Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Giuseppe Tomasi da Lampedusa

Don Giuseppe TOMASI di LAMPEDUSA, Principe di Salina  (1896-1957)

th[5]Giuseppe Tomasi,  figlio del principe Giulio Tomasi di Lampedusa e di Beatrice Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò, 12º duca di Palma, 11º principe di Lampedusa,  barone di Montechiaro, barone della Torretta, Grande di Spagna di prima classe (titoli acquisiti il 25 giugno 1934 alla morte del padre),  nasce a Palermo il 23 dicembre 1896. Rimasto figlio unico perché la sorella Stefania muore di difterite l’anno dopo la sua nascita, trascorre la sua infanzia a Palermo  a Palazzo Lampedusa con  lunghi soggiorni estivi dalla nonna materna nella casa di Santa Margherita Belice.  Con la madre ha un legame molto forte che incide in tutta la sua vita. Beatrice, donna di carattere forte e di vasta cultura, gli insegna personalmente il francese  e trasmette al figlio una nuova apertura culturale cosmopolita che lo trascina verso un certo distacco dagli aspetti più provinciali della Palermo aristocratica. I rapporti con il padre, di carattere più retrivo, furono invece piuttosto freddi.

Gli anni dell’infanzia e della  prima adolescenza, trascorrono  fra spensieratezza e studio (oltre al francese  apprese anche il tedesco e l’inglese)affiancati  dalla maestra Donna Carmela, dalla mamma sempre presente e vigilante, e dalla nonna che ama  leggergli i  romanzi di Emilio Salgari ma si interrompono bruscamente con la  morte di Giulia Trigona, sorella di sua madre, uccisa dal suo amante e con la decisione dei genitori di abbandonare la fino ad allora entusiasmante e vivace vita mondana della Palermo dei Florio.

Nel 1914, Tomasi consegue il diploma di maturità classica al Liceo Garibaldi di Palermo e, l’anno successivo, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma con l’intenzione di seguire le orme dello zio paterno Pietro, unico Lampedusa che si fosse dedicato ad una professione,  intraprendendo la carriera diplomatica. Ma interrompe gli studi diverse volte per risolvere il tutto in un solo esame.

th[3]Nel 1917, va in guerra. Diviene ufficiale, viene inviato al fronte, assiste alla disfatta di Caporetto e viene fatto prigioniero dagli austriaci. Internato in prigionia in Ungheria riesce a fuggire e torna in Italia a piedi.

Negli anni seguenti, dopo le dimissioni dal Regio Esercito Italiano con il grado di tenente, viaggia attraverso l’Italia e l’Europa anche attratto dallo studio della letteratura dell’Ottocento. Spesso viaggia assieme alla madre. A volte si sofferma presso la casa di amici,  Bruno Revel, Guido Lajolo, Massimo Erede,  conosciuti durante la prigionia e da lui considerati come i più cari.

Nel 1925, a Londra, durante un soggiorno dallo zio Pietro che ivi risiedeva come ambasciatore,  conosce “Licy”, Alessandra Woll Stomersee, figlia del barone tedesco Boris Wolff von Stomersee e della musicista Alice Barbi la quale,  nel 1920,  aveva sposato in seconde nozze il diplomatico Pietro Tomasi Della Torretta,  zio di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il 24 agosto del 1932, in una chiesa ortodossa di Riga,  la sposa.  Licy, studentessa di psicoanalisi, è di antica famiglia aristocrata lettone. I coniugi vanno a vivere nel Palazzo Lampedusa a Palermo ma il rapporto Licy e  donna Beatrice non è dei migliori.  Licy ritorna, quindi,  nel suo castello di Stomersee e Roma e la coppia continua il matrimonio in forma prevalentemente epistolare salvo i periodici soggiorni a Roma dai Stomersee nel periodo estivo e nel periodo natalizio.

Tra il 1926 e il 1927, Tomasi pubblica  tre saggi – Morand, Yeats e Gundolf –  sulla rivista genovese “Le opere e i giorni” che rimarranno gli unici suoi scritti pubblicati in vita.

Nel ‘34 muore il padre. Il titolo di principe di Lampedusa e la responsabilità di “capofamiglia” passano quindi a Tomasi.

Nel 1940, quando scoppia la Seconda guerra mondiale, il principe Tomasi viene chiamato in guerra ma, essendo capofamiglia responsabile anche di una azienda agricola viene quasi subito congedato. Dopo due anni lascia Palermo e si trasferisce, assieme alla madre, a Villa Piccolo, a Capo d’Orlando,  dove andrà anche Licy per sfuggire ai bombardamenti.  Purtroppo, la casa natale del principe, Palazzo Lampedusa,  la “sua” amata dimora nell’aprile del ’43 viene distrutta dai bombardamenti. Dopo tre anni, muore la madre.

Nel ’47, i coniugi Tomasi acquistano due piani di una casa sita in via Butera 28 che apparteneva, nel secolo passato, alla famiglia Tomasi. La restaurano e ne prendono dimora fino al ’49  conducendo una vita piuttosto appartata, fatta di poche frequentazioni e sporadici ricevimenti che Licy dà nella biblioteca sita nel piano nobile. Il principe Tomasi ama andare per vecchie librerie, frequentare  il Circolo Bellini (dove si riuniscono gli aristocratici della cittàe fermarsi nei caffè  a  leggere, scrivere e incontrare vecchi conoscenti. Gli unici allontanamenti che si concede sono a Capo d’Orlando per far visita ai cugini Lucio, Casimiro e Giovanna Piccolo.
Nel ’53,  conosce Francesco Orlando, Francesco Agnello, Antonio Pasqualino e Gioacchino Lanza di Mazzarino. Le frequentazioni si fanno assidue e così il palazzo di via Butera diventa luogo di incontro culturale improntato nel suo particolare stile. Francesco Orlando diventa il suo discepolo mentre Gioacchino Lanza Mazzarino  diventa il figlio adottivo con il nome di Gioacchino Lanza Tomasi.

Verso la fine del ’54, a San Pellegrino Terme, assieme al cugino Lucio Piccolo, conosce  Eugenio Montale e Maria Bellonci. Sarà per lui un incontro molto importante tant’è  che, al ritorno da quel viaggio, inizia a scrivere “Il Gattopardo” . Durante la stesura  del romanzo, scrive anche i “Racconti d’infanzia” ai quali seguono altri racconti “La gioia e la legge” “La sirena” e l’abbozzo del romanzo “I gattini ciechi”. Dopo due anni di lavoro, nel ’56, il romanzo è concluso. Nel ’57 gli viene diagnosticato un tumore al polmone e, il 23 luglio di quello stesso anno, a Roma, nella casa della cognata in via San Martino della Battaglia n. 2 dove si reca per sottoporsi a particolari cure mediche,  muore. Riposa a Palermo, nel cimitero dei Cappuccini, nella tomba di famiglia.

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Non avendo eredi, i titoli nobiliari duca di Palma, principe di Lampedusa, barone di Montechiaro e Grande di Spagna, andarono allo zio Pietro Tomasi Della Torretta deceduto nel 1962 senza lasciare eredi.

 

Di carattere taciturno e solitario, passò gran parte del suo tempo leggendo. Scrisse: «ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva di più stare con le cose che con le persone».

La storia dell’ultimo periodo della sua vita e della stesura de Il Gattopardo è raccontata nel film di Roberto Andò “Il manoscritto del Principe” (2000).

Il figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi, in un articolo del 6 dicembre 1996 apparso sul  «Corriere della Sera» raccontava: «Lampedusa era certamente un uomo di segreti» «Lampedusa si identificava con il principe Salina» « la famosa battuta del cambiare per non cambiare», pronunciata da Tancredi all’interno della vicenda «non è la morale del romanzo, altrimenti Lampedusa l’avrebbe fatta pronunciare al principe. Lampedusa, invece, considerava la morale del cambiare per non cambiare schifosa e inaccettabile» «Nel 1953 Lampedusa sente di dover fare qualcosa per animare Palermo. E’ uomo di cultura mostruosa, ha letto tutto. E allora prende a frequentare un gruppo di giovani, conosciuti in casa del barone Bebbuzzo Sgadari di Lo Monaco. Bebbuzzo era un’originale figura di omosessuale, un aristocratico. In casa sua passavano gli intellettuali, da Bacchelli,  a Berenson e Calvino. Da Bebbuzzo, Lampedusa conosce Francesco Orlando, Francesco Agnello, Antonio Pasqualino, me e la mia fidanzata di allora, Mirella Radice. Orlando diverrà suo discepolo, io verrò adottato» «Dipingono Lampedusa come un conservatore, ma non lo era. Votò monarchico al referendum del 1946. Poi credo votasse per la Dc. Ma conosceva Marx,studiava Lenin, Croce, Gramsci. E credeva nella rivoluzione francese. Celebrato come scrittore dell’aristocrazia, considerava la decapitazione di Luigi XVI “la testa meglio staccata della storia”. Era persuaso che la storia dovesse muoversi di tanto in tanto con delle scosse formidabili».Lanza Tomasi definiva ancora Lampedusa come «un uomo d’azione» che: «Tentò la fuga dal campo di concentramento, viaggiò in Europa con la madre, si fidanzò due volte. Poi sposò la principessa baltica Licy Wolffstomersee in Lettonia, prima donna psicanalista d’Italia. Psicanalizzò Bebbuzzo, me e Orlando, ma Lampedusa declinò sempre, sorridendo scettico» Entrando ancor di più nell’intimità di Lampedusa, Lanza Tomasi diceva: «Si levava al mattino presto, usciva di casa, comprava il «Corriere» e il «Giornale di Sicilia» e leggeva al caffè, lavorando. Seguiva la politica internazionale e si divertiva a segnare gli strafalcioni dialettali del «Sicilia». Dalla politica e dalla letteratura traeva una lezione morale: come si agisce. E questo insegnava a noi ragazzi. La televisione non gli piaceva. Non volle comprarla e quando un televisore gigantesco apparve in casa dell’amato cugino Casimiro Piccolo, sentenziò “Con quell’apparecchio sulle ruote non si può più conversare”. Disprezzando la provincia, l’immobilismo, Lampedusa ci spingeva a guardare altrove. Nessuno lavorava di quei nobili, non mio padre, non i Piccolo. Il solo Giovanni Grasso era dirigente ai cantieri navali ed era un caso. Si passava pigramente dai cocktail, dai miei genitori a palazzo Mazzarino, al calcolo dei bilanci in rovina. Lampedusa no: leggeva  Moravi  e gli piaceva, leggeva Pratolini.  Disprezzava Patti, ma apprezzava Brancati. Diceva che Montale  era secondo solo ad Eliot, nel Novecento». Alla domanda del giornalista sul perché Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, scrivendo al figlio Giuseppe ormai cinquantenne, lo nominasse sempre al femminile come fosse una donna, Lanza Tomasi alzava la mano in diniego: «Qualche critico ha parlato di omosessualità, ma nei testi non ce n’è traccia».Sui segreti di Tomasi di Lampedusa, che Lanza pareva conoscere ma non voler rivelare, forse rimarrà sempre il mistero o, ancora, il dubbio che siano più banali di quel che ci si immagina.

Opere

Il Gattopardo, Milano,      Feltrinelli,      1958.

Racconti, Milano, Feltrinelli, 1961.

Lezioni su Stendhal, Palermo,      Sellerio,      1977.

Invito alle Lettere francesi      del Cinquecento,      Milano, Feltrinelli, 1979.

Il mito, la gloria, Roma, Shakespeare &      Company,a cura di Marcello Staglieno 1989.

Letteratura inglese, 2 voll., Milano, Arnoldo Mondadori Editore,      19901991.

Viaggio in Europa.    Epistolario 1925-1930, Milano, Mondadori, 2006.

“Il Gattopardo”:  inizialmente, avrebbe dovuto essere la descrizione di una giornata nella vita di un suo antenato al momento dello sbarco dei Mille.  Tomasi morì senza aver avuto nessun tipo di soddisfazione per il romanzo da lui scritto. Nel ’56,  anno di conclusione dlela stesura, lo propose dapprima alla Mondadori e poi a Elio Vittorini dell’Einaudi. Da entrambi ricevette un rifiuto. Per Tomasi ne conseguì  una profonda  amarezza.  Dopo la sua morte , Elena Croce, inviò il dattiloscritto allo scrittore ferrarese  Giorgio Bassani il quale si fece promotore e curatore della pubblicazione presso la Feltrinelli. Fin dalla prima uscita, nel novembre del ’58, il romanzo riscosse uno straordinario successo anche se non mancarono le aspre polemiche. Consacrato dal pubblico come  nessun altro romanzo italiano del ‘900, gli venne assegnato il premio Strega nel ‘59. Tradotto in molte lingue, “Il Gattopardo”  è un romanzo conosciuto nel mondo. La versione cinematografica di Luchino Visconti fu realizzata nel ’63.

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