Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Una storia, tra le tante…

 

una storia, tra le tante

 

La complicata storia della mia dinastia popolana ebbe inizio nel 1894 quando ”lei” nacque nel ferrarese e “lui” nacque nel palermitano, e il Diavolo sulle loro culle fece le pentole…

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Anna B., ferrarese

nata a Renazzo di Cento il 3 maggio 1894

 

 

 

 

 

nata  il 3 maggio 1894

 

 

 

Si era innamorata Anna di quel siciliano alto dagli occhi scuri e penetranti, dai tanti capelli neri ondulati, dalla carnagione olivastra, dal portamento altero e dal sorriso infantile. Si era innamorata di lui perdutamente, immensamente, pur sapendo che il suo era un amore “non permesso” perché, il siciliano, era uomo già maritato.

Angelo e Maria, i suoi genitori,  non  capivano,  non volevano capire  e, avevano giurato, non avrebbero mai capito perché mai la loro bambina, cresciuta con tanto amore e tanta attenzione di tutela alla sua femminilità, alla sua integrità di donna da maritare, al suo buon nome del tutto in regola e pronto per essere abbinato ad un altro buon nome di un buon partito del luogo, potesse regalarsi a un amore che nulla avrebbe potuto darle se non sofferenze e vergogna e fosse persino disposta a seguirlo in quella sua terra allora così enormemente lontana, così enormemente sconosciuta, così enormemente sospettata, così enormemente diversa dal mondo di Anna.

L’avevano avvertita tutti del suo terribile errore, i genitori, i fratelli, le sorelle, i parenti, gli amici, i compaesani, perfino il prete. Ma Anna non riusciva a contrapporre le regole, la tradizione, le formalità, la convenienza al suo grande amore; lei voleva soltanto sentire il suo cuore e il suo istinto, non la ragione degli altri.

E così fu che Anna, contro tutti, rinunciando a tutto, sul finire della prima guerra mondiale, quando amare un uomo sposato era un reato che si pagava perdendo ogni diritto ed ogni dignità, quando mettere al mondo dei figli con un uomo sposato era un reato che si pagava con la vergogna di aver messo al mondo dei “bastardini”, scelse comunque  il suo Calogero convinta che la Vita, dopotutto,  non avrebbe potuto castigare un amore così grande, così vero, così sincero. E invece, solo dopo pochi anni, il grande dolore, il più grande dolore che un essere umano può subire, arrivò puntualmente.

Sara, sarinala sua prima bambina, quel visino che aveva i suoi stessi occhi e quei bei capelli neri che già tanto amava nel suo uomo, quelle manine così piccole e bianche che quando stringevano il suo petto generoso di latte e di amore la facevano piangere di gioia incontenibile, la sua adorata Sarina, morì.

La morte di un figlio, per una madre, è il dolore più grande. Un dolore che vibra in ogni cellula del corpo, che cresce in ogni pensiero della mente, che si espande in ogni sussulto dell’anima … un dolore che non è possibile accettare né comprendere né tanto meno contenere. Sette spade trafiggono il cuore fino a lacerarlo completamente. Ma per Anna, ve ne era una in più, l’ottava spada, quella della colpa.

Con la sua bambina morta tra le braccia, stretta stretta al suo petto per darle ancora la vita con il suo seno come aveva fatto solo pochi anni prima, per difenderla con tutta la sua forza e tutto il suo amore da chi ora la voleva strappare dalle sue braccia per ricoprirla di terra e di buio, urlando con tutto il suo essere che nessuno doveva avvicinarsi a lei e toccarla, Anna capì la sua colpa, la sua immensa e irrimediabile colpa di aver creduto che l’amore può tutto quando, invece, può ben poco.

Distrutta, abbattuta, sconfitta dal destino che era venuto a chiedere il suo pegno,  Anna supplicò a Calogero di andare via da quel luogo dove qualcuno, sicuramente, aveva fatto un maleficio al loro amore e alla loro felicità. Era tanto buona la sua bimba, tanto bella, tanto piccina … come avrebbe potuto la Vita farle del male se non perché il Male era stato invocato?

Anna e Calogero scapparono da Palermo in fretta e furia. Avevano altri cinque figli e volevano proteggerli contro il Male che erano certi si era annidato in quella casa così vicina alla casa dove lui avrebbe dovuto dormire con un’altra donna, non Anna,  e crescere altri figli, non quelli avuti con Anna.

Scapparono portando con sé soltanto il loro grande amore e qualche valigia, null’altro del molto che avevano. Ma i loro “bastardini” valevano qualunque sacrificio e qualunque sacrificio Anna e Calogero erano disposti a fare.

Arrivarono nel ferrarese dopo appena un mese dalla sepoltura della loro Sarina nel cimitero del monte di S. Rosalia. Era autunno, ed era una  sera di fitta nebbia;  la nebbia grigia e umida ricopriva tutto e tutti e non lasciava intravedere nulla, nemmeno il passato, il presente e il futuro. Anna ringraziò il cielo per quella nebbia che la aiutava a nascondere le sue lacrime per la sua Sarina che istintivamente cercava ancora tra i suoi figli, e anche Calogero ringraziò il cielo per quella nebbia che lo aiutava a mimetizzare il falso sorriso che si imponeva nel tentativo di rassicurare e rincuorare Anna e i bambini.

I genitori di Anna erano in stazione ad aspettarli. Non lo avevano mai voluto per sua figlia, eppure, ora erano lì ad aspettare anche lui, a far capire a tutti loro e a tutto il paese che loro erano la famiglia di Anna, di Calogero, dei cinque bambini arrivati con loro e anche di quella bimba rimasta per sempre a Palermo. Loro erano la loro famiglia soprattutto ora che la loro figlia aveva solo bisogno di affetto e di aiuto, non certo di recriminazioni .

In quella minuscola fermata della Littorina che percorreva la via Ferrara-Modena, si riabbracciarono genitori e figlia dopo che erano passati anni senza vedersi e senza sentirsi. Erano talmente tanti i fatti che si dovevano raccontare che non si dissero una sola parola; si abbracciarono e in silenzio piansero. Soltanto i cinque bambini vociferavano con un forte accento siciliano chiedendo continuamente perché lì non c’era il sole e perché non c’era il mare e perché c’era la nebbia e perché perché perché…

Per Anna e Calogero fu molto umiliante e ed estremamente faticoso il reinserimento in quel paesino da dove Anna se ne era andata a testa alta perché nessuno la capiva e dove ora era tornata a testa bassa perché tutti avevano capito, meno lei. Ma tutto erano disposti a  sopportare pur di tenere i loro figli lontano e al riparo da quel maleficio.

Ma,  a nulla valse scappare, soffrire, faticare, riempirsi le mani di calli e cospargersi pubblicamente la testa di cenere . A nulla valse aver rinunciato a quel mare che riempiva ogni finestra della loro bella casa, ai bei fiori immolati negli affreschi, alle maioliche che impreziosivano la loro cucina, alla musica in teatro di quando in quando  e alla granita di ogni domenica in piazza San Domenico. Passarono solo pochi anni, e la Vita arrivò di nuovo a pretendere il pagamento del pegno dovuto.

Ora Anna non poteva abbracciare al suo seno la carne della sua carne che stava morendo,  come aveva fatto con la sua bambina. Ora poteva solo starsene in silenzio, composta ai piedi del letto di ospedale che conteneva il suo bambino, il suo primogenito, il suo Orlando ormai alto più di un metro e ottanta ma tanto fragile.   Orlando, il suo tanto amato Orlando! Era così bello Orlando. Era così intelligente Orlando. Era così da tutti tanto amato Orlando quando suonava e cantava e rallegrava le serate d’estate di quel paesino ferrarese… ed aveva soltanto 21 anni.

Lavorava alla Ducati andando ogni giorno a Bologna in bicicletta, 35 km per andare, 35 per tornare, sotto il sole, con il freddo, nella neve. Le tante copie, fatte a temperino, delle navi ancorate nel porto di Palermo gli conferirono una  manualità molto apprezzata nel settore ottico della allora Ducati. Amava molto il suo lavoro, era fidanzato, voleva metter su famiglia… no, non c’era proprio motivo perché il cielo se lo portasse via ancor prima di cominciare ad assaporare le bellezze della vita…

Invece, per Anna, nel suo cuore, il motivo c’era, ed era palese.  Castigarla! Non avrebbe dovuto far nascere Orlando con uomo già sposato a un’altra. Ricordò ancora una volta ogni parola delle predizioni nefaste che avevano fatto i suoi genitori, i suoi fratelli, le sue sorelle, le sue amiche, tutti,  persino il prete. E ricordò che lei non aveva voluto ascoltare. E la punizione terribile era arrivata, ancora.

Quanto avrebbe voluto Anna dare la sua stessa vita in cambio di quella di suo figlio! quanto avrebbe voluto dare la sua stessa vita in cambio di quella di sua figlia! Ma la Vita non voleva affatto la sua vita, voleva soltanto  il suo dolore, il suo pentimento, il suo imparare a riconoscere l’errore commesso.

Con la morte della sua Sarina e del suo Orlando, Anna credette di aver dato ormai  molto più di tutto, di aver pagato un tributo sconfinato, ma si sbagliava.

Maggio, 1945. In  un pomeriggio di tiepido sole il suo adorato Calogero venne chiamato in caserma per “un semplice accertamento di documenti” . Visto che faceva l’autista ed aveva un mezzo di trasporto proprio che ogni settimana percorreva le allora impervie strade che congiungevano Modena con Ferrara per arrivare poi fino a Goro, non era quella una strana richiesta. Calogero, che sulla soglia di casa stava aggiustando una vecchia bicicletta per il suo ultimogenito, Armandino, con uno straccio si pulì alla meglio le mani sporche di grasso e si incamminò a piedi verso la caserma che distava poco meno di un chilometro. Forse dalla porta urlò ad Anna, intenta a preparare la cena, che sarebbe tornato da lì a poco; ma non tornò mai. Lo ritrovarono a ottobre del ’45 in una fossa comune di San Nicolò di Argenta,  nei pressi della stazione ferroviaria di Montesanto, assieme ad altri 22 cadaveri tutti, come lui, con le mani legate dietro la schiena, tutti, come lui,  con uno sparo di pistola alla nuca, tutti,  ma lui no, denudati. Lui no, lui era completamente vestito e nella tasca del suo panciotto custodiva ancora la  sua patente, dalla quale non si separava mai perché  era il pane per la sua famiglia, e la foto della figlia maggiore,  la sua Vanna.

Vanna cavallo 001

 

Vanna, nata il 18 settembre 1922.

Il Tribunale di Ferrara, nel 1924,  accortosi che portava il cognome del papà,  uomo però già maritato con un’altra donna,  modificò il cognome di una bimba di  due anni  trasformandola così, per sempre,  in figlia di NN, ossia, figlia di nessuno. 

 

 

 

 

Dal giorno in cui due carabinieri dissero ad Anna che il suo uomo, che il padre dei suoi figli, era stato ammazzato come un cane rabbioso che va eliminato e seppellito in fretta e furia, da quando ricordò che fu proprio un suo vicino di casa, uno dei tanti che accorreva festoso a prendere l’olio e il vino che Calogero si faceva portare dalla sua terra siciliana e che  generosamente distribuiva aggiungendo canti e balli fino all’alba per festeggiare tutti assieme i frutti di quella terra da lui tanto amata,  Anna si proibì qualsiasi emozione. Da quel giorno, non si permise più un sorriso o una lacrima ma soltanto gesti meccanici utili esclusivamente alla sua sopravvivenza in quanto utile alla sopravvivenza dei figli. Null’altro. Mai più. Con la sua impenetrabilità difese il loro ricordo così come il freddo marmo di tomba difende i corpi dei defunti, per sempre.

***

A cinquant’anni ormai compiuti, un giorno, quando mi fu prestato un libro che, dato l’argomento che trattava, nemmeno volevo leggere, “SCONOSCIUTO 1945” di G. Pansa,  buttando distrattamente  lo sguardo tra una pagina e l’altra , più per onorare il prestito della mia amica che per vero interesse riguardo ciò che potevano raccontare quelle pagine… zac! mi balzò agli occhi  CALOGERO R. nato il 3 marzo 1894 a Montelepre. Lo lessi, e lo rilessi, e lo rilessi ancora, incredula. “quel nome … esiste!” dunque, “quell’uomo è esistito!” Quel nome che  non smettevo di leggere tra i morti ammazzati  nel dopoguerra ferrarese, “quel nome” stava per “mio nonno”. Di colpo, dopo tanti anni e dopo le pochissime volte di aver sentito pronunciare il nome di Calogero Riccobono presi d’improvviso coscienza di aver avuto anch’io  un nonno in carne ed ossa e che mia nonna , quella che conoscevo così bene, mi era del tutto sconosciuta

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Calogero R., palermitano

 

 

nato il 3 marzo 1894

 

 

 

 

 

Chissà quali siano stati i pensieri in quella paurosa notte del 1945 su quel camion fatto di assi di legno che lasciavano intravedere l’orizzonte notturno e la terra battuta dei “caradòn” della campagna ferrarese … assi di legno impregnati di odore e liquidi, sudore sanguigno e vomito e  piscio  e lacrime di chi sente la morte che si avvicina.  Chissà se tra i ventitré uomini prelevati giorni prima dalle loro case, dalle loro famiglie, dai loro affetti, dal loro destino, in quella notte settembrina già  umida e fredda, legati e accatastati a forza, uno sull’altro,  ad ogni salto del camion che sfilava verso la loro  morte, chissà se ci furono parole di preghiera o di reciproca consolazione o di disperazione collettiva condivisa o  se, invece, ognuno  di loro solo per sé  piangeva o urlava o pregava … chissà.

Chissà cosa provasse ogni uomo, ogni intelligenza, ogni coscienza, ad ogni passo spintonato  alla forza verso quel colpo di pistola alla nuca che gli avrebbe fatto saltare la bocca,  il cervello, l’identità; e dopo quel colpo,  l’ultimo  atto finale di distruzione, la distruzione della identità e della dignità. Un  calcio rabbioso e vendicativo per buttare quel corpo, forse già morto o forse ancora vivo, dentro quella fossa  già piena di sangue e di umori di altri corpi ancora sussultanti di morte e di terrore.

Legato con le mani dietro la schiena per annullare le  forze del corpo,  Calogero forse in quel momento ha appellato al ricordo della bellezza della Vita  …  il dolce e sereno rollio delle barche dormienti al porto di Palermo,   il profondo blu dell’immenso mare che gli aveva sempre promesso libertà eterna, il dolce profumo degli aranci in fiore… … o forse ha odiato la Vita che si era accanita contro di lui e gli aveva tolto davvero troppo, gli aveva tolto il suo ragazzo senza nemmeno concedergli di abbracciarlo nel letto di morte! e gli aveva tolto la sua bimba, la sua bimba! ah se solo lui fosse stato a casa! nessuno avrebbe mai messo quelle orribili sanguisughe su quelle braccine così esili e pallide e su quella schiena così esile e magra… ma era tanto lontano lui! era in Eritrea, a guadagnare i soldi che avrebbero dovuto  garantire ai suoi figli la vita, e invece… o forse pensava ad Anna, alla sua Anna. poverina Anna, quanto ha sofferto per avermi amato! quanto poco, quanto niente le ho potuto dare! ma quanto l’ho amata e quanto la amo e quanto la amerò, sempre …  o forse l’ultimo pensiero fu per le sue due ragazze ancora troppo giovani per rimanere senza papà  … e i suoi due ragazzi?  poveretti, dovranno scappare , dovranno andarsene lontano per salvarsi da questa follia violenta che fa uccidere  amico con amico, vicino con vicino, compaesano con compaesano… I miei figli! a mia Anna! bisogna difenderli! bisogna proteggerli! bisogna bisogna bisogna … ma io non ci sarò a difenderli e a proteggerli … mi stanno portando a morire, spietatamente, inesorabilmente, eternamente. Povero grande amore mio, poveri amati figli miei, vi sto lasciando senza la mia protezione, vi sto lasciando da soli con  null’altro che paura e miseria, e con la vergogna di non poter nemmeno pronunciare il mio nome.

 

SCONOSCIUTO 1945 – Giampaolo PANSA. Ed. Sperling – “Con il quarto documento si passa all’11 ottobre 1945. Il rapporto è della Compagnia Carabinieri di Portomaggiore, un centro che sta di fronte alle Valli di Comacchio. Quel giorno, in località Montesanto, una frazione del Comune di Voghiera, dentro tre buche di postazioni antiaree poi riempite di terra, vennero scoperti diciassette cadaveri”. “Secondo il rapporto, si trattava di adulti di sesso maschile, con le braccia legate dietro il dorso, mediante funi, che presentavano colpi d’arma da fuoco alla nuca”. Il comandante della Compagnia, il capitano Carmelo Morrione, concludeva così: ‘Le uccisioni risalgono al maggio del corrente anno e furono presumibilmente determinate per motivi politici’. “Anche di questi giustiziati non ha saputo nulla?” domandò l’avvocato. “No, stavolta sappiamo molto di più, grazie al quinto documento. E’ un rapporto della prefettura di Ferrara, inviato al Ministero dell’Interno l’8 novembre 1945, e contiene parecchie notizie. Innanzitutto che cinque giorni dopo il ritrovamento dell’11 ottobre, in tre fosse nei pressi della stazione ferroviaria di Montesanto erano stati scoperti altri sei cadaveri, anch’essi di persone uccise con un colpo alla nuca, mentre avevano le braccia legate dietro la schiena”. “In quei ritrovamenti, dunque, si erano rinvenuti ventitré corpi. Il magistrato li fece trasportare nella cappella del cimitero di San Nicolò per procedere alle prime identificazioni. Dice il rapporto dell’8 novembre: ‘Sono stati finora identificati tredici cadaveri. Trattasi delle seguenti persone, prelevate nel maggio 1945 dal loro domicilio per l’attività da loro esplicata durante l’ex regime fascista e delle quali non si avevano più notizie’.” Le seguenti persone… Dunque, abbiamo un elenco di nomi”, osservò Alberti. “Sì. Ma le confesso una mia incertezza: devo pubblicarli o no?” domandai perplesso. L’avvocato non ebbe dubbi: “Penso di sì. Lei sostiene sempre di volere una storia completa. I nomi stanno in un documento della Prefettura di Ferrara. Può anche esserci stato qualche errore di trascrizione dei cognomi. Ma vedo che, per ciascuno dei giustiziati, ci sono dei dettagli utili a chi vorrà fare una ricerca approfondita su questo eccidio. Del resto, anche l’oggetto del rapporto è esplicito:  ‘Atti di violenza contro ex fascisti’. Può essere possibile che non tutte le vittime lo fossero. Sappiamo che, in quel tempo, spesso si andava all’ingrosso nell’ammazzare la gente…”.

FERRARA 1945. di V. CAPUTO – Ed. 2002 – “nei pressi di San Nicolò, una frazione del comune di Argenta, furono assassinati, a colpi d’arma da fuoco, diciassette uomini e subito sepolti in alcune trincee di rifugio antiaereo, lungo il bordo occidentale del primo tratto della strada carrareccia (…) erano fosse lunghe un paio di metri, larghe e profonde circa un metro (…) per il rigonfiamento del terreno e per il fetore della decomposizione, superata l’omertà di chi viveva nelle vicinanze, si provvide all’apertura di tali fosse e furono ritrovate le vittime, spogliate dei loro abiti, con le mani legate dietro la schiena (…) i volti erano disfatti dagli acidi. Inoltre i cadaveri presentavano evidenti segni di tortura. Tutte le vittime erano state uccise con un colpo di rivoltella alla nuca (…) Da un esame eseguito dal medico legale le uccisioni risalgono al Maggio ultimo scorso. (…) A San Nicolò v’è ancor oggi memoria delle urla strazianti dei torturati udite nonostante i seviziatori tenessero in funzione un grammofono a tutto volume.

SCONOSCIUTI di G. Gruppioni – Ed. 2007 – “Legati chi dietro il dorso chi al petto mediante fune” “ammazzati con un colpo di pistola dato a bruciapelo” 1) Dal Buono Riccardo 2) Dal Buono Renato 3) Pedriali Rino 4) Pedriali Umberto 5) Riccobono Calogero 6) Ciaccia Ingegnere Alfredo 7) Franchini dottore Amilcare 8) Baglioni ingegnere Enzo 9) Maccaferri Galvano 10) Battilana Dino 11) Cappelli Vittorio 12 Cavallini Curio 13) Bernardini Angelo e altri dieci uomini non identificati. – Furono “Uccisi, non v’ha dubbio, per motivi politici” a dichiarazione di pace avvenuta quasi cinque mesi prima.
Il numero 5) Riccobono Calogero presenta alla base cranica un forame di ingresso cui fa riscontro la scomparsa di due denti incisivi e un canino nel mascellare inferiore, fratturato, esito indubbio di fuoriuscita del proiettile stesso penetrato alla base cranica; nessun segno o postumo di altre lesioni”.

Nel libro di Gruppioni ho trovato, a mia grande sorpresa la lettera inviata da Nicola Riccobono; una sua missiva inviata al Procuratore di Ferrara chiedendo giustizia per il suo figliolo morto ammazzato.

Questa è la lettera:

Illustrissimo signor Procuratore del regno di Ferrara.
Il sottoscritto Riccobono Nicola fu Salvatore, domiciliato in Palermo, presso il figlio Giuseppe, in questa via Principe Scordia 91, rassegna quanto appresso.
Avendo appreso dalla nuora Anna Branchini residente in Sant’Agostino prov. Ferrara che si è ritrovato il cadavere del figliuolo dello scrivente nei pressi di San Nicolò, paese, quest’ultimo, pure della provincia di Ferrara ed avendo appreso le modalità con cui venne consumato l’omicidio, nonché i suoi autori materiali, lo scrivente si rivolge a vossignoria invocando giustizia severa e pronta per i colpevoli del misfatto. Essi sono: 1) V. A., 2) B. G., 3) S.N. residenti tutti e tre nel paese di Sant’Agostino, i quali pur sapendo e conoscendo la mitezza d’animo del proprio figliuolo Calogero, ivi pure residente perché accasato in quel paese di Sant’Agostino, una mattina del mese di maggio 1945, si recarono in casa del figliuolo e adducendo il pretesto ch’era desiderato in caserma, se lo portarono via senza dare più notizia di lui, finché venne ritrovato cadavere e riconosciuto per i documenti che ancora teneva addosso.
Questi tre malfattori che non hanno avuto nessuna pietà per un padre di quattro figli, nessuna indulgenza, costoro meritano il giusto castigo e se la nuora dello scrivente per timore di rappresaglie non vuole ricorrere alle autorità per vendicare la memoria del marito, è costretto a farlo lo scrivente, che nulla teme, con piena fiducia nell’opera serena delle autorità competenti.
Tutto il paese di Sant’Agostino è a conoscenza di questo particolare che proprio sono stati i tre menzionati delinquenti a prelevare da casa il figliuolo dello scrivente e a condurlo nel luogo del supplizio, tutti sanno che si è commesso questo delitto senza alcun movente, soltanto per sete di sangue. Paghino costoro il loro malfatto di fronte alla giustizia perché non è lecito che essi rimangano impuniti, passeggiando per le vie del paese di Sant’Agostino, dopo aver lasciato nella miseria quattro orfani, i quattro figli dell’assassinato.
Questi orfani si uniscono allo scrivente per invocare giustizia, ed invocano altresì protezione dell’autorità costituita per evitare che la rappresaglia di costoro o dei loro congiunti possa avere ancora più gravi conseguenze.
Si facciano le indagini che il caso grave denunziato richiede, si proceda all’arresto dei tre delinquenti e venendo fuori la verità, si sarà accertato che un grave delitto è stato commesso, ed esso deve essere punito. Questa punizione attende lo scrivente nonché la cara memoria del figliuolo morto che potrà placarsi quando saprà di essere stato vendicato.
La nuora dello scrivente, se sarà chiamata dalla signoria vostra illustrissima, sarà in grado di dare ulteriori particolari che potranno illuminare la giustizia.
Con piena fiducia nell’opera saggia di vossignoria, attende lo scrivente serenamente che la giustizia dica la sua parola punitrice.
Con osservanza.
Palermo, 19 dicembre 1945.

 

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Per i 23 uomini prelevati dalle loro case a guerra finita e ritrovati cadaveri in tre fosse comuni del territorio di Argenta pare sia stato imputato Sesto Rizzati detto Sergio ma pare anche che fosse coinvolta una brigata C.N.L. della Romagna. Fu fatto  un processo passato da Ferrara ad Ancona forse per evitare “problemi in città”, e il Tribunale di Ancona, con sentenza del 13 settembre 1946 (reg. sent. n. 46/1946), dichiarò il “non doversi procedere per essere i reati tutti estinti per amnistia”.*

Lo Stato non fece Giustizia e, non essendo Anna e Calogero regolarmente sposati, lo Stato  nulla diede a sostegno di Anna vedova e dei suoi figli orfani di padre in quanto “figli illegittimi”.

A S. Agostino, un giorno, arrivarono i fratelli di Calogero con la chiara intenzione di voler conoscere coloro che avevano ingannevolmente chiamato il loro fratello verso una trappola mortale. Anna si negò perché non voleva altra violenza;   fu così “condannata” anche dalla famiglia:  né lei né i figli avrebbero mai avuto nulla di quanto era della famiglia  di Calogero in quanto, a loro parere, con il suo silenzio  non era stata onorata dalla nuora.

Anna, dopo aver perso il suo compagno di vita, dovette anche dire addio ai due figli maschi indotti ad emigrare in Argentina perché ancora per anni  rimanere in paese sarebbe stato  pericoloso anche per loro.

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Appresa la notizia della morte di mio nonno dopo settant’anni dall’accaduto, non mi sono chiesta se lui fosse colpevole e pertanto meritevole di ciò che gli hanno fatto o se, invece, fosse un martire meritevole di memoria. Mi sono invece chiesta il perché della immensa fatica spirituale, emotiva e fisica, di quegli uomini che dopo aver vissuto, non un giorno, non un mese ma per anni la fame, la sofferenza, la sporcizia, la malattia senza cure, la paura, il terrore della morte ovunque e la quotidiana impossibilità di una intera notte di sonno sereno… perché, anziché buttarsi di fretta nei propri progetti per il futuro o pienamente nei piaceri della Vita fino ad allora negati, preferirono continuare negli orrori della Morte? Perché quegli uomini che potevano, finalmente, riprendere in mano la propria vita dedicando il giorno a costruire, a creare, a vivere! e dedicando la notte ad abbandonarsi all’abbraccio dell’amore, preferirono usare la notte per ammazzare  e il giorno per mentire? Fatiche immense e orribili di italiani contro italiani, di paesani contro paesani,di  vicini di casa contro vicini di casa,  perché?  forse perché erano  “rossi” e gli altri “neri” e sembrava che una ideologia politica  bastasse a giustificare tutto…  forse, perché credevano che solo così si potesse costruire un futuro migliore… forse, avevano subìto degli affronti impossibili da perdonare… Dei “forse” ce ne possono stare davvero tanti, anche il “forse perché il genere umano non sempre riesce a controllare la parte violenta che ha in sé, una parte oscura che si libera non appena si palesa una qualsiasi “giustificazione”. Ma l’energia violenta non può avere giustificazioni né può essere giustificabile, mai.

 

(continua…)