Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Palazzo Valguarnera Gangi

Riportiamo l’articolo di G. B. Cohen con l’intento di aggiungere una voce di richiamo in più verso l’attenzione alla Bellezza e alle Persone di questo nostro amato Paese, troppo spesso sottovalutate e troppo spesso non onorate come meriterebbero; a discapito dell’Italia e di tutti noi.

 

La principessa: «Basta, ora vendo  il palazzo dove si girò Il Gattopardo»

Palazzo Gangi, a Palermo, ospitò il ballo del film di Visconti. Oggi Carine Vanni Mantegna accusa lo Stato: «Lo stato ci sta dissanguando». Il Fai: problema diffuso

 di Giosuè Boetto Cohen

Cinquantaquattro anni fa, in questi giorni, cominciavano a Palermo le riprese del Gattopardo. Luchino Visconti e Giuseppe Rotunno, il grande direttore della fotografia, avevano viaggiato per tutto l’inverno tra Roma e la Sicilia. Dalle ex-dimore «autentiche» dei Lampedusa — che cadevano a pezzi — ai luoghi inventati, ma più presentabili, in cui ricostruire le vicende del Principe, di Tancredi, di Angelica e di tutta la fantastica galleria di personaggi che stava per uscire dal romanzo, vivere tre ore sulla scena ed entrare dritta nella storia del cinema. Per l’arrivo a Donnafugata decisero addirittura di costruire un palazzo finto, non troppo distante dal capoluogo, perché era più facile farne uno di gesso che attraversare le mulattiere della Sicilia, a caccia di quelli veri. L’unica location già pronta, splendida, impeccabile persino agli occhi di Visconti, era Palazzo Gangi, nel cuore di Palermo. E lì, in cinque settimane di riprese, con seicento comparse vestite ogni sera da Piero Tosi, tornò in vita la festa dei Pantaleone, il ballo-icona assoluta che occupa quasi metà del film. «E io questo palazzo ora lo vendo». L’urlo che attraversa lo scalone disegnato da Juvarra, squassa il vestibolo, fa tremare i vasi di Sèvres , rischia di incrinare gli antichi vetri di Murano, non viene da una padrona di casa ingrata, ansiosa di trasferirsi sulla punta di un grattacielo alla moda. Arriva dal cuore ferito della principessa Carine Vanni Mantegna di Gangi, che ha dedicato vent’anni a preservare la sua dimora, a immaginarne un futuro e adesso sta per gettare la spugna. È un urlo che fa paura perché all’asta andrebbe uno dei pochissimi palazzi settecenteschi di alto lignaggio che ha conservato intatto, fino a noi, l’insieme dei suoi arredi. La principessa non deve sforzarsi per spiegare cosa racchiudono le mura di Palazzo Gangi-Valguarnera, quasi invisibili nel ventre della città decrepita e, anche per questo, cosi sorprendenti al loro interno. Basta chiedere di essere accompagnati a visitare gli ottomila metri quadri traboccanti di gemme, pezzi unici e storia. Basti pensare alla Villa Reale di Monza o alla Reggia di Venaria, con la spogliazione degli arredi e il loro conseguente vuoto estetico. Ma Palermo non è Milano, né Torino, né Roma e anche un tesoro di meraviglie, anche «il palazzo del Gattopardo», può diventare sterile, improduttivo, un peso, un incubo.

Soprattutto se lo Stato – come denuncia la padrona di casa, Lionese di nascita, siciliana col cuore – ti dissangua, la Regione ti ignora, persino il Comune rema sempre contro. E non solo contro Palazzo Gangi, ma contro tutte le magioni storiche della Sicilia. Ecco perché la principessa è così arrabbiata. «Quando la madre di mio marito è morta io e lui ci siamo seduti sul pavimento dipinto della sala da ballo. Duecentoventi metri di maioliche di Vietri del 1750, che compongono una coppia di Gattopardi antropomorfi, unici nel loro genere. Anche loro erano stati deturpati dagli ospiti dei matrimoni e dei banchetti a cui mia suocera aveva affittato. Ci siamo guardati e abbiamo detto: dobbiamo salvare tutto questo. È stato l’inizio della mia rovina. Del mio ergastolo. Io ero una ragazza vivace, vivevo tra Lione, Chamonix, Parigi, mi arrampicavo cogli sci in cima alle montagne. Ma pur abituata bene, sono rimasta sconvolta dalla bellezza del barocco siciliano. E così ho assoldato dieci squadre di artigiani restauratori, ho imparato con loro, mi sono rovinata le mani, abbiamo iniziato dallo scalone d’accesso e non abbiamo più smesso. Trecentocinquanta opere recuperate in vent’anni, una piccola scuola di restauro aperta al pian terreno, tutto da soli, tutto con i nostri soldi. Che oggi sono finiti». «Nessuno ci ha mai aiutato — continua Carine Vanni Mantegna — tranne pochi mecenati stranieri. Qui sono passati Giscard d’Estaing, Pierre Bergé , Yves Saint Laurent, Francis Bouygues. Ma con gli italiani, soprattutto dal Governo Monti in poi, è stato…doloroso. Ci hanno tolto gli sgravi sull’IMU. L’IRPEF si porta via tutto dei pochi redditi che nascono qui dentro. Nessuno degli investimenti — e parliamo, negli anni, di milioni di euro, — viene considerato. La nostra proprietà, di cui affitto qualche bottega a ottocento euro al mese, viene trattata alla stregua di un palazzo romano, o veneziano, o fiorentino, dove ogni centimetro rende una montagna di denaro».
I «cahiers des doléances» della principessa riguardano almeno un’altra dozzina di dimore storiche di Palermo, sopravvissute in qualche modo ai «sacchi» della citta’. Dodici immobili che appartenevano a una categoria meglio tutelata, fino a qualche anno fa. «Con le nuove regole le case protette sono diventate quasi trecento. Una follia. Basta avere un prospetto, uno scorcio di facciata, per poter beneficiare. Tutti allo stesso modo: i capolavori e i falsi. Così anche le ultime sovvenzioni vanno disperse». «E poi – continua – non c’è nessuna strategia, nessun ragionamento: si restaurano due fienili persi nelle Madonie, si spende un milione per fare una strada e portarci i bambini a fare campeggio! A Cefalù c’era l’unico campo da Golf della zona. Sono andati avanti fin quando ci sono stati i contributi. Adesso è tutto abbandonato, proprio mentre, con la crisi in nord Africa e Medio Oriente, i turisti di tutto il mondo potrebbero scegliere la Sicilia. Qui si chiude, si sotterra. Ad Hammamet di campi da golf ce ne sono cinque». Ma un barlume di speranza, proprio non si vede? Negli ultimi due anni hanno pedonalizzato via Maqueda, recuperato piazze, fontane, giardini… «Specchi per le allodole, granelli di sabbia, in una clessidra che gira al contrario. Tutto il nostro quartiere, a est di via Roma, è semi abbandonato. Le uniche novita’ sono i B&B, le case vacanza e la pioggia di licenze dei “pub”, che stanno aperti fino alle tre di notte e bloccano la circolazione. Per il resto centinaia di negozi chiusi, case che si sciolgono senza più tetti nè finestre, viviamo un’emergenza della nettezza urbana che rivaleggia con quella di Napoli. E poi la criminalità. Siamo stati aggrediti fin sulla porta di casa, hanno tentato di portare via la fontana della nostra terrazza di notte, con una gru. A mia cugina hanno rubato la statua colossale di Ercole dal parco della villa di Bagheria, con un elicottero! Incredibile, ma vero. E allora venderà?

Al j’accuse della principessa franco-palermitana risponde l’è così toscano del conte Gaddo della Gherardesca, presidente della Associazione Dimore Storiche Italiane. E anche il pensiero di Giulia Maria Crespi, fondatrice e presidente onorario del FAI si potrebbe riassumere in un milanesissimo l’é inscì! «In tutta Italia – spiega della Gherardesca – il Paese che primo al mondo potrebbe vivere di arte e turismo, si trattano gli immobili storici, ammantati di arte e cultura, come le ville della Costa Smeralda. Si preferisce spremere un risibile gettito da imposta piuttosto che contribuire alla nascita di un flusso duraturo di opportunità, di lavoro, di ricchezza privata e pubblica. Un processo che già funziona in molti paesi e che si genera aiutando questi luoghi ad essere vitali, attraenti, visitabili e fonte di reddito. Anche per un considerevole indotto. Dal 1938 al 2011 abbiamo beneficiato di una fiscalità ragionevole – continua il presidente della ADSI – Poi, in una situazione oggettivamente di emergenza, è arrivato il cosiddetto decreto “salva Italia” del Governo Monti. Per noi è stato l’inizio della fine: il carico fiscale sulle proprietà è aumentato di quasi otto volte. Lo Stato ha smesso di liquidare i contributi dovuti per gli interventi di restauro: pur approvati dalle Soprintendenze, vengono erogati in proporzione di un decimo. Poi ci sono i costi della manutenzione, della manodopera specializzata, che sono esplosi. Se a tutto questo aggiungiamo che l’agricoltura – conclude della Gherardesca – spesso connessa alla vita di questi luoghi, non rende più nulla e che molti dei beni – vincolati o no – sono di fatto invendibili, abbiamo il quadro completo della situazione». Giulia Maria Crespi usa toni più pacati, ma la morale non cambia di molto. «Il problema riguarda migliaia di proprietà e luoghi di valore, il cui uso virtuoso potrebbe riversare sul territorio grandi benefici. La vera ricchezza del nostro Paese. Basterebbe applicare anche in Italia la deducibilità fiscale. E risanare un poco il contorno. Alcuni di questi luoghi, come ad esempio Palazzo Gangi, sarebbero due volte meritevoli di aiuto e bisognosi di idee, perché conservano intatti i loro tesori.. La Sicilia, però, è una regione a statuto speciale, e in questo specifico sfugge alle regole e agli sforzi che vengono dall’esterno. Il nostro progetto del Giardino della Kolymbethra, vicino ad Agrigento è andato in porto. L’unico in Sicilia del FAI e di cui io sono orgogliosa. Ma quante consorterie, quanti interessi privati, quanta mancanza di cultura abbiamo dovuto attraversare».

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