare “Monarchia”, ritenendo che un’Italia monarchica potesse difendere meglio la permanenza delle loro terre all’Italia. Meglio non rischiare, fac endo votare questi cittadini italiani. Furono inoltre esclusi dal voto i prigionieri, gli sfollati, gli epurati. Gli epurati erano coloro che essendosi compromessi con il Regime, furono privati del diritto di voto. Idem i loro familiari. Ma chi, a parte una piccola minoranza, non si era compromesso col Fascismo durante il Ventennio? Non è contraria ad ogni civile principio di civiltà giuridica una legge con effetto retroattivo in materia penale? E i loro familiari che colpa avevano? Nei comuni c’era molta faziosità. Molti degli esclusi dal voto non erano fascisti, ma erano monarchici. In totale furono privati del diritto di voto circa il 10 percento degli italiani, esclusi i “libici”. CANZANO. Però la repubblica ottenne la maggioranza dei voti. BARTOLONE. Non è detto. Il governo non comunicò in anticipo, come avviene in tutte le elezioni del mondo, il numero degli aventi diritto al voto. Anzi, secondo molti stu diosi, dalle urne non potevano venir fuori tutte quelle schede. In ogni Paese del mondo, c’è un rapporto costante tra gli aventi diritto al voto e la popolazione. I numeri sono numeri. Le leggi della demografia non lo consentono. I conti non tornano tra i “risultati” del referendum, i probabili aventi diritto al voto e la popolazione italiana del tempo. Ci sarebbero stati circa 2 milioni di voti in più nelle urne. Numerose persone ricevettero 2 o 3 certificati elettorali. Lo stesso accadde per molti defunti. Due operai comunisti impiegati ai Monopoli furono arrestati, mentre trafugavano pacchi di schede elettorali prima del voto. Prendendo per buoni i “risultati” ufficiali la repubblica avrebbe vinto per circa 250 mila voti in più rispetto al numero dei “votanti” ufficiali. Su circa 35 mila sezioni elettorali, furono presentati circa 21 mila ricorsi. Furono esaminati e respinti tutti in meno di 15 giorni. Mentre la Corte di Cassazione esaminava i ricorsi, il governo, prendendo per buoni i risultati provvisori del referendum, emise la notte del 13 giugno 1946, una dichiarazione con la quale trasferiva le funzioni di Capo dello Stato al Presidente del Consiglio in carica. Si poteva aspettare il 18, data della proclamazione dei risultati definitivi. Forse si sarebbe potuto avere una repubblica proclamata per decreto reale. Invece, forse per paura che i brogli sarebbero stati scoperti, il governo pose Umberto II di fronte al fatto compiuto. Il Re, con i risultati ancora provvisori e sub judice, fu ridotto al rango di privato cittadino e posto di fronte al dilemma: partire per l’esilio o scatenare una nuova guerra civile. Una nuova guerra civile avrebbe comportato, oltre a nuovi lutti, la probabile perdita di parti del territorio nazionale a favore della Francia, della Jugoslavia e dell’Austria e forse la secessione d’alcune regioni. In poche ore a Napoli furono raccolte decine di m igliaia di firme a sostegno di un manifesto del Movimento Separatista del Mezzogiorno d’Italia, dell’ing. Carlo Rispoli. I promotori sostenevano che con la vittoria repubblicana si era sciolto il Patto del 1860 con il quale si era accettata l’Unità d’Italia sotto la dinastia dei Savoia. Volevano ricostituire il Regno delle Due Sicilia con Re Umberto. Una simile dichiarazione emise ad Enna il 10 giugno il Movimento per l’Indipendenza Siciliana. Volevano un Regno di Sicilia con sovrano Umberto di Savoia. Incidenti, con morti e feriti, scoppiarono a Palermo, Taranto, Bari, Messina, e soprattutto a Napoli. A Napoli ci furono una dozzina di morti e moltissimi feriti. CANZANO. Perché a Napoli i disordini furono più numerosi? BARTOLONE. La situazione era particolarmente critica a Napoli. La città aveva votato per più dell’80%, in favore della Monarchia. Per controllare la situazione napoletana il governo, nel la persona del ministro dell’Interno, il socialista Giuseppe Romita, non aveva trovato niente di meglio che militarizzare la città, facendovi affluire numerosi reparti di polizia ausiliaria. Questi reparti, alle dirette dipendenze dello stesso ministro, erano formati per la maggior parte da ex partigiani comunisti del nord. Da qui l’appellativo di “guardie rosse di Romita”. Usarono sempre con la mano pesante nei confronti della popolazione, considerata alla stregua di un nemico ideologico. CANZANO. Quale fu il bilancio? BARTOLONE. Il sangue a Napoli ricominciò a scorrere la sera del 6 giugno 1946, quando uno sconosciuto lanciò una bomba a mano, vicino la chiesa di Sant’Antonio a Capodimonte, contro un numeroso gruppo di giovani, reduci da una dimostrazione monarchica. Sono ferite otto persone. Una, Ciro Martino, morirà agli Incurabili. CANZANO. Come si organizzarono i napoletani? BARTOLONE. Quella stessa notte , al numero 311 di Corso Umberto I si costituisce il Movimento Monarchico del Mezzogiorno (uno dei nuclei fondatori del futuro Partito Nazionale Monarchico) e si adotta il simbolo di “Stella e Corona”. La mattina del 7 giugno, a Napoli si diffonde la notizia dell’arrivo d’Umberto. Il Re ha deciso di battersi per il suo buon diritto e ha scelto la città come suo quartiere generale. E’ un’esplosione di gioia popolare. Tutti i monarchici napoletani sono in piazza. Bisogna accogliere degnamente il Sovrano. Si forma un imponente corteo che, accompagnato dalle note solenni della “Marcia Reale” suonata da un’improvvisata banda musicale o da alti inni della Patria, avanza lungo il Rettifilo, diretto Palazzo Reale o a San Giacomo, ove si pensa che sia il Re. Si ricongiunge con il grosso concentramento degli universitari, in attesa presso la Federico II. A Piazza Nicola Amore c’è un largo, impenetrabile sbarramento di camionette degli “ausiliari di Romita”. Alla testa del corteo, che nel frattempo si è fermato dubbioso, un giovane scugnizzo di 14 anni, Carlo Russo, completamente avvolto in un grande tricolore con lo stemma sabaudo. E’armato solo di quella bandiera. E’ deciso a passare, nonostante i celerini. Avanza deciso. I mitra degli ausiliari sparano ad altezza d’uomo. Si contano molti feriti. Uno dei primi a cadere è Carlo Russo. Con la fronte squarciata, s’abbatte avvolto nel tricolore, diventato ora il suo sudario. Solo il deciso intervento dei Reali Carabinieri permetterà poi agli ausiliari di sfuggire al linciaggio della folla inferocita. Carlo Russo morirà, dopo un’atroce agonia, due giorni dopo. L’8 giugno muore lo studente Gaetano D’Alessandro, d1 16 anni. Il ragazzo stava tornando a casa dopo una manifestazione monarchica di protesta per le violenze del giorno prima. Aveva alle spalle un grande tricolore con lo stemma sabaudo. Nei pressi di Piazza dei Vergini, è fermato da una camionetta piena d’ausiliari. Gli intimano provocatoriamente di consegnare la bandiera. Il ragazzo sfugge ai poliziotti e si arrampica sul cancello di una vicina chiesa, sventolando la bandiera e gridando a squarciagola: “Viva il Re!” Alle grida accorre numerosa la popolazione, che subito circonda minacciosa la camionetta. I celerini devono abbandonare, scornati, il campo sotto un subisso di fischi e pernacchie provenienti da una schiera di giovanissimi scugnizzi. Un celerino, rabbioso, però vuole vendicarsi. Con fredda determinazione, con una raffica di mitra uccide il ragazzo ancora aggrappato al cancello. Nel cadere, il suo corpo si avvolge in quel tricolore che ha difeso a con la vita. Ora anch’egli ha una bandiera per sudario.  CANZANO. Ci furono ancora molti morti per la bandiera tricolore? BARTOLONE. L’11 giugno è una gi ornata di passione e di sangue. Al balcone della Federazione del PCI di Via Medina, accanto alla consueta bandiera rossa con falce e martello, è esposta una strana bandiera tricolore. Si vede l’effigie di una testa di donna turrita nel campo bianco al posto del tradizionale stemma sabaudo. Per Napoli, che ha votato per l’80% Monarchia, è una vera e propria provocazione. Fulminea si sparge la notizia per la città. A migliaia, spontaneamente, si dirigono a Via Medina. La stragrande maggioranza è composta di giovani e giovanissimi. In molti hanno partecipato con coraggio nel 1943 alle cosiddette “quattro giornate “contro l’occupazione tedesca. Qualcuno ha le stesse armi di allora: pietre, solo pietre. L’obiettivo è: strappare e distrugge quel vergognoso vessillo, poi si tornerà festeggiando a casa. Dall’altra parte c’è qualcuno però che ha deciso di farla finita una volta per sempre e di soffocare nel sangue le proteste popolari. In Via Medina ora, oltre le camionette, vi sono decine di blindati e celerini in assetto di guerra. La sede comunista è difesa da numerosi militanti armati. I primi gruppi di dimostranti appena arrivati, rovesciano i tram per rendere difficoltosi i micidiali caroselli degli automezzi della Celere. Seguono salve di fischi, urla, insulti all’indirizzo della bandiera esposta. Poi un giovane marinaio di leva, Mario Fioretti, aggrappandosi ai tubi e alle sporgenze inizia a scalare il palazzo della federazione per arrivare al 2° piano e asportare quella bandiera. In minuto è quasi giunto al drappo conteso. Basterà allungare la mano, impadronirsene e tutto sarà finito. Da una finestra della federazione comunista però spunta un braccio armato di pistola, che a bruciapelo spara sul giovane marinaio. Mario Fioretti stramazza cadavere sul selciato, mentre dai presenti si levano urla d’orrore e di rabbia. Altri giovani, per nulla spaventati dalla morte del loro coetaneo, cominciano anch’essi la scalata verso quel balcone. Un gruppo di dimostranti duramente contrastato da un gruppo di celerini, cerca di guadagnare le scale per salire al piano superiore. Tra poco i dimostranti avranno la meglio, ma dalla caserma di polizia, posta quasi di fronte al palazzo assediato, s’incomincia a sparare contro i nemici che sono quasi arrivati alla bandiera. Sparano per uccidere. Cadono uno dopo l’altro e si sfracellano a terra: Guido Bennati, Michele Pappalardo, Felice Chirico. Michele Pappalardo doveva sposarsi l’indomani e invece della fidanzata è andato a sposarsi con la morte. Aveva detto alla madre: “Mammà piglio ‘a bandiera e po’ torno…’ Una bandiera tricolore con lo scudo sabaudo diventa il suo sudario. A Via Medina scoppia l’inferno. I feriti si contano a decine. Muore in un lago di sangue, sempre colpi to da pallottole, l’operaio monarchico Francesco D’Azzo. Le autoblindate della Celere hanno avuto finalmente ragione delle rudimentali barricate, alzate dai monarchici, e stanno per avventarsi con i loro terribili caroselli sui dimostranti, quando la studentessa Ida Cavalieri fa barriera col proprio corpo inerme nel disperato tentativo di fermarne la corsa. L’ordine è disperdere la folla, costi quel che costi. A Napoli, quel giorno, la vita umana non vale niente. Così Ida Cavalieri è stritolata dagli automezzi repubblicani. Non accade il miracolo di Piazza Tienanmen, a Pechino. Un appartenente alla Regia Marina, Vincenzo Guida cerca di organizzare la resistenza, innalzando una grande bandiera sabauda su di un palo. E’ colpito mortalmente alla nuca da un colpo di un moschetto, sparato da un celerino. Quando la strage è finita arriva la polizia militare americana che, insieme ai Reali Carabinieri, a stento riesce a sottrarre i celer ini e gli attivisti comunisti alla collera popolare. Alla fine della tragica giornata di sangue, si conteranno, oltre i morti circa 50 feriti gravi. Tra questi ultimi, tutti colpiti da armi da fuoco, Gerardo Bianchi di 15 anni, Alberto De Rosa di 17, Gianni Di Stasio di 14, Antonio Mariano di 12, Giovanni Vibrano di 11, Raffaele Palmisano di 10 e Tino Zelata di 8. Gli altri feriti avevano in media 20-30 anni. CANZANO. Che successe dopo? BARTOLONE. Il Re partì. Non voleva avere sulla sua coscienza di cattolico osservante i lutti di una nuova guerra civile e la fine dell’Unità nazionale conquistata durante il Risorgimento. Vi furono promesse e pressioni sulla Cassazione. Alla fine fu accolta a maggioranza, 12 contro 7, compreso il voto favorevole alle tesi monarchiche del presidente della Corte, Giuseppe Pagano, sostenute dal parere favorevole del procuratore generale Massimo Pilotti, la tesi repubblicana: è “votante” solo colui il q uale abbia compiuto “una manifestazione positiva di volontà”. In pratica un milione e mezzo circa di votanti, in bianco o nulli, non avevano votato. Sicché la presunta maggioranza per la repubblica si ridurrebbe a 200 mila voti circa. La prova inconfutabile che fu un colpo di stato, è desumibile dalla Gazzetta ufficiale della repubblica italiana del 1° luglio 1946. Pubblicando il decreto del passaggio dei poteri di Capo dello Stato da De Gasperi a De Nicola, si precisò che De Gasperi deteneva tali poteri dal 18 giugno, cioè dal giorno in cui la Corte emise la sentenza definitiva. BIOGRAFIA. Giovanni Bartolone, nasce a Palermo nel 1953, ove insegna Diritto ed economia nelle Superiori. Vive a Bagheria (PA). E’ laureato in Scienze Politiche, indirizzo Politico Internazionale, con una tesi sul Referendum istituzionale del 1946. E’ da molti anni impegnato in ricerche sulla II guerra mondiale, il Fascismo, il Nazionalsocialismo, il fenomeno della mafia, la Sicilia dallo sbarco Alleato alla morte di Salvatore Giuliano. Ha pubblicato nel 2005 a sue spese il libro “Le altre stragi”, dedicato alle stragi alleate e tedesche nella Sicilia del 1943/44 e il saggio Luci ed ombre nella Napoli 1943-1946, ISSES, Napoli, 2006.

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Vittorio Emanuele sul 2 giugno: “Il referendum 1946 fu incompleto”

Il figlio di Re Umberto II attacca: "Molti italiani non poterono votare, ma mio padre dimostrò responsabilità nonostante De Gasperi si proclamò Capo dello Stato con un colpo di mano"

Ivan Francese – Gio, 02/06/2016 – 09:32

Secondo Vittorio Emanuele di Savoia il referendum del 2 giugno 1946, con cui l’Italia divenne una repubblica, non sarebbe stato “completo”.

Perché – e questa è verità storica – in alcuni territori dell’allora Regno d’Italia non fu possibile votare e perché a molti connazionali prigionieri all’estero non venne permesso l’accesso alle urne.

Il primogenito di Re Umberto affida ad un messaggio rivolto “a tutti gli italiani” la sua amarezza in occasione del 70° anniversario della nascita della Repubblica italiana. Non si votò, ricorda il principe, “in alcuni territori italiani ancora non del tutto liberi ed al voto non poterono partecipare molti italiani che, per essersi rifiutati di collaborare con i tedeschi, si trovavano ancora in campi di prigionia all’estero.”

Inoltre Vittorio Emanuele elogia il senso di responsabilità del padre, quando “il consiglio dei ministri presieduto da Alcide De Gasperi, con un colpo di mano, nominò lo stesso Capo Provvisorio dello Stato”. Il Re, “dopo un mese di regno, desiderando una piena legittimazione che gli permettesse di traghettare la Nazione in una rinascita al termine delle dolorose esperienze della guerra, prima della consultazione dichiarò che se la Monarchia non avesse raggiunto la maggioranza assoluta dei voti, avrebbe indetto un nuovo Referendum. In quei giorni ed in quelle ore di tensione Egli mantenne un alto senso di responsabilità per le sorti del Paese ed una terzietà che il mondo gli ha riconosciuto.”

Vittorio Emanuele, infine, vuole celebrare l’abnegazione del Re alla causa d’Italia, che lo portò a rinunciare alla Corona pur di salvare l’indipendenza della Patria: “Pur in assenza di alcuna imposizione, partì di propria volontà per un temporaneo esilio, al fine di smorzare le tensioni di un Paese diviso in due e con le truppe jugoslave di Tito, schierate sul confine orientale, decise ad intervenire in caso di vittoria monarchica. Un esilio durato, poi, per Lui tutta la vita, per me 56 anni e per mio figlio – nato 26 anni dopo il referendum – ben 30 anni”

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U.M.I. UNIONE MONARCHICA

Il Referendum Istituzionale Monarchia-Repubblica del 2 Giugno 1946

Il Referendum popolare sulla forma istituzionale dello Stato si svolse il 2/3 giugno 1946 e fu convocato con un decreto firmato da Umberto II di Savoia. Il fronte repubblicano non aveva scelto la via rivoluzionaria per liquidare la Monarchia: quest’ultima, se fosse rimasta, non avrebbe sicuramente mandato in esilio gli esponenti del fronte repubblicano sconfitto.

L’esilio ingiusto

L’aver introdotto nella Costituzione della Repubblica (1°gennaio 1948) la disposizione sull’esilio perpetuo dei Savoia ha rappresentato una violazione delle regole democratiche del Referendum, nel tentativo di salvaguardare la Repubblica dal “pericolo” di un ritorno alla Monarchia. I Savoia non subirono alcun processo come, invece, avvenne per la classe dirigente politico-militare della Germania Nazista. Il fronte repubblicano in Italia non aveva la forza per farlo, anche perchè la Monarchia, malgrado la campagna di criminalizzazione scatenata contro di essa e la sconfitta militare, non si era macchiata di crimini e raccolse, al referendum, quasi la metà dei voti del popolo italiano.

Referendum Contestato (quasi tre milioni di cittadini esclusi dal voto)

Il referendum in molte regioni si svolse senza che i sostenitori della Monarchia potessero fare liberamente propaganda per la Corona e quasi 3.000.000 di Italiani (prigionieri di guerra non rimpatriati; Italiani delle Colonie; abitanti di Trieste, di Gorizia, della provincia di Bolzano; 300mila profughi della Venezia-Giulia e della Dalmazia; i tanti certificati elettorali non reperiti; ecc.) non poterono votare: troppi se si pensa che essi superano la differenza “ufficiale” fra Monarchia e Repubblica (Monarchia voti 10.719.284; Repubblica voti 12.717.923). Al Re fu impedito di restare per attendere la proclamazione definitiva dei risultati da parte della Suprema Corte di Cassazione (18 giugno 1946). Nella notte fra il 10 ed l’11 giugno 1946 il governo, senza attendere la seduta finale ed ufficiale della Suprema Corte di Cassazione per la proclamazione dei risultati (18 giugno 1946), trasferisce al capo del governo i poteri del Re, il quale si trova di fronte alla drammatica alternativa o di opporsi con la forza o di partire per l’esilio al fine di evitare spargimento di sangue.

L’ultimo messaggio di Umberto II

Umberto II, ricevuti gli onori militari, partì per il Portogallo il 13 giugno 1946 dall’aeroporto romano di Ciampino, dopo aver indirizzato il seguente messaggio al Popolo italiano:

ITALIANI!    

Nell’assumere la Luogotenenza Generale del Regno prima e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello Stato. E uguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte Suprema di Cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori e parziali fatta dalla Corte Suprema; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risoluta sul modo di calcolare la maggioranza, io, ancora ieri, ho ripetuto che era mio diritto e dovere di Re attendere che la Corte di Cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il Governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.     Non volendo opporre la forza al sopruso, nè rendermi complice dell’illegalità che il Governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il Popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge, e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto. … A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l’esortazione a voler evitare l’acuirsi di dissenzi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove.  Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l’Italia!                                 

UMBERTO. 

Roma, 13 giugno 1946

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