Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Sulla Nobiltà…

Si ringrazia il gentile mittente.

 

Dopo l’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica italiana che non riconosce in blocco titoli e qualifiche nobiliari, nessuna rilevanza di diritto viene ora attribuita alla nobiltà, alla quale rimangono solo l’interesse storico che essa suscita e la valenza morale che da essa deriva. (Giuseppe Mondani Bortolan)

(Noi aggiungeremmo il  “sociale” trasformandola così:   “… alla quale rimangono solo l’interesse storico, e sociale, che essa suscita e la valenza morale che da essa deriva”.)

Un ambiente sociale differisce da un altro per le diverse condizioni culturali e materiali, e per il diverso tipo di organizzazione della società. Incisiva e notevole l’influenza che l’ambiente sociale, ossia, il contesto in cui si vive e si cresce assorbendone più o meno consapevolmente caratteri umani e morali, ha su ogni individuo; tradizioni, costumi, usi, mentalità, credenze, modo e forma di relazionarsi con gli altri e con il contesto, regole, divieti e permissivismi plasmano il modo di essere e il pensiero forse ancor più della famiglia in cui si cresce e della scuola dove ci si educa.

L’ambiente sociale, però, non dovrebbe essere un condizionante assoluto perché sta comunque a noi, al nostro pensiero e al nostro sentire, il tentare di comprendere, e talvolta superare, certi pregiudizi che potrebbero anche essere errati se formulati dalla non conoscenza e assimilati per semplice abitudine. Prendiamo, ad esempio, un pregiudizio comune in voga dalla Rivoluzione francese e conclamato dalla letteratura ottocentesca, sulla condizione del servus: secondo il diritto feudale il servus non era lo schiavo oppresso e tiranneggiato dal signore ma, bensì, il possessore inamovibile (a sua garanzia) di un feudo rustico per il quale pagava un laudemio al posto del servizio militare cui, invece, era vincolato il miles possessore di un feudo nobile. Ma, sull’argomento, tanti altri giudizi-pregiudizi ci sono comuni … “i nobili erano inutili, incapaci e sciocchi“ quando sappiamo che proprio grazie al loro interesse per le arti e per la cultura e al loro personale sostegno degli artisti possiamo oggi vantare un patrimonio artistico-culturale di eccellenza, e una cultura di ricerca e rispetto della bellezza e della magnificenza che molti paesi, dove non è stata presente la nobiltà, riconoscono e ci invidiano e che, comunque, è stata origine e volano della eleganza e della distinzione europea… “i nobili vivevano nei privilegi perché sfruttavano chi lavorava per loro”… eppure, sappiamo bene che in moltissimi casi le famiglie nobili mantennero nei loro possedimenti, facendosene carico, i loro lavoranti anche quando già anziani o malati o, comunque, non utili al lavoro… “i nobili vivevano nelle loro gabbie d’oro, lontani dalle difficoltà della vita e dalla realtà delle persone comuni” eppure, sappiamo di tante donne nobili che si dedicarono volontariamente, anche in piena gioventù, ad alleviare il dolore facendo assistenza ai malati nei sanatori, immergendosi nei bassifondi per fare beneficenza, andando nei campi di battaglia e in guerra per curare i soldati feriti… “i nobili non avevano sentimento di giustizia sociale” eppure, proprio alcuni nobili furono i primi e più ardenti sostenitori della rivoluzione francese… e ci piace anche ricordare Francesco Giuseppe I, imperatore d’Austria. Educato fin da piccolo nella disciplina militare più dura, nell’adempimento al suo compito di amministratore dell’impero non si concedeva privilegi né debolezze. Una delle sue ferree abitudini era alzarsi prestissimo ogni mattina, alle cinque, per poter avere anche il tempo, tra i tantissimi importanti impegni, di ricevere le persone comuni… il tempo di incontrarsi con il suo amato popolo.

“la nobiltà nasce dalla aspirazione a distinguersi e dalla conseguente consapevolezza di rappresentare un ceto superiore…”

L’aspirazione a distinguersi esteriormente e a manifestare la consapevolezza di far parte di un ceto superiore si accentua in tutta Europa dalla fine del secolo XV. Nei paesi retti da un sovrano e dotato di organi ufficiali per le mansioni araldiche, questa aspirazione poté subito venire sanzionata.

In Italia centrale, per mancanza di una autorità specifica non poté esservi una sanzione giuridica. Anche i titoli nobiliari concessi a singole famiglie da sovrani di altri paesi erano, per lo più, onorificenze che non comportavano l’ammissione a una definita aristocrazia ma rimanevano soltanto la estrinsecazione di una aspirazione. Aspirazione che non va sottovalutata né trattata con sarcasmo perché costituisce prova che le famiglie cha la manifestano, di fatto, nel loro intimo, si considerano già nobili anche se non lo erano ufficialmente nel loro paese.

Dal secolo XVI in poi, invalse l’uso, codificato negli statuti cittadini, di attribuire all’esercizio delle cariche civiche una legale prerogativa di nobiltà politica confermandosi una evoluzione maturata. Per ciò, non stupisce che la qualifica di “nobile centese” fosse attribuita a personaggi in posizione elevata, cioè, in more nobilium.

Verificatasi l’unificazione politica dell’Italia, nel giro di pochi decenni furono emanate leggi e disposizioni che, in ogni campo, non tennero alcun conto dei precedenti storici delle singole regioni né li vollero approfondire. E così la Consulta araldica, allora di recente istituzione, emanò regolamenti sulla base di criteri della burocrazia monarchica sardo-piemontese senza peraltro avere una adeguata conoscenza delle diverse e contrastanti situazioni preesistenti. Fra le varie inesattezze si volle considerare i termini “nobile” e “patrizio” come veri e propri titolo nobiliari mentre non lo sono. Nobile sta a significare l’appartenenza al ceto nobiliare in senso lato, mentre patrizio indica l’appartenenza a una classe privilegiata nell’ambito di una cittadinanza.

Conviene osservare quanto avvenne nelle città e nei paesi dove avevano avuto i sovvertimenti antimagnatizi. Estromessa definitivamente la classe feudale, i cittadini popolari, artigiani, mercanti, legulei e, perché no, usurai, novo privilegio privilegiati come solevano autodefinirsi, assunsero gradatamente una prassi di vita gentile, indi, assecondati da compiacenti genealogisti, dimenticarono i loro veri antenati e si inserirono nella moda di aristocraticizzazione osservabile in tutta Europa nei secoli XVI e XVII. Questa tendenza era, appunto, soltanto una moda che rispecchiava le mutate aspirazioni delle singole famiglie le quali, raggiunta la posizione di ceto dominante, vollero assumere le caratteristiche della classe che avevano osteggiata, combattuta e vinta. Per questo motivo vediamo che alla qualifica di “cittadino” , qualifica che definiva la situazione di privilegio, si cominciò ad aggiungere “gentile” e “nobile”. Gentile stava ad indicare la provenienza da famiglia cospicua con una tradizione genealogica mentre nobile stava ad indicare alle doti morali ed alla notarietà dell’individuo.

Troppo spesso le raccolte araldico-genealogiche vengono “snobbate” come espressioni di velleità nobiliari mentre, invece, per chi sappia vedere al di là delle apparenze e dei luoghi comuni, sono testimonianze e fonti storiche importanti da cui non si può, senza danno, prescindere. Le pagine di stemmi che, con molta pazienza e capacità, i raccoglitori del Sei e Settecento disegnavano o dipingevano, erano innanzitutto una manifestazione di spirito civico, erano l’albo, il codice, la prova della “nobiltà” del proprio paese, intendendo il termine “nobiltà” non tanto nel significato di patriziato, di titoli e di sangue, ma nel senso di una presenza lunga e operosa di famiglie che per secoli, con le arti, il commercio, l’industria, le professioni, la cura diligente dei propri beni e degli interessi comuni, conferendo alla comunità stile e forma.

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