Sprazzi di Nobiltà

la loro storia è anche la nostra storia

Vittorio Alfieri

dal libro BIBLIOTECA DEL POPOLO – Vol. 1 – ed. Sonzogno – 1884

Vittorio ALFIERI (1749- 1803)

Nacque in Asti il 17 gennaio 1749 da genitori nobili e doviziosi. Non compiva ancor aun anno di vita quando morì suo padre, il conte Antonio Alfieri. Ebbe a tutore lo zio, cav. Pellegrino Alfieri, governatore dlela citàà di Cuneo. Alcune malattie, una indole violenta da esse inasprita, rendettero tristi i primi anni della sua giovinezza. Dopo una vita sciupata in ozj, bagordi e passioni disordinate, giunse il 5 maggio 1772 a Torino. Quivi una passione amorosa , ma irragionevole, ve lo tenne per due anni e fu sorgente della sua inclinazione per la poesia. Dopo alcuni lirici esperimenti, compose una specie di tragedia intitolata : Cleopatra, ed una commediola, I Poeti, colla quale egli medesimo derideva la sua tragedia. L’esito di queste composizioni, applaudite e ripetute al teatro di Torino, decise della sua sorte e lo fece poeta. Alfieri allora non sapeva che mediocramente la lingua francese, poco l’italiana e niente la latina. Decise di  dimenticare la prima, d’imparare la seconda perfettamente e la terza quanto bastasse gli per intendere gli autori classici. Per tale divisamento, da giovine ozioso che egli era, diventò eccessivamente laborioso, ed ottenne il bramato intento. Filippo secondo e Polinice furono le sue due prime tragedie; Antigone venne dopo. Recatosi poi in Toscana per meglio studiare l’idioma italiano, stese l’Agamennone, l’Oreste, il Don Garzia, la Congiura de’ Pazzi, e tradusse il Sallustio. Dimorando in Firenze conobbe la contessa maria Stolberg d’Albany, che era veramente d’angelico aspetto, e di corpo elegante e piacevole. E a queste doti della persona, ottimo paragone facevano quelle dell’animo, che tutto dedicò a buoni studj, e con l’esempio e coll’esortazione spronava ogni cuore non vile all’acquisto di quelle virtù per cui si viene in fama. Diessi pertanto il nostro Vittorio a servir questa donna ed a vivere innamorato di lei. Correva pertanto l’anno 1778, e non potendo più oltre, senza nuove molestie, dimorare lontano di casa,né scrivere in libertà. come si era proposto, tutto l’avere donò alla sorella, e ritenendosi solo mila e quattrocento zecchini d annuale pensione, rimase sciolto da ogni legame, proseguì nel primo fervore, e dettò varie rime in lode della sua donna. Cominciò poscia il libro del Principe e delle Lettere, ideò la Maria Stuarda, la Rosmunda, l’Otello ed il Timoleone. Affidò in Siena la stampa delle sue tragedie ad un amico,per nome Francesco Gori, e dettò frattando la Merope, il Saul e le Odi sull’America libera. Ma costretto da impreveduta cagione ad abbandonare per poco l’amata sua donna, si ridusse in Francia ed in Inghilterra; la rivide poscia in Alsazia, ed ispirato da lei stese il Panegirico di Plinio, il Dialogo della virtù sconosciuta, la Prima Satira, i due Bruti, l’Agide, la Sofonisba e la Mirra. Ritornò nel 1787 in Parigi, e fece stampare le sue tragedie in Kehl con altre sue opere. Stava egli in Parigi da circa tre anni colla sua donna, che, essendo rimasta libera visse poi ella sempre con lui; quando scoppiò la rivoluzione. Dopo un breve viaggio in Inghilterra, il giorno 10 agosto 1792, in cui fu distrutta la monarchia, avendo dato a Parigi, alla Francia ed alla rivoluzione quello spaventevole aspetto che rimase poi tanto indelebile nel suo animo, Alfieri colla sua compagna lasciò Parigi non senza difficoltà, volò in Italia, e prese stanza a Firenze. Nell’età di 46 anni imprese lo studio della lingua greca, nel quale proseguì col nobile ardore d’un giovanetto. Voltò, per suo piacere, in volgare le Rane di Aristofane, i Persiani di Eschilo, il Filottete di Sofocle e l’Alceste di Euripide. Anzi, quest’ultima opera di quel virtuoso greco intelletto tanto lo strinse che dettò un’altra sua nuova tragedia sullo stesso argomento. Queste traduzioni dal greco, e alcune nuove composizioni drammatiche, la tramelogedia l’Abel, le sei commedie l’Uno, i Pochi, i Troppi, l’Antidoto, la Finestrina, ed il Divorzio, le satire, la traduzione delle commedie di Terenzio, ecc., occuparono il rimanente della troppo breve sua vita. Egli morì in Firenze il giorno 8 di ottobre, in età d’anni 54, e fu seppellito nella chiesa di Santa Croce, dove la rispettabile amica della sua gloria gli fece innalzare un magnifico monumento, disegno dell’immortale Canova, che sorge fra quelli di Machiavelli, di Michelangelo e di Galilei. L’ordine cronologico, sì ben notato nella Vita ch’egli scrisse di se stesso, delle sue tragedie, è un vero graduale progresso, che ci rivela come l’Alfieri non ondeggiasse giammai, ma procedesse innalzandosi, sempre assistito dal suo genio a tal punto, che ormai, conoscendo di non poter trascendere, sicuro e pago di sé, come campione che ha vinto la lotta, depone il coturno e gloriosamente si riposa. L’Alfieri, dice il De Sanctis, a niuno si può paragonare se non a Dante. Dante ed Alfieri celebrano oggi i poeti del canto, spiegano i maestri nelle scuole narrano gli scrittori nella storia. Dante ed Alfieri, segnacolo di libertà, di vita: imperocchè l’uno e l’altro sono autori di rinascimento e di rigenerazione; e dante ed alfieri ripete generosa e fremente d’amor patrio la gioventù.

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