Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Una storia, tra le tante…

 

una storia, tra le tante…

Sto tornando da Forlì. Guido la macchina senza prestare attenzione alla radio che mixa musica leggera e brutte notizie ma guardo, completamente sedotta, il paesaggio un po’ romagnolo un po’ emiliano che sto attraversando. Quanto è bella la mia Italia! Un verde rigoglioso, diverso nelle sue intensità e nelle sue linee ad ogni minimo tratto, fa da cornice a sprazzi visivi di storie  antiche e nuove … ad ogni sguardo di curiosità provo le stesse emozioni che provavo quando ero piccina e non vedevo l’ora di diventare grande per poter andare a scovare quelle storie che sapevo essere nascoste in ogni parte, soprattutto in quei meravigliosi  antichi palazzi abbandonati nelle campagne, ermeticamente serrati alla possibile entrata dei viventi e alla possibile fuga del ricordo di chi li ha vissuti. 

Di chilometri ne ho fatti tanti. Di aerei, treni, navi, ne ho presi tanti. Ho visto posti bellissimi e bruttissimi dei quali, comunque, non mi importava quasi niente  perché dentro di me ho sempre avuto sete d’Italia, e non di altro.

Nessun’altra terra è per me di pari interesse, eppure, la mia vita si è scialacquata lontana da qui, lontana da quei palazzi che volevo tanto vedere, toccare, annusare, scoprire… lontana da  tutto ciò che avrei voluto fare.

Guido a velocità rallentata come in catalessi, dietro di me  suonano ripetutamente il clacson… già, questi italiani di oggi… sempre di corsa, sempre nervosi, sempre arroganti, sempre in atteggiamento da super ganzi insofferenti degli esseri “a loro inferiori”… insopportabili!… nulla hanno a che vedere con i paesani che osservavo incantata da piccola per capire a quale di loro avrei voluto somigliare quando sarei diventata grande. Quando ero piccola … (uff, più di cinquant’anni fa)  gli adulti non erano così tutti infelicemente uguali come sono adesso! ognuno di essi era davvero unico, ognuno di essi era un personaggio interprete della vita del luogo e non (seppur ganza) comparsa di un luogo universale e di una vita seriale. A seconda del proprio mestiere e del proprio ruolo in società possedevano, e mostravano,  un proprio differente portamento, un proprio differente modo di vestire,  parlare,  gesticolare,  ragionare e persino sognare o ambire. E, ognuno, aveva un proprio odore.

Forse che questi  uniformati e universali ganzi di oggi, si sono del tutto dimenticati di come era la gente di ieri? Io non mi sono dimenticata nulla di quell’Italia che oggi si fatica a ritrovare probabilmente perché, a differenza di chi è rimasto qui, io me ne sono andata all’estero portando con me i miei amati ricordi intatti e, con amore, li custodisco immutati.

 

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La complicata storia della mia dinastia popolana ha inizio nel 1894 quando ”lei” nacque nel ferrarese e “lui” nacque nel palermitano…

e il Diavolo sulle loro culle fece le pentole.

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Anna, ferrarese

nata a Renazzo di Cento il 3 maggio 1894

 

 

 

 

 

nata a Renazzo di Cento il 3 maggio 1894

 

 

 

Si era innamorata Anna di quel siciliano alto dagli occhi scuri e penetranti, dai tanti capelli neri ondulati, dalla carnagione olivastra, dal portamento altero e dal sorriso infantile. Si era innamorata di lui perdutamente, immensamente, pur sapendo che il suo era un amore “non permesso” perché, il siciliano, era uomo già maritato.

Angelo e Maria, i suoi genitori,  non  capivano,  non volevano capire  e, avevano giurato, non avrebbero mai capito perché mai la loro bambina, cresciuta con tanto amore e tanta attenzione di tutela alla sua femminilità, alla sua integrità di donna da maritare, al suo buon nome del tutto in regola e pronto per essere abbinato ad un altro buon nome di un buon partito del luogo, potesse regalarsi a un amore che nulla avrebbe potuto darle se non sofferenze e vergogna e fosse persino disposta a seguirlo in quella sua terra allora così enormemente lontana, così enormemente sconosciuta, così enormemente sospettata, così enormemente diversa dal mondo di Anna.

L’avevano avvertita tutti del suo terribile errore, i genitori, i fratelli, le sorelle, i parenti, gli amici, i compaesani, perfino il prete. Ma Anna non riusciva a contrapporre le regole, la tradizione, le formalità, la convenienza al suo grande amore; lei voleva soltanto sentire il suo cuore e il suo istinto, non la ragione degli altri.

E così fu che Anna, contro tutti, rinunciando a tutto, sul finire della prima guerra mondiale, quando amare un uomo sposato era un reato che si pagava perdendo ogni diritto ed ogni dignità, quando mettere al mondo dei figli con un uomo sposato era un reato che si pagava con la vergogna di aver messo al mondo dei “bastardini”, scelse comunque  il suo Calogero convinta che la Vita, dopotutto,  non avrebbe potuto castigare un amore così grande, così vero, così sincero. E invece, solo dopo pochi anni, il grande dolore, il più grande dolore che un essere umano può subire, arrivò puntualmente.

Sara, sarinala sua prima bambina, quel visino che aveva i suoi stessi occhi e quei bei capelli neri che già tanto amava nel suo uomo, quelle manine così piccole e bianche che quando stringevano il suo petto generoso di latte e di amore la facevano piangere di gioia incontenibile, la sua adorata Sarina, morì.

La morte di un figlio, per una madre, è il dolore più grande. Un dolore che vibra in ogni cellula del corpo, che cresce in ogni pensiero della mente, che si espande in ogni sussulto dell’anima … un dolore che non è possibile accettare né comprendere né tanto meno contenere. Sette spade trafiggono il cuore fino a lacerarlo completamente. Ma per Anna, ve ne era una in più, l’ottava spada, quella della colpa.

Con la sua bambina morta tra le braccia, stretta stretta al suo petto per darle ancora la vita con il suo seno come aveva fatto solo pochi anni prima, per difenderla con tutta la sua forza e tutto il suo amore da chi ora la voleva strappare dalle sue braccia per ricoprirla di terra e di buio, urlando con tutto il suo essere che nessuno doveva avvicinarsi a lei e toccarla, Anna capì la sua colpa, la sua immensa e irrimediabile colpa di aver creduto che l’amore può tutto quando, invece, può ben poco.

Distrutta, abbattuta, sconfitta dal destino che era venuto a chiedere il suo pegno,  Anna supplicò a Calogero di andare via da quel luogo dove qualcuno, sicuramente, aveva fatto un maleficio al loro amore e alla loro felicità. Era tanto buona la sua bimba, tanto bella, tanto piccina … come avrebbe potuto la Vita farle del male se non perché il Male era stato invocato?

Anna e Calogero scapparono da Palermo in fretta e furia. Avevano altri cinque figli e volevano proteggerli contro il Male che erano certi si era annidato in quella casa così vicina alla casa dove lui avrebbe dovuto dormire con un’altra donna, non Anna,  e crescere altri figli, non quelli avuti con Anna.

Scapparono portando con sé soltanto il loro grande amore e qualche valigia, null’altro del molto che avevano. Ma i loro “bastardini” valevano qualunque sacrificio e qualunque sacrificio Anna e Calogero erano disposti a fare.

Arrivarono nel ferrarese dopo appena un mese dalla sepoltura della loro Sarina nel cimitero del monte di S. Rosalia. Era autunno, ed era una  sera di fitta nebbia;  la nebbia grigia e umida ricopriva tutto e tutti e non lasciava intravedere nulla, nemmeno il passato, il presente e il futuro. Anna ringraziò il cielo per quella nebbia che la aiutava a nascondere le sue lacrime per la sua Sarina che istintivamente cercava ancora tra i suoi figli, e anche Calogero ringraziò il cielo per quella nebbia che lo aiutava a mimetizzare il falso sorriso che si imponeva nel tentativo di rassicurare e rincuorare Anna e i bambini.

I genitori di Anna erano in stazione ad aspettarli. Non lo avevano mai voluto per sua figlia, eppure, ora erano lì ad aspettare anche lui, a far capire a tutti loro e a tutto il paese che loro erano la famiglia di Anna, di Calogero, dei cinque bambini arrivati con loro e anche di quella bimba rimasta per sempre a Palermo. Loro erano la loro famiglia soprattutto ora che la loro figlia aveva solo bisogno di affetto e di aiuto, non certo di recriminazioni .

In quella minuscola fermata della Littorina che percorreva la via Ferrara-Modena, si riabbracciarono genitori e figlia dopo che erano passati anni senza vedersi e senza sentirsi. Erano talmente tanti i fatti che si dovevano raccontare che non si dissero una sola parola; si abbracciarono e in silenzio piansero. Soltanto i cinque bambini vociferavano con un forte accento siciliano chiedendo continuamente perché lì non c’era il sole e perché non c’era il mare e perché c’era la nebbia e perché perché perché…

Per Anna e Calogero fu molto umiliante e ed estremamente faticoso il reinserimento in quel paesino da dove Anna se ne era andata a testa alta perché nessuno la capiva e dove ora era tornata a testa bassa perché tutti avevano capito, meno lei. Ma tutto erano disposti a  sopportare pur di tenere i loro figli lontano e al riparo da quel maleficio.

Ma,  a nulla valse scappare, soffrire, faticare, riempirsi le mani di calli e cospargersi pubblicamente la testa di cenere . A nulla valse aver rinunciato a quel mare che riempiva ogni finestra della loro bella casa, ai bei fiori immolati negli affreschi, alle maioliche che impreziosivano la loro cucina, alla musica in teatro di quando in quando  e alla granita di ogni domenica in piazza San Domenico. Passarono solo pochi anni, e la Vita arrivò di nuovo a pretendere il pagamento del pegno dovuto.

Ora Anna non poteva abbracciare al suo seno la carne della sua carne che stava morendo,  come aveva fatto con la sua bambina. Ora poteva solo starsene in silenzio, composta ai piedi del letto di ospedale che conteneva il suo bambino, il suo primogenito, il suo Orlando ormai alto più di un metro e ottanta ma tanto fragile.   Orlando, il suo tanto amato Orlando! Era così bello Orlando. Era così intelligente Orlando. Era così da tutti tanto amato Orlando quando suonava e cantava e rallegrava le serate d’estate di quel paesino ferrarese… ed aveva soltanto 21 anni.

Lavorava alla Ducati andando ogni giorno a Bologna in bicicletta, 35 km per andare, 35 per tornare, sotto il sole, con il freddo, nella neve. Voleva vincere la miseria in cui era caduta la famiglia lavorando più del dovuto e mangiando meno del dovuto… no, non c’era proprio motivo perché il cielo se lo portasse via ancor prima di cominciare ad assaporare anche solo una delle bellezze della vita!

Invece, per Anna, nel suo cuore, c’era un motivo. Castigarla. Non avrebbe dovuto far nascere Orlando con uomo sposato a un’altra.

Ricordò ancora una volta ogni parola di quanto avevano detto i suoi genitori, i suoi fratelli, le sue sorelle, le sue amiche, tutti,  persino il prete. E ricordò che lei non aveva voluto ascoltare. E la punizione,  immensa e terribile, era arrivata ancora.

Orlando santino 001

Quanto avrebbe voluto Anna dare la sua stessa vita in cambio di quella di suo figlio! quanto avrebbe voluto dare la sua stessa vita in cambio di quella di sua figlia! Ma la Vita non voleva affatto la sua vita, voleva soltanto  il suo dolore, il suo pentimento, il suo imparare a riconoscere l’errore commesso.

Con la morte della sua Sarina e del suo Orlando, Anna credette di aver dato ormai  molto più di tutto, di aver pagato un tributo sconfinato, ma si sbagliava.

Calogero Riccobono nato a Montelepre il 2 marzo 1894

Era un giorno di maggio del 1945.

In  un pomeriggio di tiepido sole, il suo adorato Calogero venne chiamato in caserma per “un semplice accertamento di documenti” . Visto che faceva l’autista ed aveva un mezzo di trasporto proprio che ogni settimana percorreva le allora impervie strade che congiungevano Modena con Ferrara fino a Goro, non era poi così strana questa richiesta. Calogero, che sulla soglia di casa stava aggiustando una vecchia bicicletta per il suo Armandino, con uno straccio si pulì alla meglio le mani sporche di grasso e si incamminò a piedi verso la caserma che distava poco meno di un chilometro. Forse dalla porta urlò ad Anna, intenta a preparare la cena, che sarebbe tornato da lì a poco; ma non tornò mai. Lo ritrovarono il 16 settembre 1945 in una fossa comune di San Nicolò di Argenta,  nei pressi della stazione ferroviaria di Montesanto, assieme ad altri 22 cadaveri tutti, come lui, con le mani legate dietro la schiena, tutti, come lui,  con uno sparo di pistola alla nuca, tutti,  ma lui no, denudati. Lui no, lui era completamente vestito e nella tasca del suo gilet custodiva il suo portafogli con ancora la  sua patente, dalla quale non si separava mai perché  era il pane per la sua famiglia, e con ancora la foto,  dalla quale non si separava mai, della sua Vanna perché, nei suoi viaggi, con orgoglio di padre, mostrava a tutti come ormai “è diventata una ragazza, la più bella ragazza del paese”.

Vanna cavallo 001

 

Vanna, nata il 18 settembre 1922. Il Tribunale di Ferrara, accortosi che il papà era uomo già maritato, le modificò il cognome in Riccoboni e la fece diventare figlia di NN sia di madre che di padre

 

 

 

 

 

Da quel giorno di fine settembre in cui due carabinieri dissero ad Anna che il suo uomo, che il padre dei suoi figli, era stato ammazzato come un cane rabbioso che va eliminato e seppellito in fretta e furia, da quando ricordò che fu proprio un suo vicino di casa, uno dei tanti che accorreva festoso a prendere l’olio e il vino che Calogero si faceva portare dalla sua terra siciliana e che  generosamente distribuiva aggiungendo canti e balli fino all’alba per festeggiare tutti assieme i frutti di quella terra da lui tanto amata,  Anna si proibì qualsiasi emozione. Da quel giorno, non si permise più un sorriso o una lacrima, soltanto gesti meccanici utili esclusivamente alla sua sopravvivenza in quanto utile alla sopravvivenza dei figli. Null’altro. Mai più. E proibì ai suoi figli di menzionare il nome di Calogero, Orlando e Sara;  e, insieme ai loro nomi, sparirono tutte le foto ed ogni oggetto che potesse far parlare di loro.  Con la sua impenetrabilità difese il loro ricordo così come il freddo marmo di tomba difende i corpi dei defunti, per sempre.

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A cinquant’anni ormai compiuti, un giorno, quando mi fu prestato un libro che, per tipo di argomento, nemmeno volevo leggere, “SCONOSCIUTO 1945” di G. Pansa,  buttando lo sguardo un po’ qua e un po’ là, più per onorare il prestito della mia amica che per vero interesse riguardo ciò che potevano raccontare quelle pagine… zac! CALOGERO RICCOBONO nato il 3 marzo 1894 a Montelepre. Lo lessi, e lo rilessi, e lo rilessi ancora incredula. Dunque …“quel nome esiste!” dunque… “quell’uomo è esistito!” Quel nome che  non smettevo di leggere tra i morti ammazzati  nel dopoguerra ferrarese… “quel nome” stava per “mio nonno”. Di colpo, dopo tanti anni e dopo pochissime volte di aver sentito pronunciare Calogero Riccobono a denti stretti e di nascosto, presi coscienza che avevo avuto un nonno in carne ed ossa e che la nonna riservata e impenetrabile che mi aveva cresciuta e che credevo di conoscere così tanto, in realtà, non la conoscevo non la conoscevo affatto.

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Calogero, palermitano

Chissà quali siano stati i pensieri in quella paurosa notte del 1945 su quel camion fatto di assi di legno impregnati di sudore sanguigno e vomito e sputo e piscio ed escrementi di condannati a  morte. Chissà se tra i ventitré uomini prelevati giorni prima dalle loro case e buttati, in quella notte settembrina umida e fredda, uno sull’altro verso la morte che si fa di nascosto, verso la fine vergognosa del corpo e dell’anima e della memoria,  ci furono parole di condivisa angoscia o se, invece, ognuno  pregava solo per sé o  piangeva o urlava o si disperava o si dibatteva … chissà.

Chissà cosa provasse ogni uomo, ogni coscienza, ogni cuore martellante ad ogni passo strattonato e obbligato  verso il colpo di pistola alla nuca che gli avrebbe fatto saltare il cervello; e poi, l’ultimo oltraggioso atto finale,  il  calcio rabbioso e vendicativo di chi avrebbe buttato il suo corpo, forse già morto o forse ancora vivo, dentro quella fossa comune già piena di sangue e corpi sussultanti di morte e di terrore. Legato con le mani dietro la schiena, annullate le forze del corpo e dell’anima dalla crudeltà degli esseri umani,  Calogero forse in quel momento ha appellato al ricordo della bellezza della Vita  …  il dolce e sereno rollio delle barche dormienti al porto, del tutto inimmaginabile nel suo continuo  inciampare tra le zolle di quella dura e secca campagna,  il profondo blu dell’immenso mare che gli aveva promesso libertà eterna, del tutto inimmaginabile in quella vigliacca notte senza scampo, il dolce profumo degli aranci in fiore, del tutto inimmaginabile in quell’orribile puzzo di odio umano …  … o forse pensava alla Vita che si era accanita contro di lui e gli aveva tolto davvero troppo … gli aveva tolto il suo ragazzo senza nemmeno concedergli di abbracciarlo nel letto di morte …  e gli aveva tolto la sua bimba, la sua bimba! … ah se solo lui fosse stato a casa! nessuno avrebbe messo quelle orribili sanguisughe su quelle braccine così esili e bianche e su quella schiena così piccola e magra! ma era tanto lontano lui, era in Eritrea, a guadagnare i soldi che avrebbero dovuto  garantire ai suoi figli la dignità e la vita, e invece… … o forse pensava ad Anna, alla sua Anna. Poverina Anna, quanto ha sofferto per avermi amato! quanto poco, quanto niente le ho potuto dare! ma quanto l’ho amata e quanto la amo e quanto la amerò, sempre …  o forse l’ultimo pensiero fu per le sue due bimbe… le stava lasciando senza il papà proprio quando i giovanotti ronzavano attorno a loro  pericolosamente … e i suoi due maschietti?!  poveretti, dovranno scappare lontano per salvarsi da questa follia violenta che fa uccidere parente con parente, amico con amico, vicino di casa con vicino di casa … … i miei figli!!! la mia Anna!!! bisogna difenderli! bisogna proteggerli! bisogna tutelarli! bisogna bisogna bisogna … ma io non ci sarò … mi stanno portando a morire, spietatamente, inesorabilmente, eternamente. Povero amore mio, poveri figli miei, vi sto lasciando da soli con null’altro che il vuoto,  la paura e la vergogna.

Vi ho voluto con tutto il mio cuore anche se la legge e la società non lo voleva, e ora me ne devo andare senza lasciarvi nulla di mio, nemmeno il diritto di piangermi.

(continua…)