Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Un po’ di Storia…

Ricevuto  da S.L. di Bologna

 

Fra il IX e XI secolo si andò diffondendo in Europa un nuovo sistema di organizzazione sociale ed economica, il feudalismo, organizzazione sociale basata sul rapporto molto stretto di fedeltà e dipendenza tra il superiore e il diretto inferiore. Il re affidava i suoi feudi in beneficio (“bene facere”, ossia , “fare del bene”) ai nobili suoi fedeli chiamati vassalli. I vassalli (parola di origine germanica che significa “servo” ,“sottomesso”), con il “giuramento di fedeltà”, si impegnavano a seguire il re in guerra, a difenderlo e ad onorarlo anche a costo della propria vita, e a servirlo applicando nel proprio feudo le leggi da lui emanate, mettendo al suo servizio il proprio esercito e inviando “al governo centrale” parte delle tasse riscosse. In cambio, ottenevano privilegi economici e l’immunità personale.

Il feudo era caratterizzato dal castello. Il castello dapprima era una modesta costruzione in legno a difesa del feudo dalle invasioni esterne. Verso il XII secolo, fu fortificato in muratura con torri, feritoie, ponti levatoi e fossati di protezione. Spesso veniva edificato in luogo utile a presidiare militarmente il territorio (in zona elevata) o in posizione strategica per l’economia (zona di transito merci). Il castello aveva anche funzione di protezione del bestiame e dei raccolti  e, in caso di attacchi nemici, accoglieva dentro le mura i contadini.  Dentro vi abitavano il feudatario e i suoi guerrieri più valorosi e fedeli. Al primo piano, chiamato nobile, vi era un grande stanzone dove il signore, la sua famiglia e i suoi ospiti mangiavano e dormivano.  Al piano terra erano situati  i magazzini con le provviste dei viveri, le scuderie, i magazzini, i forni, le cantine, gli spazi del lavoro, cioè,  tutto quanto occorreva alla vita del  castello stesso e di coloro che vi abitavano.

Il nobile signore, assieme alla famiglia, assisteva ogni mattina alla Messa celebrata nella cappella privata. Momento centrale della giornata era il pranzo; la tavola del signore e dei familiari era posta su una predella in modo che potesse “dominare” il locale mentre gli altri mangiavano su lunghi tavoli, seduti su semplici panche. Quando giungeva l’ora di dormire si alzavano dei paraventi perché  dormivano tutti nello stesso stanzone tranne solo il signore che disponeva di una stanza privata al piano superiore. In ogni piano vi era, quindi, una sola stanza e si saliva o scendeva dall’una all’altra attraverso botole, scale a chiocciola e a pioli.

Nei magazzini del castello venivano conservate grandi scorte di cibo e, cavata sotto terra, si trovava  la ghiacciaia dove con il ghiaccio e la neve raccolti nel periodo invernale si conservavano i cibi; nei periodi di emergenza non aveva bisogno di niente che venisse dal di fuori e questa “autonomia” rappresentava la capacità di tempo di resistenza agli attacchi.

Divertimenti in castello: la grande passione dei nobili feudali era il torneo nel quale combattevano i nobili cavalieri. Si organizzavano anche giostre (gare spettacolari tra cavalieri) , feste e banchetti. Questi eventi sociali davano molto   lavoro e guadagno sia a coloro che abitavano nel castello sia agli abitanti delle terre coloniche ( falegnami, fabbri, locandieri, sarte, ricamatrici, mercanti, …). Un altro passatempo del signore era la caccia. Nella foresta, all’epoca, abitavano molti animali e molte fiere, oltre che i fuorilegge però era anche  il territorio dell’avventura cavalleresca, del tirocinio del nobile attraverso il quale diventava vero coraggioso guerriero. Il  tirocinio del cavaliere nella foresta fu oggetto di racconti e fiabe. La caccia alla fiera feroce dava al signore l’entusiasmo della lotta, la misura della sua abilità mentre la caccia e la falconeria agli animali selvatici dava la soddisfazione del rientro al castello con la selvaggina da lui abbattuta utile al rifornimento alimentare della vita castellana. La nobiltà occupava il tempo libero anche con la danza, il canto e la musica. Altri passatempi erano, per gli uomini,  giochi a tavolino come gli scacchi e, per le signore, la filatura della lana, la tessitura, il ricamo su stoffe preziose o arazzi.  Anche la lettura era un passatempo delle signore e, conseguentemente,  di solito la donna era più colta dell’uomo impegnato  dalle armi e dagli affari.

Nel XII secolo, precisamente nel mese di giugno del 1158, Federico I Barbarossa, dovuto a   contrasti di natura ideologica con il papa e considerato che Milano aveva ripreso ad agire con una certa autonomia nella da lui convocata dieta di Roncaglia, dove partecipano importanti esperti di diritto dell’Università di Bologna con il compito di fornire a Federico, su sua esplicita richiesta, l’elenco dei diritti regi,  viene formulata la  Constitutio de regalibus e in esso si formalizzano i diritti reali come l’elezione di duchi, conti e marchesi, la nomina dei consoli comunali e dei magistrati cittadini.  Al duca di Baviera, Enrico Jasomirgott, che aveva ricevuto il ducato da Corrado III, viene assegnato il ducato d’Austria, mentre Enrico il Leone riceverà il territorio desiderato dopo la sua campagna d’Italia nel 1156. Enrico il Leone, mentre Federico combatte in Italia, si prodiga a costruire uno stato efficiente e forte nella Germania nord-orientale. Enrico riduce inoltre le libertà dei nobili sia in Sassonia che in Baviera.

Dal XIII fino a  fine XV secolo, mentre in Europa si sviluppavano le monarchie, nell’Italia del Centro-Nord si sviluppavano i Comuni e le  Signorie. I Comuni erano governati dai Consoli o dal Podestà e difesi dalle milizie cittadine. Le Signorie erano rette dal signore,  capo unico e incontrastato, che si elevava, per prestigio personale, a potere assoluto al di sopra  dell’intera città; potere che durava per tutta la vita. Le Signorie erano difese dalle cosiddette “compagnia di ventura” costituite da sodati mercenari che non avevano nessun legame con la città per la quale combattevano; i condottieri venivano chiamati capitani di ventura. Era l’epoca dei Guelfi e Ghibelli, dei Visconti, dei Grimaldi e dei Fresci, dei Gonzaga, degli Estensi, dei Malatesta, dei Da Polenta…. Era anche l’epoca dei sovvertimenti antimagnetizi… nella  Firenze del 1282,  si esclusero i nobili a favore di grandi mercanti e ricchi artigiani che rappresentavano la classe elevata della borghesia. Nel 1539, Ignacio de Loyola, nobile spagnolo, fonda La Compagnia di Gesù i cui membri si chiamavano Gesuiti.

Nei  secoli XVI e XVII, si susseguirono le scoperte scientifiche, aumentò la produzione agricola e aumentò la varietà dei beni mettendo così in circolazione molto più danaro; nacque il mercantilismo come mentalità e come organizzazione economica. La vecchia tassa pagata da tutti i sudditi in eguale misura fu sostituita con una imposta proporzionale alle condizione economiche di ciascuno. Laddove si estromise  la classe feudale, i cittadini popolari, artigiani, mercanti, legulei e… usurai (novo privilegio privilegiati  per autodefinizione), assunsero poi nel tempo una prassi di vita gentile e con la collaborazione di compiacenti genealogisti, dimenticando i loro veri antenati,  avviarono la moda della aristocraticizzazione . Questa tendenza era, appunto, una moda che rispecchiava le mutate aspirazioni sociali delle singole famiglie le quali, una volta raggiunta la posizione economica da ceto dominante, vollero assumere anche le caratteristiche di distinzione della classe che avevano loro stessi osteggiata, combattuta e vinta. E dunque alla qualifica di “cittadino” , qualifica che definiva di per sé una  situazione di privilegio, si cominciò ad aggiungere “gentile” e “nobile”. Gentile stava ad indicare la provenienza da famiglia importante per tradizione genealogica mentre nobile stava ad indicare le doti morali o la notorietà individuale. Intanto, anche  i giovani aristocratici  davano vita a una nuova moda, e cioè, del viaggio di istruzione verso gli, allora, centri della cultura, Oxford, Cambridge, Parigi, Padova, Bologna, e verso i luoghi di ingegneria idraulica, di architettura e di arte.

Nel XVIII secolo arrivò l’Illuminismo. In nome della ragione  la cultura tradizionale venne sottoposta ad una critica spietata e demolitrice. Tutti volgevano lo sguardo all’Inghilterra. Il metodo e le opere di Newton si erano diffuse nei circoli culturali di Parigi suscitando grandi entusiasmi e diffondendo sia le innovazioni della scienza sia le riflessioni di Locke sui rapporti società-governi. Il rifiuto della tradizione mise in discussione il dominio della Chiesa sulle coscienze; molti rivendicarono il diritto di libertà di opinione e culto. La ragione umana quale strumento chiarificatore di valore universale volta contro le tenebre dell’ignoranza, della superstizione e del potere basato sui privilegi . La luce significava critica della ragione abbinata a capacità di azione politica e gestione dei governanti. Dispotismo si intese e si impose come sinonimo di assolutismo sulla base dell’idea che il sovrano considera i suoi sudditi come suoi figli provvedendo al loro benessere materiale e morale in nome della “pubblica felicità”. L’Illuminismo, diffuso in Europa dall’Inghilterra attraverso la Francia,  difese gli ideali di rivalutazione delle società primitive e delle culture considerate tradizionalmente inferiori; con l’illuminismo gli europei rivolsero occhi benevoli a nemici come  i turchi. Montesquieu e  Mozart  furono  oppositori dell’assolutismo monarchico mentre Voltaire ne era sostenitore in quanto, affascinato dalla figura del Re Luigi XIV,  lo vedeva come “monarca illuminato”. Le contrastanti  tendenze di pensiero della seconda metà del ‘700  si manifestarono anche in aspre rivolte contro alcuni ordini monastici accusati di aver accumulato enormi patrimoni, di vivere nel lusso, di non seguire le attività caritative ed assistenziali dovute. L’illuminismo aprì lo scenario  a grandi contraddizioni perché, proclamando tolleranza ai popoli fino ad allora considerati inferiori , favorì l’aumento della schiavitù nelle colonie e, in Europa,  la condizione di servo per i contadini ; nella proclamazione della abolizione dei lussi favorì  la razionalità economica e la ricerca del profitto che portarono a guerre spietate. In nome della ragione e dell’efficienza, si costrinse al lavoro i mendicanti togliendo alla chiesa la gestione  dell’assistenza. La povertà venne considerata un vizio da estirpare o, almeno, da nascondere cosicché tutti i governi costruirono grandi istituti per “rinchiudere” i miserabili punendo l’accattonaggio.

Nel 1748, con la pace di Acquisgrana che chiuse la guerra di Successione austriaca, Maria Teresa  cedette la Slesia alla Prussia e l’Austria perdendo il ducato di Parma e di Piacenza che passarono a Filippo V di Borbone. Carlo Emanuele III di Savoia ebbe Vigevano, Voghera e l’alto Novarese. Maria Teresa d’Austria ordinò di fare nuovi catasti al fine di registrare l’estensione e il valore della terra e delle case e ripartire proporzionalmente le tasse sui singoli proprietari. Abolì molti privilegi dei nobili che  dovettero pagare le imposte. Nel 1774, creò  il primo sistema di scuole elementari. Suo figlio, Giuseppe II , proseguì le riforme avviate dalla madre Maria Teresa e, per la prima volta, nella cattolicissima dinastia asburgica, dichiarò la libertà di culto per protestanti ed ortodossi. Eliminò la discriminazione agli ebrei, abolì la censura, soppresse ordini religiosi usandone i beni per opere assistenziali e per istituire scuole popolari. Inoltre, regolamentò l’attività dei parroci inducendoli ad occuparsi anche della salute della popolazione e a istruire il popolo con  le conoscenze igieniche e le nuove pratiche agrarie. Giuseppe II lottò contro ogni forma esagerata di devozione, contro il fasto inutile delle cerimonie e degli arredi delle chiese. Nel ‘700 si ampliarono d molto le norme igieniche sia con le istruzioni diffuse dai religiosi sia con l’arrivo del  cotone, più facilmente lavabile. Cominciò a dare risultati la vaccinazione contro il vaiolo (1760). Le strade furono lastricate e le fogne ricoperte. Malgrado ciò, le percentuali di decessi erano ancora elevatissime: tra il 1750 e il 1769 a Londra,  dove abitavano  750.000 persone, moriva il 63% dei bambini sotto i cinque anni di età. Il carbon fossile, che sarà fondamentale nella rivoluzione industriale dell’800, tingeva la città di colore grigiastro per la quantità di caligine emessa nell’aria. In Inghilterra, però,  l’agricoltura non dominava più l’economia mentre in Italia ancora sì ( le proprietà agricole appartenevano per 1/3 agli aristocratici che avevano suddiviso le loro estesissime proprietà per cederle in affitto). Erano in arrivo le innovazioni , nella manifattura tessile della lana e del cotone, che darebbero impulso alla rivoluzione industriale. Nel 1751, a Parigi, uscì il primo volume della Enciclopedia.

In Italia, a confronto con i paesi più progrediti, c’era molta più miseria e arretratezza economica. I raccolti erano spesso insufficienti perché le grandi famiglie aristocratiche non erano interessate al miglioramento delle tecniche agrarie e i contadini erano troppo ignoranti per agire di propria iniziativa. Ludovico Antonio Muratori , un grande erudito e riformatore di Modena, esortò i proprietari aristocratici a dedicarsi  personalmente alla educazione dei contadini almeno nei periodi estivi quando abitavano nelle loro lussuose ville di campagna. Molti aristocratici ritennero di dover limitare per legge l’uso di lasciare grandi patrimoni in eredità ai primogeniti maschi o alla Chiesa col vincolo di non poterli vendere neppure per necessità economiche della famiglia. Nel 1733, con la guerra di Successione polacca,  l’Austria perse il regno di Napoli e la Sicilia, che passarono al figlio di Filippo V, Carlo di Borbone. Il Granducato di Toscana, dove si era estinta la famiglia de i Medici, fu dato a Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa d’Austria. Il ducato di Parma e Piacenza fu annesso alla Lombardia che rimase soggetta all’imperatore. Carlo Emanuele III di Savoia ampliò i suoi territori piemontesi ottenendo le Langhe, Tortona e Novara. Vittorio Amedeo II , sovrano del Piemonte, realizzò un programma di riforme per rafforzare il controllo centralizzato dello Stato; abolì privilegi e abusi che ostacolavano la giustizia; fece redigere il codice delle leggi; riorganizzò il sistema fiscale imponendo maggiore equità nella ripartizione delle tasse; avviò una riforma scolastica che permetteva la formazione indipendente  dalla gestione educativa del clero; rafforzò l’economia del tessile facendo impiantare grandi filatoi (circa 1500 telai per la tessitura di stoffe e la confezione di calze e nastri).

Le guerre di successione polacca e austriaca furono disastrose per molti stati italiani devastati dai combattimenti e dai continui passaggi delle truppe. Dal nord  al centro Italia la carestia fece numerosissime vittime tra i contadini e i poveri delle città. Con la pace di Acquisgrana (1748) cessarono i rapidi cambi di regime e i governi aristocratici poterono finalmente concentrarsi sui problemi interni applicando riforme particolarmente efficaci in Lombardia e in Toscana. Nei ducati di Parma e Piacenza e nel regno di Napoli, entrambi governati dai principi della dinastia borbonica di Spagna, ci fu un grande slancio riformatore anche se, nel napoletano, non riuscì a scalfire il secolare predominio delle grandi famiglie baronali. In Lombardia, nel 1763, un gruppo di riformatori fondò la rivista “Il Caffè” per sostenere la politica di rinnovamento iniziata in Austria da Maria Teresa e proseguita da suo figlio Giuseppe II.. In Francia l’esperienza dell’”assolutismo illuminato” con Luigi XVI non ebbe successo  portando a una grave crisi finanziaria negli anni Ottanta che sfociò nella Rivoluzione francese; crollò l’antico regime e uomini e donne dei ceti più umili gridarono ed affermarono a  gran voce i loro diritti di libertà ed eguaglianza. Tuttavia, le speranze nate nelle giornate del luglio 1789 non si realizzarono pienamente. Dopo il breve periodo noto col nome di “Terrore”, gli ideali egualitari vennero accantonati e prevalsero gli interessi della ricca borghesia, degli industriali, degli uomini d’affari…

Eliminati i privilegi di nascita, la nuova repubblica borghese aveva instaurato il privilegio del denaro e la difesa della proprietà privata. Gli uomini, dimenticati i criteri dell’uguaglianza sociale, tornavano a rivolgersi l’un l’altro con l’appellativo di “signore” abbandonando il troppo ugualitario appellativo di “cittadino”.  La nuova borghesia ricorse alla repressione armata sia dei tentativi di restaurazione della monarchia sia dei tentativi di libertà giacobina  introducendo, e supportando,  l’arrivo della dittatura militare di Napoleone Bonaparte  che, per 15 anni, sconvolse tutta l’Europa con una politica spregiudicata e personale, inventando nuovi stati e distruggendo istituzioni antichissime come il Sacro Romano Impero.

Autoproclamatosi  imperatore, impositore di regimi dittatoriali, saccheggiatore dei  paesi occupati, Bonaparte rappresentò, comunque, la nuova ispirazione  di libertà, uguaglianza e fraternità,  simboli di libertà dall’assolutismo che avevano ormai attecchito le coscienze di tutta Europa.

Negli anni 1764-67, nell’Italia centrale e meridionale ci fu una successione di raccolti scarsissimi dovuti a condizioni climatiche eccezionalmente avverse. Spinti dalla carestia i governi della Toscana, della Lombardia, di Napoli, di Modena e di Parma emanarono leggi per abolire i vincoli di vendita delle terre mentre Pietro Leopoldo di Lorena, figlio di Maria Teresa e del granduca di Toscana, fu l’unico principe che osò liberalizzare il commercio dei grani e bonificare vaste zone paludose della Maremma. La sua esperienza riformatrice fu la più avanzata di tutte arrivando persino a progettare un abbozzo di Costituzione. Soppressa la Compagnia di Gesù che gestiva l’educazione della popolazione, i sovrani riformarono l’educazione  e con i beni confiscati aprirono orfanatrofi, ospedali, ospizi per i poveri; i parroci furono obbligati a studiare nel Seminario di Pavia riorganizzato sotto il controllo del sovrano. Giuseppe II abolì l’uso della tortura mentre Pietro Leopoldo, in Toscana, abolì la pena di morte. Ciononostante, gli illuministi diffusero idee atte a cambiare i princìpi della convivenza civile.

In Lombardia molti denunciarono apertamente i privilegi dei nobili e degli ecclesiastici, gli abusi dei feudatari  con conseguente disordine delle finanze. Il catasto fu uno strumento fondamentale per ripartire più equamente le imposte eliminando la maggior parte delle esenzioni della aristocrazia e del clero.

Costretto il Papa Pio VI a cedere il territorio ferrarese, il territorio bolognese e la Romagna, concluse la pace di Campoformio  con l’Austria – senza consultare il Direttorio – nel 1797.

Alla fine del Settecento la Francia era un paese prospero e potente. Parigi  con i suoi 600 000 abitanti era la seconda città d’Europa. Qui si concentrava la ricca borghesia di banchieri, imprenditori, commercianti che affiancava la Nobiltà di spada e di toga nei quartieri eleganti. Il nucleo maggiore della popolazione era costituito, però, da artigiani, piccoli negozianti, salariati delle manifatture, servi. Su 26 milioni di francesi, 22 vivevano in campagna e restavano esposti ai rischi della carestia. Le spese statali crescevano a dismisura anche perché, per un 30%, erano assorbite dall’esercito.  Il “sistema fiscale”,  all’epoca della rivoluzione francese, era rappresentato dalla  taglia e la gabella. La prima era una tassa sulla proprietà della quale erano esenti i nobili e il clero; la seconda consisteva nell’acquisto del sale a prezzi imposti dal governo comprendenti della tassazione governativa.  I nobili erano odiati sia per i loro privilegi secolari sia perché quasi tutti avevano parenti fuggiti all’estero ed erano, per ciò, sospettati di congiurare segretamente con gli emigrati per tradire la rivoluzione. Non tutti finirono sulla ghigliottina ma, in gran parte, vennero arrestati. I simboli del potere feudale (torri, stemmi, carte di famiglia, ecc.) vennero distrutti. A molti furono sequestrati i beni che “avrebbero” dovuto essere destinati a una ridistribuzione delle ricchezze e a favore dei poveri. Le Chiese e gli oratori furono saccheggiati e alcuni furono usati come incontri dell’Essere Supremo (culto della ragione);  i preti vennero spesso obbligati ad abiurare o a sposarsi anche se questa radicale “scristianizzazione” andò ad urtare contro la volontà dei contadini ancora attaccatissimi ai culti tradizionali. La repressione delle rivolte contadine fu la maggior tragedia della rivoluzione: nella primavera del 1794 centinaia di villaggi e di fattorie vennero rasi al suolo, i raccolti ed il bestiame distrutti, gli abitanti sterminati senza distinzione di sesso, età e, men che meno, di opinione (solo in Vandea l’esercitò rivoluzionario massacrò 250 000 persone). In sei settimane a Parigi vennero ghigliottinate 1376 persone, quasi tutti nobili ed aristocratici. Il “grande terrore” del 1794 annullò ogni diritto umano, finanche il diritto di difesa dell’accusato e originò il “terrore bianco” da parte di bande monarchiche controrivoluzionarie .

Ma, quali erano state le aspettative dei popolani parigini e dei contadini reclutati che assalivano i castelli dei nobili e pretendevano la loro morte e la distruzione dei loro beni come unico mezzo di crescita della libertà? Cosa significò la decapitazione di Luigi XVI per la maggioranza dei francesi abituati a pensare al re come a un personaggio quasi sacro da quale si attendevano finanche guarigioni miracolose? Che effetto ebbero le leggi contro il clero?

Per farcene un’idea  bisogna ricorrere al diario di Jaques-Louis Ménétra (Journal de ma vie), uno dei tanti che si unirono alle folle partecipando, giorno per giorno, alla rivoluzione. Ménétra era artigiano benestante e di idee aperte, il tipico sanculotto attivo nelle sezioni politiche parigine. Come tutti i popolani si distingueva dagli aristocratici anche nell’abbigliamento: era, appunto, sancoulottes, cioè, non portava le coulottes, gli aderenti pantaloni al ginocchio indossati dai ceti superiori.  I sanculotti li portavano ampi e lunghi, di tela grezza. Ménétra era uno dei pochi a saper scrivere e registrò le sue esperienze. Nel diario parla soprattutto dell’importanza della libertà e della speranza in un cambiamento che, inizialmente, si aspettava senza violenza. Col passare del  tempo, per difendere la rivoluzione, dovette compiere atti che non sempre approvava totalmente. La pratica della democrazia non fu facile da imparare. A parecchi costò la vita o l’esilio e molto tempo ancora sarebbe dovuto passare perché al popolo venisse  riconosciuto il diritto di esprimere , pacificamente,  le proprie opinioni politiche.

L’Italia nell‘800:  con Napoleone imperatore nel 1804 l’Italia si vedeva riorganizzata in repubbliche; il nostro territorio da Repubblica Cisalpina  divenne Repubblica Italiana e poi Regno italico sottoposto alla sovranità di Bonaparte e governato dai suoi parenti e collaboratori  (per la sorella Elisa, Bonaparte creò il piccolo regno di Lucca e Piombino).  In tutto il territorio nacquero nuove organizzazioni popolari e contadine di italiani ispirati ai simboli della rivoluzione francese ma furono quasi sempre soppressi e trasformati a moderati clubs costituiti da avvocati, medici, ufficiali, proprietari terrieri ed ecclesiastici. Nel 1806 Bonaparte dichiarò decaduto il Sacro Romano Impero e unì una parte dei piccoli stati tedeschi nella Confederazione del Reno (sotto il suo controllo). Il Veneto fu annesso al regno italico (Dalmazia e Istria divennero francesi). Il  Regno di Napoli, cacciati nuovamente i Borboni,  fu dato al fratello, Giuseppe.

Le vicende di Napoleone  che sconvolsero l’Europa a partire dal 1789 portarono all’abbattimento dei sovrani. Ebbero, però, un effetto non voluto né previsto da Napoleone: la diffusione del patriottismo tra le popolazioni europee che acquisirono consapevolezza del diritto alla indipendenza delle nazioni. Riportiamo di seguito un frammento del pensatore napoletano Vincenzo Cuoco (1770-1823), testimone della breve esperienza della Repubblica Partenopea: “se il re di Napoli avesse conosciuto lo stato della sua nazione avrebbe capito che non mai avrebbe essa né potuto né voluto imitare gli esempi della Francia. La rivoluzione di Francia era capita da pochi, da pochissimi approvata; quasi nessuno la desiderava e se vi era taluno che la desiderasse, la desiderava invano perché un rivoluzione non si può fare senza popolo, ed il popolo non si muove per raziocinio , ma per bisogno”.

Economicamente,e socialmente, in Europa, ha inizio la vera e propria rivoluzione industriale con l’utilizzazione delle tecnologia nel tessile e nella lavorazione della lana. La società che fino a inizi del secolo XVIII si era dedicata, in grande maggioranza,  alla agricoltura,  con le  macchine a vapore, la laminazione del ferro, la diffusione delle industrie chimiche, siderurgiche e meccaniche e l’impiego generalizzato del carbone negli altiforni,  inizia il percorso di trasformazione verso la società industriale passando quindi dall’uso della forza fisica all’uso delle tecnologie e del lavoro di concetto, e passando, di conseguenza, dalla società dove la donna lavorava soltanto nell’ambito familiare o agricolo-familiare alla società dove la donna esce di casa per andare al lavoro. Con le prime fabbriche moderne che nascono in Inghilterra nel settore del tessile e della lana, nasce anche l’industria a domicilio fatta di  piccoli laboratori a organizzazione familiare. Negli ultimi decenni del XVIII secolo arriva  la rotaia di metallo, antenata della ferrovia, che aumenta l’interscambio delle merci e dei prodotti . L’800 si caratterizza anche per quantità di brevetti industriali e per produzione di acciaio.

In Italia, la  tradizionale “famiglia italiana estesa” , ossia,  oltre a genitori e figli anche altri parenti, inizia la sua trasformazione. Con l’abbandono delle campagne,  il solo nucleo familiare va a vivere nelle città per lavorare nell’industria.

A partire dalla unificazione politica dell’Italia (1861), in pochi decenni furono emanate leggi e disposizioni che non tennero alcun conto dei precedenti storici delle singole regioni né li vollero approfondire. E così, la Consulta araldica del Regno, allora di recente istituzione (R.D. del 1869) , emanò regolamenti sulla base di criteri della burocrazia monarchica sardo-piemontese senza peraltro avere una adeguata conoscenza delle diverse e contrastanti situazioni preesistenti.  Fra le varie inesattezze si volle considerare i termini “nobile” e “patrizio” come veri e propri titoli nobiliari mentre non lo sono. Nobile sta a significare l’appartenenza al ceto nobiliare in senso lato, mentre patrizio indica l’appartenenza a una classe privilegiata nell’ambito di una cittadinanza.

 In Italia, e in Europa, dalla rivoluzione francese in poi,  le raccolte araldico-genealogiche vengono “snobbate” come espressioni di velleità nobiliari mentre, invece, per chi sappia vedere al di là delle apparenze e dei luoghi comuni, sono testimonianze e fonti storiche importanti da cui non si può, senza danno sociale, prescindere. Le pagine di stemmi che, con molta pazienza e capacità, i raccoglitori del Sei e Settecento disegnavano o dipingevano, erano innanzitutto una manifestazione di spirito civico, erano l’albo, il codice, la prova della “nobiltà” del proprio paese, intendendo il termine “nobiltà” non tanto nel significato di patriziato, di titoli e di sangue, ma nel senso di presenza di famiglie che per secoli, con la cura diligente dei propri beni , con il sostegno alla costruzione di beni comuni e con dedicazione agli interessi comuni, avevano conferito alla comunità stile e forma.

 

 

 

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